Quando estorco estorco “di brutto”.
Esistono incontri che non hanno il calore della visita ma la precisione di un prelievo chirurgico.
Sono presenze che varcano la soglia con un obiettivo già nitido nella mente, camuffato maldestramente da una cortesia di facciata che svanisce non appena si entra nel vivo della conversazione.
Non cercano te, ma la funzione che ricopri o l’utilità che puoi offrire in quel preciso istante.
Che si tratti di un consiglio professionale, di un contatto privilegiato o di un oggetto banale, l’insignificanza della richiesta non ne diminuisce il peso, anzi, ne sottolinea la natura puramente predatoria.
Questa dinamica trasforma lo spazio dell’accoglienza in un terreno di negoziazione non dichiarata.
Il paradosso risiede nel fatto che queste persone investono tempo e parole solo per ottenere ciò che avrebbero potuto chiedere apertamente, preferendo invece la via di una vicinanza simulata che finisce per logorare la fiducia residua.
Alla fine dell’incontro resta un senso di svuotamento che non deriva dalla perdita della cosa estorta, ma dalla consapevolezza di essere stati trattati come un mezzo e mai come un fine.
È la scoperta amara che la porta non è stata aperta per un amico, ma per un esattore di piccoli favori mascherato da visitatore.
• Estorsione
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