Il passaggio

Il passaggio dall’architettura neoclassica al brutalismo sovietico

rappresenta una delle parabole estetiche e ideologiche più affascinanti del Novecento, un viaggio che trasforma radicalmente il volto delle città dell’Europa orientale.

La Russia zarista aveva eletto il neoclassicismo a linguaggio monumentale del potere, unendo la simmetria geometrica e l’ordine dei templi greco-romani alla celebrazione dell’impero.

Questo stile cercava l’armonia ideale attraverso proporzioni rigorose e facciate ornate che parlavano di una continuità culturale con l’Occidente europeo.

Con la rivoluzione del 1917 l’ordine costituito si frantuma e l’architettura sperimenta una prima, violenta rottura.

Nasce il costruttivismo, un’avanguardia che rifiuta le decorazioni del passato per esaltare la funzione, la trasparenza e il dinamismo del vetro e dell’acciaio.

La struttura stessa dell’edificio deve mostrare la sua utilità sociale e celebrare il trionfo della macchina e del proletariato.

Questa spinta innovativa subisce però un brusco arresto durante il realismo socialista staliniano.

Il regime decide di tornare al passato attraverso quello che viene definito classicismo socialista o impero staliniano.

Si recuperano le colonne, i timpani e le simmetrie del neoclassico, ma svuotati della loro grazia settecentesca e ingigantiti in dimensioni colossali, per esprimere la forza incrollabile dello Stato totalitario.

La vera svolta radicale verso la modernità industriale avviene nella seconda metà degli anni Cinquanta con la destalinizzazione.

Nikita Chruščëv avvia una durissima campagna contro gli eccessi decorativi e gli sprechi dell’architettura precedente.

L’obiettivo diventa la costruzione rapida, economica e standardizzata di alloggi per i milioni di cittadini che vivono ancora in condizioni di grave emergenza abitativa.

Da questa spinta verso l’essenzialità cementizia e la prefabbricazione geometrica si sviluppa il brutalismo sovietico, che dominerà la scena dagli anni Sessanta fino al crollo del blocco socialista.

Il termine, che deriva dal francese béton brut (cemento grezzo), descrive perfettamente un’estetica che non nasconde la materia, ma la esalta nella sua forza nuda e primitiva.

Gli architetti sovietici portano il brutalismo a livelli di scala monumentale mai visti prima. I palazzi della cultura, i monumenti commemorativi, i ministeri e i grandi complessi residenziali rinunciano a qualsiasi intonaco o fregio per mostrare le venature del legno delle cassaforme impresse sul cemento.

Le forme diventano scultoree, plastiche e talvolta quasi fantascientifiche, caratterizzate da sbalzi audaci, angoli netti e strutture sospese nel vuoto.

Quello che era iniziato come un omaggio alla simmetria e alla grazia geometrica del mondo antico si compie così in un’estetica del cemento a vista, dove la monumentalità non è più affidata al dettaglio decorativo della pietra, ma alla pura, drammatica potenza volumetrica della struttura.

Pvl

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