IL DANDY INTELLETTUALE

dei nostri giorni si sveglia a un’ora indefinitamente lontana dall’alba, consapevole che la luce del primo mattino è decisamente troppo democratica e priva di chiaroscuri esistenziali per poter essere apprezzata da uno spirito raffinato.

La sua prima azione della giornata non è controllare le notizie o scorrere una notifica qualsiasi, operazione che considera un’inutile resa alle volgarità del contemporaneo, ma osservare con minuzioso sospetto la piega della propria giacca lasciata sulla spalla della poltrona.

Se quella piega non esprime la giusta dose di tragica noncuranza, l’intera giornata rischia di crollare sotto il peso di un’imperfezione formale intollerabile.

Egli vive nella costante e dolorosa consapevolezza che il mondo esterno si ostini a muoversi con una fretta del tutto sprovvista di grazia, un’agitazione scomposta che egli liquida con un sospiro appena accennato mentre sceglie la sfumatura di inchiostro più adatta alla penna stilografica.

La sua biblioteca personale è una fortezza inespugnabile dove i classici dimenticati dal tempo dialogano con saggi introvabili, acquistati in piccole librerie d’antiquariato dove il pulviscolo sospeso nell’aria sembra possedere un’autorità accademica superiore a quella di molte università moderne.

Quando decide finalmente di varcare la soglia di casa, lo fa con il passo misurato di chi sta compiendo una concessione benevola al resto dell’umanità, proteggendosi dagli sguardi dei passanti con un’invisibile armatura fatta di fredda cortesia e citazioni latine mai esplicitate ma sempre imminenti.

Il dialogo con i suoi contemporanei è per lui una disciplina di sottile sopravvivenza, un esercizio in cui l’arte dell’ascolto apparente si trasforma rapidamente in un’elegante deviazione verso argomenti di cui solo tre persone in Europa conoscono l’esistenza.

Di fronte alle passioni travolgenti e ai dibattiti infuocati che infiammano le piazze reali o virtuali, egli oppone un’ironia affilata come un bisturi e un distacco calcolato, convinto che nulla sia più volgare del prendere d’assalto la realtà con troppa foga.

La sua più grande ambizione resta quella di apparire del tutto privo di ambizioni, un osservatore neutrale che contempla il grande teatro del mondo con un monocolo ideale, divertendosi a smontare le certezze altrui attraverso l’uso chirurgico di un singolo avverbio ben collocato.

E quando la sera giunge a restituire al mondo un po’ della sua ombra protettiva, egli si ritira di nuovo nel suo rifugio di carte e penombre, certo di aver compiuto il proprio dovere principale: non somigliare a nessuno e, soprattutto, non aver fatto nulla per sembrare utile.

Pvl

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