Il termine delfini kamikaze identifica programmi militari sperimentali progettati per addestrare i cetacei a missioni di attacco o difesa subacquea.
Questi progetti risalgono principalmente alla Guerra Fredda quando sia la Marina degli Stati Uniti che l’Unione Sovietica iniziarono a sfruttare l’eccezionale biosonar e l’agilità di questi animali per scopi tattici.
L’idea centrale non era necessariamente il sacrificio dell’animale come suggerisce il nome d’impatto ma l’utilizzo del delfino come vettore per posizionare mine o rilevare sommozzatori nemici.
In alcuni scenari tuttavia si ipotizzava l’uso di cariche esplosive fissate al corpo dell’esemplare che si sarebbero attivate una volta raggiunta la chiglia di una nave nemica trasformandoli effettivamente in armi semoventi.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica il programma russo basato a Sebastopoli subì diverse vicissitudini passando sotto il controllo ucraino per poi tornare in orbita russa dopo l’annessione della Crimea nel duemilattordici.
Ancora oggi circolano immagini satellitari e rapporti di intelligence che suggeriscono la presenza di recinti per delfini addestrati a protezione delle basi navali strategiche nel Mar Nero.
Le associazioni per i diritti degli animali hanno sempre condannato queste pratiche evidenziando lo stress estremo a cui sono sottoposti gli animali e l’uso improprio di creature intelligenti per fini bellici.
Nonostante le smentite ufficiali sulla natura suicida delle missioni la tecnologia militare continua a guardare al mondo marino come a una frontiera in cui la biologia può superare le capacità dei droni sottomarini.
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