La perenne ipertrofia del risentimento
rappresenta una delle derive più logoranti della coscienza contemporanea.
Quando il rancore cessa di essere una reazione transitoria e si trasforma in una struttura permanente dell’io, la percezione della realtà subisce una distorsione sistematica.
Questo ingigantimento costante del torto subito, vero o presunto, finisce per fagocitare ogni spazio di lucidità analitica.
Il soggetto che vive in questa condizione non cerca più una risoluzione o un riscatto, ma si nutre della propria stessa reazione emotiva, elevandola a criterio assoluto di interpretazione del mondo.
Il risentimento cronico agisce così come una lente deformante che anestetizza la capacità di rinnovamento e di apertura verso l’esterno.
La memoria si fissa rigidamente su un punto fermo del passato, impedendo al pensiero di muoversi liberamente e condannando l’individuo a una sterile e perpetua ripetizione del proprio malessere.
Pvl
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