L’approssimazione nell’astrattismo geometrico non è un difetto esecutivo ma rappresenta una scelta concettuale radicale che ne preserva la vitalità artistica.
Quando la geometria abbandona la precisione matematica assoluta per accogliere l’errore umano o la deviazione calcolata si genera una tensione vitale profonda.
Questa imperfezione sottrae l’opera alla freddezza dell’algoritmo puro e la restituisce alla dimensione dell’esperienza vissuta.
La linea non perfettamente dritta o la campitura che rivela la vibrazione della mano introducono un elemento di calore fenomenologico.
L’osservatore non si trova più di fronte a una verità assoluta e immutabile ma davanti a un tentativo umano di ordinare il caos.
L’interesse artistico risiede proprio in questo scarto tra l’ordine ideale e la realtà materiale della pittura.
L’approssimazione diventa così un linguaggio autonomo capace di evocare il dubbio e la transitorietà contro la rigidità dei dogmi visivi.
È in questa fessura dell’esattezza che l’astrattismo geometrico continua a dialogare con la complessità del nostro tempo.
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