Capro espiatorio
La figura di George Soros incarna la sintesi perfetta del capro espiatorio nell’era della globalizzazione, una sagoma su cui il risentimento contemporaneo ha proiettato la responsabilità di trasformazioni epocali e ingovernabili.
Un unico nome è stato trasformato nel catalizzatore universale delle ansie della modernità, diviso tra la concretezza delle sue speculazioni finanziarie e la dimensione quasi mitologica di un potere invisibile e pervasivo.
Dalle grandi oscillazioni dei mercati monetari alle complesse dinamiche demografiche, ogni mutamento percepito come una minaccia all’identità o alla stabilità trova in questa figura una spiegazione immediata e rassicurante.
La complessità dei fenomeni geopolitici, sociali ed economici viene così ridotta a una narrazione lineare, priva di sfumature, studiata per offrire un colpevole certo a processi che sono invece il risultato di forze storiche stratificate.
L’architettura del mondo contemporaneo cessa di apparire come la risultante di tensioni strutturali e scelte collettive, trasformandosi nell’effetto calcolato di una singola volontà demiurgica.
In questo modo, la complessità del reale perde la sua carica di incertezza e si ricompone all’interno di uno schema manicheo, dove l’incomprensibile trova la sua giustificazione nell’ombra di un disegno prestabilito.
In questo palcoscenico il finanziere cessa di appartenere alla cronaca o alla biografia per assurgere a mito polarizzante, specchio capovolto delle fragilità della società aperta.
Il meccanismo rivela una costante antropologica della politica e del discorso pubblico, la necessità di dare un volto e un nome alle forze impersonali che governano il presente.
Attribuire l’ingovernabile a un’unica regia centrale risponde al bisogno primario di orientarsi nel disordine, dimostrando come la paranoia collettiva cerchi continuamente un centro di gravità per placare la sensazione di smarrimento di fronte alla storia.
Pvl
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