MARRAKECH

L’ENERGIA DI DJEMAA el/Fna

non si esaurisce mai nella prima impressione, perché la sua vera natura emerge soltanto con lo scorrere lento delle ore.

In bilico tra il rigore della storia e la mutevolezza dello spettacolo quotidiano, questo spazio spalancato nel cuore di Marrakech sfugge a qualsiasi classificazione rigida.

I confini della piazza non sono tracciati da architetture monumentali, bensì dal flusso ininterrotto di persone che la attraversano e la riempiono di significato.

Al mattino la luce intensa del Nord Africa mette a nudo una dimensione quasi sospesa, dove l’aria odora di agrumi spremuti al momento e di spezie lasciate ad asciugare al sole.

I banchi di legno disposti con ordine geometrico offrono ristoro ai passanti, mentre i primi artigiani sistemano la merce prima che il calore della giornata diventi opprimente.

È un momento di relativa quiete in cui si percepisce chiaramente la vicinanza della Moschea della Koutoubia, il cui minareto domina lo skyline e scandisce il tempo della città.

Con il passare delle ore il brusio indistinto della mattina comincia a strutturarsi in una trama sonora complessa e stratificata.

I tamburi dei musicisti gnawa iniziano a battere ritmi ipnotici che si sovrappongono ai richiami dei venditori e al suono dei flauti.

Chiamare tutto questo un semplice mercato sarebbe riduttivo, poiché ci si trova di fronte a un archivio vivente della memoria orale marocchina.

Non è un caso che l’UNESCO abbia riconosciuto questo spazio come un capolavoro del patrimonio immateriale, tutelando non le pietre, ma l’arte del racconto.

Quando il sole inizia la sua discesa verso l’orizzonte e il cielo si tinge di sfumature ocra e viola, la piazza cambia pelle con straordinaria rapidità.

Dal nulla sorgono decine di strutture metalliche che montano cucine da campo, trasformando l’area centrale in un immenso ristorante all’aperto.

I fumi delle griglie risalgono verso l’alto portando con sé profumi intensi di cumino, carne arrostita e pane fresco appena sfornato.

Le lanterne a olio e le lampadine sospese illuminano i volti di chi si affolla attorno ai lunghi tavoli di legno per condividere il cibo.

Attorno a questo nucleo gastronomico si formano i cerchi concentrici dei performer, i celebri halqa, vero motore culturale della vita notturna.

I cantastorie attirano cerchi di spettatori incantati, narrando fiabe antiche, proverbi e parabole sociali con gesti teatrali e variazioni di voce calibrate al millimetro.

Poco più in là indovini, acrobati e musicisti di strada si contendono l’attenzione della folla in un equilibrio continuo tra caos apparente e perfetto ordine sociale.

La piazza agisce come una spugna che assorbe la diversità di chi la visita, annullando le distanze tra gli abitanti della medina e i viaggiatori giunti da lontano.

Passeggiare tra i suoi vicoli d’accesso significa entrare in contatto con la porta di ingresso di un labirinto urbano senza tempo.

I souk che si diramano verso nord costituiscono il naturale proseguimento di questa vitalità, immagazzinando tessuti, ceramiche, pelli e metalli lavorati a mano.

Eppure è sempre a Djemaa el-Fna che tutto ritorna, come un polo magnetico che attraversa i secoli senza perdere un briciolo della sua forza evocativa.

Rimanere a osservare questa scena da una delle tante terrazze affacciate sulla piazza offre una prospettiva privilegiata sul teatro della condizione umana.

La notte avanza ma il ritmo non decresce, mantenendo viva una tradizione che continua a resistere all’omologazione del mondo moderno.

Pvl

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