Il rapporto tra Gianni Dova e il sistema delle gallerie milanesi nel secondo dopoguerra rappresenta uno dei nodi centrali per comprendere l’evoluzione dell’avanguardia in Italia, dallo Spazialismo fino alle derive della Pittura Nucleare e dell’Informale.
Milano, in quegli anni, non era solo il luogo della produzione artistica, ma il vero motore del mercato e della teorizzazione critica.
L’incontro decisivo che segna la traiettoria di Dova avviene nel 1947 con Carlo Cardazzo, fondatore della Galleria del Naviglio di Milano (e della Galleria del Cavallino a Venezia).
Cardazzo non è semplicemente un mercante, ma un catalizzatore di energie.
Sotto la sua ala, la Galleria del Naviglio devia l’attenzione dal post-cubismo verso le ricerche spaziali.
Dova firma un contratto con lui e diventa rapidamente una delle figure di punta del Movimento Spazialista, esponendo accanto a Lucio Fontana, Roberto Crippa e Cesare Peverelli.
Il Naviglio è lo spazio in cui la pittura liquida, ameboica e precocemente tachiste di Dova trova la sua prima e più importante legittimazione di mercato.
Accanto al ruolo egemonico di Cardazzo, la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta vede altre figure chiave scommettere sul lavoro di Dova.
Tra queste emerge Filippo Schettini con la sua galleria, che segue da vicino la transizione dell’artista verso le poetiche del “Gesto” e le successive evoluzioni d’impronta surrealista, organizzando nel tempo importanti mostre ricognitive delle sue opere.
Un altro legame fondamentale è quello con la Galleria Blu, fondata nel 1957 da Peppino Palazzoli.
Questo spazio si distingue per il rigore analitico e per la capacità di storicizzare le avanguardie milanesi del dopoguerra.
La Galleria Blu presenterà mostre cruciali che metteranno in dialogo le diverse stagioni di Dova, come la celebre esposizione degli anni Sessanta che accostava “Le spirali” di Roberto Crippa alle “Macchie” di Gianni Dova, definendo i confini della loro prima e feconda stagione sperimentale.
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, la geografia dei rapporti di Dova a Milano si amplia ulteriormente.
Diventa significativa la collaborazione con Gianni Schubert, titolare della Galleria Arte Borgogna, uno spazio che sosterrà con continuità l’opera del pittore nel momento della sua piena maturità figurativa e magico-cromatica, promuovendo ampie rassegne personali e garantendo una costante presenza delle sue tele nelle collezioni private più influenti della città.
Il tessuto milanese per Dova non si esaurisce però nei soli galleristi commerciali.
Il sostegno di grandi collezionisti-mecenati come Antonio Boschi — la cui straordinaria raccolta, condivisa con la moglie Marieda Di Stefano, è oggi patrimonio pubblico — ha lavorato in parallelo con l’attività delle gallerie, consolidando definitivamente la presenza di Dova nella storia dell’arte milanese e internazionale.
Kkk
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