Il corpo del vecchio astrattista non risponde più con la prontezza della linea retta, ma si flette sotto il peso di una materia che si fa opaca e resistente.
La mano, un tempo sismografo precisissimo di geometrie interiori, avverte ora il tremore sottile della carne, trasformando l’intenzione del segno in un’increspatura imprevista che sfugge al controllo della volontà.
I sensi subiscono una sorta di erosione entropica dove la vista, affaticata da decenni di indagine cromatica, inizia a percepire i contorni come zone di transizione piuttosto che confini netti.
Ogni movimento fisico diventa una negoziazione con lo spazio circostante, un tempo dominato dalla proiezione mentale e ora ridotto alla stretta misura di un passo incerto o di un respiro che si fa denso.
Il dolore non è più un evento estraneo ma una presenza costante che detta il ritmo della composizione, obbligando l’artista a una sintesi estrema.
L’astrazione non è più soltanto una scelta estetica, ma una necessità biologica dove il superfluo viene eliminato per preservare l’essenziale, trasformando il malessere fisico nell’ultima e più autentica forma di resistenza creativa.
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