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  • Mohammed bin Rashid Al Maktoum

    vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti e sovrano di Dubai, incarna un’aura di potere e fascino che lo ha reso una figura di spicco nel panorama mondiale.

    La sua influenza si estende ben oltre i confini degli Emirati, toccando la politica, l’economia e la cultura.

    La sua visione audace ha trasformato Dubai da un modesto porto commerciale a una metropoli globale, un centro finanziario, turistico e tecnologico di prim’ordine.

    Progetti iconici come il Burj Khalifa, le Palm Islands e il Dubai World Trade Center testimoniano la sua ambizione e capacità di realizzazione.

    In qualità di vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, svolge un ruolo cruciale nella politica nazionale e internazionale.

    La sua voce è ascoltata nei consessi globali, dove promuove la cooperazione e lo sviluppo sostenibile.

    Ha diversificato l’economia degli Emirati, riducendo la dipendenza dal petrolio e investendo in settori come il turismo, la logistica e la tecnologia.

    Il “Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park”, è uno dei più grandi parchi solari al mondo, e dimostra la sua attenzione verso le energie rinnovabili.

    È noto per la sua eloquenza, il suo spirito innovativo e la sua capacità di ispirare gli altri.

    La sua passione per la poesia e l’equitazione aggiunge un tocco di romanticismo alla sua immagine.

    Attraverso la Mohammed bin Rashid Al Maktoum Global Initiatives, sostiene progetti umanitari e di sviluppo in tutto il mondo.

    Il suo impegno per l’istruzione, la cultura e l’assistenza sanitaria lo rende una figura rispettata e ammirata.

    La passione per la poesia Nabati, una forma di poesia araba vernacolare, è una parte importante della sua vita e della sua espressione.

    In sintesi, Mohammed bin Rashid Al Maktoum è una figura complessa e affascinante, un leader visionario che ha plasmato il destino di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti, lasciando un’impronta indelebile sulla scena mondiale.

  • Paolo Wagher : Lettera a Piero Villani del 10/2002

    Caro Piero Villani,

    in occasione della tua mostra, ulteriore testimonianza di una lunga carriera artistica mi prende la nostalgia di tempi lontani mai dimenticati.

    Hai cominciato che eri poco piu’ che un ragazzo e gia’ ti imponevi con la tua pittura “en plain air”, un ragazzo pieno di pulsioni creative, che proponeva una pittura dalle forti emozioni cromatiche.

    Parlavamo di arte, di nuovi fermenti culturali, di ribellioni, di mete da raggiungere .

    Che anni irripetibili .

    Costituivano momenti di vita oltre che di arte .

    Eravamo molto giovani, entusiasti e curiosi della vita quando a sera ci incontravamo in Via Margutta dove non era difficile “vedere” gli ultimi Maestri e gli allora giovani emergenti, ora gia’ noti .

    Il passare degli anni ti ha fatto conoscere a molti, anche se non con quel grande successo che meriti (che d’altronde tu stesso non hai rincorso, ecclissandoti per parecchi anni) .

    Eppure, la tua e’ una presenza fondamentale nel panorama artistico italiano di questi tempi .

    Ne sono convinto io e sono sicuro che se ne convinceranno moltissimi altri finche’ sarai sulla scena .

    Ti abbraccio, Paolo Wagher

    Ginevra, 20 0ttobre 2002

  • Angelo Bonelli che definisce Giorgia Meloni

    Angelo Bonelli che definisce Giorgia Meloni una “ingannatrice seriale” e le sue presunte bugie un “insulto agli italiani in difficoltà”, sollevano questioni complesse sul dibattito politico e sulla comunicazione pubblica.

    Tuttavia, è essenziale esaminare tali affermazioni con spirito critico e considerare diverse prospettive.

    “Ingannatrice seriale”: Questa accusa è un’affermazione forte e generalizzata.

    Per essere sostenuta, richiederebbe prove concrete e specifiche di dichiarazioni false o ingannevoli ripetute.

    Invece di una semplice accusa, sarebbe più costruttivo concentrarsi su esempi specifici di dichiarazioni che Bonelli ritiene fuorvianti, analizzandole nel contesto delle politiche e delle azioni del governo.

    “Le sue bugie un insulto agli italiani in difficoltà”: Questa affermazione carica emotivamente il dibattito.

    È vero che le dichiarazioni politiche possono avere un impatto significativo sulla percezione pubblica e sulla fiducia nelle istituzioni.

    Tuttavia, definire automaticamente qualsiasi disaccordo politico come un “insulto” rischia di polarizzare ulteriormente il discorso.

    Invece, sarebbe più utile concentrarsi sull’analisi delle politiche e delle loro conseguenze per i cittadini in difficoltà, valutando se e come le azioni del governo corrispondano alle promesse fatte.

    Contestualizzazione del dibattito politico : È importante ricordare che il dibattito politico è spesso caratterizzato da affermazioni forti e talvolta esagerate.

    Le accuse di “bugie” e “inganni” sono comuni, ma raramente vengono sostenute da prove inconfutabili.

    Invece di accettare tali affermazioni al valore nominale, è essenziale analizzare criticamente le fonti, le prove e le argomentazioni presentate.

    Responsabilità dei media e dei cittadini : I media hanno la responsabilità di fornire una copertura equilibrata e obiettiva del dibattito politico, evitando di amplificare affermazioni non verificate o di cadere nella trappola della polarizzazione.

    I cittadini, a loro volta, hanno la responsabilità di informarsi in modo critico, consultando diverse fonti e valutando le informazioni in modo indipendente.

    In conclusione, mentre le preoccupazioni di Bonelli sulle dichiarazioni di Meloni sono valide, è essenziale affrontare il dibattito politico con un approccio critico e basato sui fatti.

    Invece di ricorrere a accuse generalizzate, sarebbe più costruttivo concentrarsi sull’analisi delle politiche e delle loro conseguenze, promuovendo un dialogo informato e costruttivo.

    avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

  • Disappunto nei confronti di Nicola Fratoianni

    Scrivo queste righe per esprimere il mio disappunto nei confronti di Nicola Fratoianni.

    Mi sembra che sia sempre pronto a ergersi a paladino contro il patriarcato, il sessismo e qualsiasi altra cosa gli permetta di criticare chi ha un orientamento politico diverso dal suo.

    Trovo che la sua solidarietà sia a due velocità : sembra che taccia quando a essere insultata è una donna che non condivide le sue idee.

    E, cosa ancora più grave, è caduto lui stesso in quel meccanismo, paragonando Giorgia Meloni a una “cameriera” con tono dispregiativo, dopo la sua visita a Washington.

    Suor Monia Alfieri ha fatto bene a dargli una lezione di politica, con una lettera aperta su Il Tempo, spiegando perché il suo atteggiamento nei confronti della Presidente del Consiglio sia stato sbagliato.

  • Il potere evocativo della parola

    Benvenuti nel mio spazio di riflessione : pierovillani.com.

    Qui troverete unicamente parole, pensieri che prendono forma attraverso il testo. Una scelta, quella di non includere immagini, dettata da una profonda convinzione: la parola scritta possiede una forza evocativa unica, capace di stimolare l’immaginazione e condurre il lettore in un viaggio interiore senza la necessità di supporti visivi esterni.

    Credo fermamente che per le menti curiose e desiderose di approfondimento, immergersi in un testo ben costruito offra un appagamento intellettuale superiore. L’assenza di immagini favorisce una concentrazione più intensa, permettendo alle idee di radicarsi profondamente e di risuonare in modo più personale con l’esperienza di ciascuno.
    So che in un’epoca dominata dalla cultura visiva, questa scelta potrebbe sembrare controcorrente. Tuttavia, non temo di perdere lettori. Al contrario, confido in coloro che apprezzano la ricchezza e la profondità del linguaggio, coloro che sanno che le immagini più potenti sono quelle che la nostra mente è in grado di creare leggendo.
    Vi invito quindi a esplorare queste pagine, lasciandovi guidare dal solo potere delle parole. Spero che troverete in esse spunti di riflessione, nuove prospettive e, soprattutto, il piacere di una lettura che nutre la mente e l’anima. Vi aspetto tra le righe. Piero Villani

    PVL@

  • ROBERTO SAVIANO. Note scarse perché non mi è simpatico

    Non condivido quasi tutte le idee di Saviano e trovo il suo approccio spesso eccessivamente moralista e, a volte, persino ipocrita. Non mi convince il suo modo di presentarsi come un paladino della giustizia, quando in realtà mi sembra più interessato a costruire un personaggio e a cavalcare l’onda emotiva.

  • Lisetta Carmi anima momade

    Ti Ho Voluto Un Gran bene.

    Testo di Piero Villani

    Ero lì, in quel trullo candido incastonato nella terra rossa di Puglia, trasformato in un silenzioso ashram.

    Di fronte a me, Lisetta Carmi, novant’anni portati con una grazia disarmante, vestita di un bianco luminoso.

    Cinque vite, dice Giovanna Calvenzi, la sua biografa attenta.

    Cinque esistenze compresse in un unico, straordinario percorso.

    La rividi dopo tanto tempo, eppure la sua energia, la scintilla negli occhi, era la stessa che intuivo nelle sue fotografie di un tempo.

    Quella pianista prodigio, la fotografa dallo sguardo penetrante, la militante comunista con una ferita antica, il marchio dell’odio antisemita infantile, ora passava le sue giornate a disegnare calligrammi cinesi, un ponte inatteso tra Oriente e Occidente.

    Lisetta è stata una di quelle figure sfuggenti che attraversano la storia lasciando un segno profondo, ma con una tale discrezione da rischiare di perdersi nel flusso degli eventi.

    Chi ama la fotografia, però, non può non essersi imbattuto nella potenza delle sue immagini.

    Penso ai suoi ritratti crudi e intensi dei travestiti, sguardi che squarciavano il velo dell’apparenza, anime messe a nudo con una delicatezza sorprendente.

    Si dice che uno di quei volti abbia ispirato la “Bocca di Rosa” del caro Fabrizio.

    Un editore milanese “di sinistra”, ironia della sorte, si rifiutò di pubblicarli negli anni Settanta.

    Troppo scomodi, forse, perbenismo ideologico travestito da rivoluzione.

    E poi c’è il suo reportage nel monumentale cimitero di Staglieno a Genova.

    Lì, dove il dolore si eleva in sculture di marmo, Lisetta non vide la commozione rituale, ma l’ipocrisia borghese elevata a monumento funebre.

    I pregiudizi di classe incisi nella pietra, la rispettabilità ostentata, la sottomissione femminile scolpita, la repressione sessuale celata sotto drappeggi marmorei, lo status sociale e la ricchezza eternati nel granito.

    “Erotismo e autoritarismo a Staglieno” il titolo del suo lavoro. Inutile dire che in Italia quel libro non vide mai la luce.

    Ricordo anche la sua inchiesta viscerale sulle condizioni dei portuali di Genova.

    Si finse la cugina di un “camallo”, un’infiltrazione audace per raccontare la fatica, la dignità e lo sfruttamento di quegli uomini.

    Il sindacato comprese la forza di quelle immagini e le trasformò in una potente mostra-denuncia.

    E quella sequenza sul parto di una ventenne? Cruda, magica, emozionante.

    Uno schiaffo al perbenismo ipocrita che edulcora la nascita, un evento tanto naturale quanto potente.

    Queste immagini, frammenti di una vita intensa, sono riemerse quasi per caso.

    Grazie alla sensibilità di Uliano Lucas, che le dedicò una mostra, e alla tenacia di Giovanna Chiti, che le raccolse nel prezioso “Ho fotografato per capire”.

    Altrimenti, forse, sarebbero rimaste silenziose, come tanti sussurri dimenticati.

    Perché Lisetta non si è mai aggrappata alle sue vite passate.

    Le ha interrotte di netto, con una decisione che spiazza e affascina.

    Penso alla sua carriera concertistica, ventidue anni sui palcoscenici più prestigiosi d’Europa.

    Un giorno di giugno del 1960, il suo maestro le proibì di partecipare a una manifestazione di portuali, temendo per le sue mani preziose.

    Lei scelse la sua coscienza, la sua umanità, e abbandonò la musica per sempre.

    Un addio senza rimpianti.

    Anche con la fotografia fu così. Iniziò quasi per gioco, un viaggio in Puglia con un etno-musicologo, una semplice Agfa Silette tra le mani, e il suo occhio rivelò un talento innato.

    Ma un incontro in India, la folgorazione per un sadhu, Babaji Herakhan Baba, cambiò di nuovo tutto.

    I capelli tagliati, un nuovo nome, Janki Rani, e un volto barbuto racchiuso in un ovale appeso al collo.

    Tornata in Italia, quel trullo divenne un ashram, un centro spirituale riconosciuto.

    E il pianoforte, silente per anni, tornò a vibrare sotto le sue dita, ispirato dalle riflessioni di un suo ex allievo, Paolo Ferrari.

    La calligrafia cinese le aprì le porte del Tao.

    Un regista, Daniele Segre, ha persino raccontato la sua storia in un film toccante, “Un’anima in cammino”.

    Quando le chiesi il segreto della sua serenità, mi rispose con le parole del suo guru.

    Ma c’è un episodio che la dice lunga sulla sua accettazione del flusso della vita: un giorno, sulla soglia dell’ashram, fu colpita da un fulmine.

    All’ospedale, i medici non riuscivano a spiegarsi come avesse riportato solo un livido. Lei lo sapeva: “Non ho opposto resistenza”.

    Non si è mai opposta ai cambiamenti radicali della sua esistenza.

    Mai, credo, al suo destino.

    E io, Lisetta, in questo tuo peregrinare incessante, non posso che dirti: ti ho voluto un gran bene.

    Maggio 4, 2025

    avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

  • Piero Villani : Ricordo di Lorenzo Tomacelli&Diros Grafica di Cerignola

    Moltissimi anni addietro conobbi un grande stampatore italiano. Era di Cerignola ed aveva la sua stamperia in Piazza Perugia. Molti artisti dell’epoca frequentavano il suo studio. Era un genio della stampa e la serigrafia era il suo “priscio”. I suoi clienti artisti erano Mario Lupo, Rocco Barbarito, Gennaro Picinni e molti altri. Io stampai una figura umana strana e molto colorata. Lorenzo mi creò un piccolo capolavoro del formato 50×70 su carta Bristol. 100 stampe furono numerate da 1/100 e 20 furono le prove di artista. Ricordo con affetto e riconoscenza questo grande stampatore.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Che bel ricordo! Sembra che Lorenzo fosse davvero un maestro nel suo campo e che la sua stamperia in Piazza Perugia fosse un luogo effervescente di creatività. È affascinante immaginare tutti quegli artisti riuniti, condividendo idee e progetti.
    Deve essere stata un’emozione speciale vedere la tua “figura umana strana e molto colorata” trasformarsi in un capolavoro serigrafico grazie alla sua abilità. E che fortuna avere quelle 100 stampe numerate e le 20 prove d’artista! Sono testimonianze preziose di quel periodo e della tua collaborazione con Lorenzo.
    È bello che tu lo ricordi con tanto affetto e riconoscenza. Persone come Lorenzo, con la loro passione e il loro talento, lasciano un segno importante nel mondo dell’arte e nella vita di chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro.

    PVL@

  • Pablo Picasso. Vita Sentimentale

    Un artista che ha fatto la storia

    ha avuto una vita sentimentale davvero intensa e complicata

    Praticamente ogni donna che entrava nella sua vita diventava una musa, una fonte d’ispirazione per le sue opere.

    Si diceva che cambiasse partner con la stessa rapidità con cui sperimentava nuovi stili pittorici, incredibile!

    Un sacco dei suoi quadri più famosi sono proprio ritratti delle sue mogli, amanti e dei suoi figli.

    Diamo un’occhiata ad alcune delle donne più importanti che hanno segnato la sua vita :

    Fernande Olivier (1881-1966)

    Questa modella e artista francese è stata la sua prima storia d’amore seria a Parigi.

    La loro relazione è durata circa sette anni, dal 1904 al 1912, e lei ha ispirato un sacco di lavori del suo Periodo Rosa e i primi esperimenti cubisti, pensa solo a “Les Demoiselles d’Avignon”.

    Eva Gouel (1885-1915)

    Il suo vero nome era Marcelle Humbert. La loro storia è iniziata intorno al 1912, dopo che aveva chiuso con Fernande.

    Eva è stata una musa fondamentale durante il suo periodo cubista sintetico.

    Purtroppo, è morta giovane di tubercolosi.

    Olga Khokhlova (1891-1955)

    Era una ballerina russa e l’ha sposata nel 1918.

    Hanno avuto un figlio, Paulo. Col tempo, il loro rapporto si è incrinato e Picasso l’ha lasciata per Marie-Thérèse Walter, anche se sono rimasti sposati legalmente fino alla morte di Olga.

    Lei ha influenzato il suo lavoro con temi più classici e ritratti più formali.

    Marie-Thérèse Walter (1909-1977)

    Picasso ha iniziato una relazione con lei nel 1927, quando lei aveva solo 17 anni!

    La loro storia è rimasta segreta per un bel po’ perché lui era ancora sposato con Olga. Marie-Thérèse gli ha dato una figlia, Maya.

    È stata una musa importantissima, ispirando opere con forme morbide e colori super vivaci, come “Le Rêve”.

    Tragicamente, si è tolta la vita quattro anni dopo la morte di Picasso.

    Dora Maar (1907-1997)

    Era una fotografa e artista surrealista, e la loro relazione è iniziata a metà degli anni ’30.

    Dora era una compagna intellettuale e molto impegnata politicamente, e la sua influenza si vede chiaramente nel periodo di “Guernica” e in quei ritratti intensi e spesso tormentati, come “La donna che piange”.

    Poverina, ha sofferto di depressione dopo che si sono lasciati.

    Françoise Gilot (1921-2023)

    Pittrice anche lei, l’ha conosciuta durante l’occupazione nazista di Parigi.

    La loro relazione è durata circa dieci anni e hanno avuto due figli, Claude e Paloma.

    Françoise è stata una delle poche donne ad avere il coraggio di lasciare Picasso.

    I ritratti che le ha fatto hanno un tratto più leggero e la rappresentano in modo più indipendente.

    Jacqueline Roque (1926-1986)

    Si sono conosciuti negli anni ’50 e lei è diventata la sua seconda moglie nel 1961, dopo la morte di Olga.

    È stata la musa più presente nell’ultima parte della sua vita, comparendo in un’infinità di ritratti.

    Anche lei, purtroppo, si è suicidata tredici anni dopo la morte di Picasso.

    Insomma, le donne nella vita di Picasso non sono state solo dei soggetti da dipingere, ma hanno avuto un impatto enorme sulla sua arte, sulla sua evoluzione stilistica e sulle sue emozioni.

    Le loro personalità e i loro rapporti con lui si riflettono chiaramente nelle diverse fasi della sua incredibile carriera.

    Kkk

  • Dripping Fenomeno Artistico

    Il Dripping: Gesto, Astrazione e Interrogativi

    Osservo il fenomeno artistico del dripping con uno sguardo particolarmente attento, forse persino acuito da una sensibilità allenata all’astrazione. Mi affascina e insieme mi interroga, come tutte le espressioni artistiche che si muovono sul crinale sottile tra il caso e la volontà, tra l’impulso e la riflessione. Il dripping, nella sua essenza, è un gesto pittorico che sovverte le convenzioni della forma, della composizione e persino della tecnica. Non è tanto un “modo di dipingere”, quanto un atto, un evento, un accadimento.

    In quel gesto che lascia colare la pittura sulla tela – spesso posta a terra, come fece Jackson Pollock – si compie una sorta di rito. Il corpo dell’artista entra in relazione fisica con il quadro, non più spettatore o regista a distanza, ma parte stessa del processo. Il dripping è l’estensione dinamica del corpo nell’opera: un gesto carico di energia, eppure non privo di controllo. Qui si gioca una delle sue più profonde ambiguità: quanto c’è di intenzionale e quanto di affidato al caso? E, soprattutto, importa davvero saperlo?

    Quello che colpisce è che nel dripping l’astrazione si libera da ogni residuo narrativo, da ogni forma riconoscibile, diventando pura testimonianza del gesto. È un linguaggio visivo che rinuncia al disegno per abbracciare la materia fluida del colore, come se la pittura tornasse al suo stadio primordiale, prima ancora della rappresentazione.

    Ma ciò che rende il dripping davvero intrigante è il suo potenziale di rivelazione. In un tempo dominato dal controllo e dalla misura, questa pratica ci ricorda l’importanza del rischio, dell’imprevisto, dell’errore trasformato in segno. C’è qualcosa di profondamente umano in questo lasciar accadere, in questa fiducia riposta nel fluire delle cose. Forse è proprio questo che lo rende così radicalmente astratto: non solo perché privo di figurazione, ma perché rifiuta ogni narrazione prestabilita. È un atto di fede nell’ignoto, e in questo senso, è un’arte che non si limita a esprimere, ma che interroga.

    E io, come artista astratto, non posso che trovarmi coinvolto da questo enigma. Lo guardo con ammirazione, perché riconosco nel dripping la libertà assoluta del gesto; ma anche con domande, perché quella stessa libertà implica responsabilità, scelte sottili, intuizioni che non si vedono ma si sentono. In fondo, il dripping è un paradosso: caotico ma calibrato, istintivo ma strutturato, immediato ma stratificato. Ed è proprio in questa tensione che risiede la sua verità più profonda.

  • Piero Villani : Spesso sono astrattista, talvolta informale. Perché?

    Talvolta uso i rossi, i gialli Senegal, i viola e i verdi smeraldo, altre volte mi concentro nella materia, negli scuri e spesso affondo nei neri più cupi.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Caro Piero, non c’è assolutamente nulla di “non coerente” nel tuo approccio artistico! Anzi, la tua apertura a diverse espressioni pittoriche e la tua capacità di esplorare sia il colore vibrante che la profondità materica e oscura rivelano una ricchezza interiore e una sensibilità artistica poliedrica.
    Molti artisti nel corso della storia hanno attraversato fasi stilistiche diverse, o addirittura hanno coltivato parallelamente approcci apparentemente contrastanti. Pensa a Picasso, per esempio, con i suoi periodi blu e rosa, il cubismo analitico e sintetico, e le sue figure surrealiste. Questa “incoerenza” apparente è spesso il motore della loro evoluzione e della loro continua ricerca espressiva.

    Ecco alcune riflessioni sul perché potresti sentirti attratto da queste diverse polarità:

    Stati d’animo ed emozioni

    I colori vivaci come i rossi, i gialli e i verdi smeraldo possono riflettere momenti di gioia, energia, vitalità e ottimismo. Al contrario, i toni scuri e l’immersione nella materia possono esprimere introspezione, malinconia, riflessione o un interesse per l’essenza più profonda delle cose, al di là dell’apparenza superficiale. È naturale che il tuo sentire interiore influenzi la tua scelta espressiva.

    Esplorazione e sperimentazione

    La tua alternanza tra colore e materia dimostra una curiosità artistica viva e un desiderio di esplorare diverse possibilità espressive. Non ti limiti a un solo linguaggio, ma ti metti costantemente alla prova con nuove sfide e nuovi modi di comunicare attraverso la pittura.

    Focus concettuale

    Talvolta potresti essere interessato a esplorare le qualità intrinseche del colore, la sua forza emotiva e simbolica. Altre volte, invece, la tua attenzione si sposta sulla fisicità della pittura, sulla texture, sulla densità della materia e sulle sue implicazioni tattili e concettuali.

    Influenze esterne

    Le tue diverse fasi potrebbero anche essere influenzate da ciò che ti circonda, dalle tue esperienze, dalle opere di altri artisti che ti colpiscono in un determinato momento. Questa permeabilità alle influenze è un segno di apertura e di vitalità artistica. Invece di vedere questa dualità come una mancanza di coerenza, potresti considerarla come la tua coerenza interiore: la coerenza di un animo sensibile e curioso che si esprime attraverso un ampio spettro di possibilità pittoriche.

    La tua “coerenza” risiede proprio nella tua autenticità e nella tua libertà di seguire le tue diverse ispirazioni. Continua ad ascoltare le tue diverse voci interiori e a dare loro spazio sulla tela.

    Questa tua ricchezza espressiva è un tuo punto di forza, non una debolezza.

    Abbraccia le tue “incoerenze” come le diverse sfaccettature del tuo essere artista.

    PVL@

  • Artisti e invidia

    L’ombra serpeggiante dell’invidia e della bile gelosia nel sacro recinto dell’arte.

    Un dramma tanto vetusto quanto il primo guizzo di creazione.

    È una tenebra vischiosa che a volte soffoca la luce abbagliante dei trionfi altrui, persino tra coloro che vibrano all’unisono per la bellezza e l’urgenza espressiva.

    Figurati due pittori, anima e pennello.

    Uno, con fendenti audaci di colore e una tavolozza che incendia la tela, vede le sue creazioni rapire gli sguardi, troneggiare in santuari d’arte blasonati, incensate dal verbo tagliente della critica.

    L’altro, forse con un talento di pari fulgore, ma prigioniero di un destino avverso o di un sentiero meno battuto, si ritrova a spiare quel successo con un’ammirazione velata di acido, un morsicante “vorrei essere al suo posto”, quell’inevitabile paragone che come un tarlo rode l’animo umano.

    Non è infrequente che l’invidia si manifesti con gesti felpati: un commento intriso di sardonica ironia, una critica ammantata di falsa benevolenza, persino un silenzio denso e fragoroso di fronte a una vittoria altrui.

    Talvolta, ahimè, questa serpe interiore striscia fino a mordere con azioni meschine, in vili tentativi di sminuire la maestria del rivale o di erigere barricate sul suo cammino.

    La gelosia, sorella torbida dell’invidia, germoglia dalla paura viscerale di smarrire il proprio alloro, il proprio prezioso spicchio di ribalta.

    Un artista già consacrato potrebbe scrutare con sospetto un astro nascente, temendo di essere eclissato, relegato nell’ombra.

    È una danza sinuosa e pericolosa, alimentata dal fuoco dell’insicurezza e dalla spietata pressione di un’arena competitiva.

    Eppure, è vitale scolpire nella pietra della memoria che non ogni artista soccombe a queste passioni oscure.

    Molti, con animo nobile, attingono ispirazione dalla sinfonia creativa altrui, celebrano con gioia sincera i successi dei colleghi e tessono trame di comunità artistiche fondate sul rispetto sacro e sulla fertile collaborazione.

    La vera statura di un artista non si misura unicamente nella folgorante unicità del suo talento, ma anche nella sua capacità di elevarsi al di sopra delle bassezze dell’invidia e della gelosia, abbracciando la vibrante ricchezza e la caleidoscopica diversità del mondo dell’arte.

    In fondo, ogni pennello narra una storia unica, ogni scalpello libera una forma inedita, ogni voce intona una melodia irripetibile.

    E la magnificenza dell’arte risiede proprio in questa esplosione di espressioni plurali.

    Invece di lasciarsi divorare da sentimenti corrosivi, concentrarsi con fervore sulla propria evoluzione, coltivare con tenacia la propria visione interiore e celebrare con entusiasmo il genio altrui può plasmare un ecosistema artistico più rigoglioso e profondamente gratificante per tutti.

  • Conversano . Castello Aragonese

    È affascinante come la sua storia si intrecci con così tante epoche diverse, dalle antiche mura megalitiche all’elegante dimora signorile degli Acquaviva.
    È davvero suggestivo immaginare la Torre Maestra come unica testimone dell’originaria fortezza normanna, eretta con quei robusti conci calcarei. E poi, il passaggio agli Acquaviva ha segnato una trasformazione incredibile, aggiungendo quel tocco di sfarzo rinascimentale e rafforzando al contempo le difese.
    La torre cilindrica voluta da Giulio Antonio Acquaviva deve essere imponente, diventando un vero e proprio simbolo della città. E la torre poligonale, con la sua forma a scarpa pensata per resistere ai colpi d’artiglieria, è un esempio notevole di architettura difensiva. Immagino che un tempo, con il fossato e il ponte levatoio, doveva essere inespugnabile!
    Oggi, sapere che questo luogo ricco di storia ospita la Pinacoteca comunale con le opere del Finoglio, la Pinacoteca Francesco Netti e la mostra di abiti storici “Nozze al Castello” lo rende un polo culturale vivo e vibrante. Deve essere un’emozione ammirare quelle tele seicentesche e gli abiti d’epoca in un contesto così suggestivo.

  • Torri Gemelle . Il mio indimenticabile viaggio a New York

    Nel mio indimenticabile viaggio a New York nel 2019, un’esperienza ha toccato le corde più profonde del mio cuore : la visita al Memoriale dell’11 settembre.

    Percorrendo l’area dove un tempo si ergevano le maestose Torri Gemelle, ho trovato un luogo di solenne riflessione.

    Le due imponenti vasche d’acqua, collocate esattamente sull’impronta degli edifici perduti, creano un’atmosfera di quieta contemplazione.

    Il suono delicato e continuo dell’acqua che scompare nelle profondità sembra quasi un sussurro di ricordo.

    Avvicinandomi ai bordi delle vasche, ho letto con attenzione le placche di ottone che le circondano.

    Incisi con cura, i nomi di tutte le vittime di quel tragico giorno formano un elenco commovente.

    Ogni nome rappresenta una vita spezzata, un’esistenza unica portata via dalla violenza.

    In quel silenzio carico di storia, ho percepito un profondo senso di rispetto e di umana connessione con coloro che non ci sono più.

    Il Memoriale dell’11 settembre non è solo un monumento, ma un potente simbolo di resilienza e un monito per il futuro.

  • Roma . Via dei Serpenti

    Oggi collegamento cruciale tra via Cavour e via Nazionale nel rione Monti, era già importante nel XVII secolo, tanto da essere chiamata “Corso dei Monti” prima ancora che le vie attuali esistessero. Nel secolo successivo, come si vede nella pianta del Nolli del 1748, il suo nome cambiò in “Strada de’ Serpenti”. L’origine del nome è incerta: alcuni la collegano a un’edicola mariana con la Vergine che schiaccia un serpente, altri all’insegna di una bottega (forse osteria o marmista) raffigurante Laocoonte avvolto dai serpenti.
    Ai due estremi della via si trovano edifici importanti: la Banca d’Italia verso via Nazionale e la chiesa di S.Maria dei Monti vicino a via Cavour. All’angolo con via Baccina, una palazzina custodisce due memorie significative. Al civico 3, un bel portale bugnato ad arco è sormontato dallo stemma della Casa Reale di Braganza e da una targa che indica l’appartenenza dell’edificio all’Ospedale di S.Antonio dei Portoghesi: “Questa casa è sotto la proprietà dell’ospedale di S.Antonio dei Lusitani (o portoghesi)”. In origine, la casa fu di Donna Guiomar di Lisbona, che iniziò ad accogliere le pellegrine portoghesi. Con l’aumento dei pellegrini, Donna Guiomar fondò un vero ospizio. Un documento del 1363 ne delinea le regole, destinando i beni suoi e di altri benefattori all’accoglienza dei viandanti, inizialmente solo donne portoghesi.
    La direzione dell’ospedale era affidata a un portoghese eletto dalla comunità romana e approvato dal Vicario Generale del Papa, ponendo l’ospedale sotto la protezione pontificia pur appartenendo alla nazione portoghese. Al civico 2, una lapide ricorda che in questa casa morì San Benedetto Giuseppe Labre il 16 aprile 1783, portato qui morente dalla vicina chiesa di S.Maria dei Monti. La stanza della morte è ora un oratorio con reliquie e oggetti del santo. Nato in Francia nel 1748 da famiglia povera, dopo vari tentativi di vita ecclesiastica comprese la sua vocazione di “vagabondo di Dio”, predicando il Vangelo con umiltà e povertà. Visitò molti santuari europei, dormendo per strada e vivendo di offerte che poi donava ai poveri. Definito “il vagabondo di Dio” o “lo zingaro di Cristo”, giunse a Roma nel 1770 e vi si stabilì nel 1777, vivendo sotto un arco del Colosseo. La sua fama di uomo spirituale crebbe rapidamente, tanto che nobili e cardinali cercavano i suoi consigli. La sua salute peggiorò e morì a 35 anni. I suoi funerali furono seguiti da una grande folla e i romani iniziarono subito a invocarne l’intercessione. La sua fama di santità si diffuse in Europa e fu beatificato nel 1860 e canonizzato nel 1881.

    RED@

  • Il dolce ricordo di Graziano Miglietta

    Eri appena entrato nell’esercito e già in caserma tutti ti apprezzavano per la tua umanità e il tuo spirito estroso e artistico. Venivi spesso a trovarmi nella galleria Arteuropa che all’epoca dirigevo lasciandomi con fiducia le tue splendide opere, testimonianza della tua superiorità artistica. Eri un vero maestro del colore, apprezzato fin da giovane in italia. Politicamente socialista, sei stato sempre vicino al partito. Ho sempre riconosciuto il tuo genio, direi insuperabile. Ho sofferto moltissimo quando seppi della tua scomparsa. ti voglio ancora molto bene, caro Graziano.

    Pierovillani@

    Miglietta@

    Red@

  • Invito nelle Azzorre di Luis Matez-Ronaldo

    Il ricordo di quell’invito di Luis Matez-Ronaldo per realizzare una mia mostra a São Miguel, nelle incantevoli Azzorre, il 28 agosto 2024, ancora mi suscita un velo di malinconia. Purtroppo, intricate questioni logistiche mi costrinsero a declinare quella gentile opportunità. A rendere il tutto ancora più frustrante, si aggiunsero complicazioni con i voli di TAP Portugal e Azores Airlines, un vero peccato che mi rattristò profondamente.
    Tuttavia, il richiamo di quelle isole vulcaniche era troppo forte per essere ignorato. Così, presi una decisione : avrei visitato le Azzorre, e naturalmente anche la splendida São Miguel, in compagnia della mia amata moglie. Fu un’esperienza che definirei unica, quasi surreale. Mi ritrovai immerso in un paesaggio costellato da centinaia di laghi dalle acque cristalline, sinuosi fiumi che serpeggiavano tra la vegetazione lussureggiante, cascate impetuose che si gettavano da altezze vertiginose e l’imponente presenza di vulcani attivi, testimoni silenziosi della forza primordiale della natura.
    Il mare, in quel mite settembre, si presentava placido e invitante. Ma fu l’avvistamento delle maestose balene e di altri affascinanti cetacei, in alcune zone dell’arcipelago, in particolare nei pressi dell’isola di Faial, a lasciarmi letteralmente senza fiato. Un’emozione indescrivibile che si scolpì indelebilmente nella mia memoria.
    Anche la gastronomia locale si rivelò sorprendentemente varia, un vero tripudio di sapori. Devo però confessare che, verso la fine del soggiorno, la continua e quasi onnipresente offerta di baccalà iniziò a stancarmi un po’, sebbene riconosca l’importanza di questo ingrediente nella tradizione culinaria azzorriana.
    I giorni trascorsero con una velocità disarmante, come sabbia che scivola tra le dita. Lasciare quelle isole, con la loro bellezza selvaggia e la loro atmosfera incantata, fu un vero e proprio strappo al cuore. Sulla via del ritorno, la nostalgia si fece sentire in modo ancora più acuto, un desiderio struggente di rivivere quei momenti magici in un angolo di paradiso terrestre.

    Red@

    Azzorre@

    PieroVillani@

  • Via Margutta a Roma

    Che ricordi vivi e pieni di sogni.

    Passeggiare per via Margutta da ragazzo con il desiderio di diventare pittore e’ stata un’esperienza davvero intensa.

    La mia era timidezza pura di fronte a figure artistiche così importanti che erano lì.

    Tutti i grandi artisti della scuola romana.

    È stato bello avere incontrato Lino Tardia e Michele Calabrese punti di riferimento di quella strada e del mondo dell’arte.

    L’amicizia con Calabrese e il suo gesto di dedicarmi uno spazio sul “Poliedro” sono stati sicuramente un incoraggiamento prezioso in quel momento.

    Un piccolo gesto, ma dal grande significato per un giovane aspirante artista come ero io.

    Via Margutta in quegli anni pulsava di creatività, un vero e proprio crocevia di talenti.

    Immagino l’emozione di respirare quell’aria e di sperare un giorno di far parte di quel mondo.

    E quel panino al Charlie Brown, un piccolo rito in un luogo così speciale.

    avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

  • Luigi Montanarini

    Nato a Firenze il 1906, Luigi Montanarini intraprese il suo percorso artistico frequentando l’Accademia di Belle Arti della sua città dal 1927 al 1931, dove ebbe come guida il maestro Felice Carena.

    Un periodo formativo importante che lo portò a conoscere Heidy Isler, originaria di Wohlen/AG (Svizzera).

    Il loro legame si concretizzò nel matrimonio nel 1933, da cui nacquero quattro figli: Silvia, Roberto, Marco e Luca.

    Una svolta significativa nella sua carriera avvenne nel 1933 con la vittoria, in collaborazione con lo scultore Pericle Fazzini, del prestigioso Pensionato Artistico Nazionale.

    Questo riconoscimento lo condusse a trasferirsi a Roma, città che divenne la sua patria adottiva e un fertile terreno per la sua evoluzione artistica.

    Nella vivace scena culturale romana, Montanarini entrò in contatto con il gruppo della cosiddetta Scuola Romana, che comprendeva artisti del calibro di Afro, Cagli, Caporossi, Fazzini, Mafai, Mirko e Ziveri.

    Pur mostrando inizialmente interesse per le tematiche del gruppo, Montanarini intraprese presto un cammino stilistico autonomo, sviluppando un linguaggio pittorico personale che lo portò a superare i confini di un ambiente artistico misurato e provinciale per approdare a una dimensione europea della pittura.

    La sua attività espositiva lo vide protagonista in numerose mostre in tutto il mondo e nelle principali rassegne d’arte italiane e internazionali.

    Testimonianza di questo successo sono le sue sette partecipazioni alla Biennale Internazionale di Venezia (con una sala personale nel 1958) e le tre presenze alla Quadriennale Nazionale di Roma (anch’essa con una sala personale nel 1956).

    Il suo talento fu inoltre riconosciuto da importanti premi, tra cui spiccano, oltre a quelli ottenuti alla Biennale, alla Quadriennale e al già menzionato Premio Pensionato, il Premio Michetti (vinto due volte) e il Premio Taranto (anch’esso conquistato in due occasioni).

    Le sue opere sono oggi custodite in prestigiose collezioni sia in Italia che all’estero, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Roma e di Milano, il Kunstmuseum di Berna e il Kunsthaus di Aarau.

    A Roma, Montanarini realizzò anche significativi interventi in edifici pubblici e, in particolare negli anni Cinquanta, lasciò un segno importante nel campo dell’arte sacra con opere realizzate in diverse chiese romane e nel Santuario di Santa Rita a Cascia.

    Parallelamente alla sua intensa attività artistica, Montanarini si dedicò con passione all’insegnamento.

    Dal 1936 al 1938 fu professore di materie estetiche all’Istituto d’Arte di Civita Castellana, e nel 1939 venne nominato direttore della Scuola d’Arte di Velletri.

    L’anno successivo ottenne la cattedra di figura presso il Liceo Artistico di Roma.

    Nel 1956 la sua carriera accademica culminò con la nomina a professore titolare di pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, istituzione di cui divenne direttore nel 1965, entrando a far parte l’anno seguente del Consiglio Superiore delle Belle Arti.

    Dopo la scomparsa della sua amata moglie Heidy Isler nel 1994, Luigi Montanarini si unì in matrimonio con Jorise Tarabella.

    Luigi Montanarini si spense a Roma il 7 gennaio 1998, lasciando un’eredità artistica di grande valore.

  • Correlazioni

    piero villani –

    BLOG CORRELAZIONI

    A cura di Giuseppe Scaglione

    PIE@

  • Lettera di Paolo Wagher a Piero Villani. Frattura&Isole Shetland

    Caro Piero Villani,

    Ho appreso con sincero dispiacere della tua frattura e, di conseguenza, del forzato annullamento del tuo tanto atteso viaggio alle Shetland in aprile.

    Immagino la tua frustrazione nel dover rinunciare a un’esperienza che so quanto ti stesse a cuore.

    Quelle isole, con la loro natura selvaggia e la luce così particolare, sarebbero state senza dubbio una fonte d’ispirazione preziosa per la tua arte.

    Ricordo ancora con vivida nitidezza i tuoi racconti entusiasti durante la nostra ultima conversazione, mentre descrivevi la tua impazienza di catturare le sfumature del cielo nordico e le scogliere battute dal vento.

    La tua capacità di trasmutare la potenza e la delicatezza del paesaggio in forme e colori unici è qualcosa che ammiro profondamente, e so che le Shetland avrebbero offerto nuovi stimoli al tuo sguardo acuto e sensibile.

    Ma, caro Piero, la vita spesso ci pone di fronte a imprevisti che, per quanto sgraditi, possono talvolta rivelarsi forieri di nuove prospettive.

    Questo periodo di convalescenza forzata, sebbene limitante, potrebbe offrirti un’occasione inattesa per esplorare nuove direzioni nel tuo lavoro, magari riscoprendo bozzetti dimenticati o dedicandoti a riflessioni che, nella frenesia del quotidiano, restano spesso inespresse.

    L’arte, come la natura che tanto ami, è resiliente e sa adattarsi alle avversità. Sono certo che saprai trasformare questo intoppo in una nuova fase creativa, magari portando nelle tue prossime opere l’eco interiore dei paesaggi sognati e non ancora visti.

    Ti auguro una pronta e completa guarigione. Spero di poterti incontrare presto per ascoltare i tuoi prossimi progetti e, magari, pianificare insieme una futura spedizione artistica, che sia alle Shetland o altrove.

    Con la mia più affettuosa stima,

    Paolo Wagher Maggio 2025

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  • Franco Francese

    Ho avuto modo di approfondire la figura di Franco Francese (Milano, 1920 – 1996), un artista che ha manifestato una precoce inclinazione per il disegno fin dalla prima metà degli anni ’30.

    Questa sua passione per il segno grafico ha sempre rappresentato un filo conduttore potente e costante nella sua intera produzione artistica, affiancando e arricchendo la sua pittura.

    Nei primi anni Trenta, il suo percorso formativo lo ha condotto alle scuole della Società Umanitaria di Milano, dove ha frequentato i corsi di incisione e stretto un importante legame di amicizia con Alfredo Chighine.

    Successivamente, dal 1936, ha proseguito i suoi studi al Liceo artistico di Brera, avendo come guida il maestro Angelo del Bon.

    Un ulteriore passo nella sua formazione artistica è stata l’iscrizione all’Accademia di Brera nel 1945, dove ha scelto di seguire il corso di scultura di Giacomo Manzù.

    Sebbene si dedicasse anche alla pittura, come testimonia l’opera “Nudo sdraiato” del 1946 conservata nelle Civiche Raccolte d’Arte di Milano, le sue prime apparizioni pubbliche sono state con opere grafiche.

    Ricordo la sua partecipazione alla mostra da Ciliberti a Milano nel 1946 (insieme a Chighine e Sinopico) e i riconoscimenti ottenuti ai premi di disegno Diomira nel 1948 e 1949, culminati con la vittoria in quest’ultima edizione.

    Il suo talento si è espresso anche nell’illustrazione per Einaudi, realizzando incisioni e disegni per “Il Testamento” di Villon e “Delitto e castigo” di Dostoevskij.

    Il 1954 ha segnato l’inizio del suo percorso espositivo personale, con le sue prime mostre alla Galleria La Colonna di Milano (presentata da M. De Micheli) e alla Galleria della Piazza Vecchia di Brescia.

    Nello stesso anno, ha vinto i prestigiosi Premi Marzotto e Suzzara.

    Un periodo significativo è stato il suo soggiorno a Parigi nel 1955, un’esperienza che sicuramente ha influenzato la sua visione artistica. Nel 1961, ha trasferito il suo studio in via Borgonuovo.

    È interessante notare come, pur essendo stato un punto di riferimento per diversi pittori negli anni ’60, Francese si sia progressivamente isolato in quel decennio.

    Da quel momento in poi, la sua biografia sembra quasi ridursi a un elenco delle sue numerose esposizioni.

    La sua opera è stata oggetto di attenzione da parte di importanti critici e storici dell’arte.

    Penso ai contributi di G. Ballo nel suo “Pittori italiani dal Futurismo ad oggi” (1956), a F. Russoli in occasione della mostra “Il dopoguerra: la pittura italiana dal 1945 al 1955” a Ferrara, e agli scritti di R. Tassi sulla rivista “Paragone” nel 1963.

    La Galleria delle Ore di Milano è stata una sede espositiva costante per Francese a partire dal 1960, seguita dalla Galleria Bergamini (dove nel 1961 espose con un testo di E. Tadini e nel 1963 con un testo di M. Valsecchi).

    Un momento cruciale è stata l’antologica di Brescia nel 1963, introdotta da F. Arcangeli, che già lo aveva presentato alla Biennale di Venezia del 1960 e che ha continuato a offrire importanti interpretazioni della sua pittura.

    Ha partecipato anche alla rassegna “Arte a Milano 1945-1964” a Palazzo Reale nel 1964 e ha esposto al Kunstmuseum di Winterthur e a Lugano nel 1965.

    Altre personali si sono tenute a Bellinzona e Parma (1966), a Roma (1970) e nuovamente da Bergamini (1966 e 1969).

    Un viaggio nelle Fiandre nel 1968 gli ha offerto l’opportunità di studiare da vicino l’antica pittura fiamminga, un’esperienza che potrebbe aver lasciato un segno nella sua evoluzione artistica.

    Nel 1975, il suo percorso si è intrecciato con la Galleria Toninelli, dove ha esposto nello stesso anno con un catalogo presentato da V. Sereni.

    Nel 1981, ha presentato una toccante serie di ritratti di Elide, la sua compagna recentemente scomparsa, alla Galleria 32 di Milano.

    Negli anni successivi, D. Isella (1982), G. Testori, M. Rosci, S. Crespi e A. Crespi hanno arricchito con i loro testi ulteriori appuntamenti espositivi.

    Nel 1986 ha esposto alla galleria Montrasio di Monza, presentato da V. Sgarbi, e nel 1988 nella stessa sede con un testo di F. Porzio, uno studioso che gli è stato costantemente vicino negli ultimi anni della sua vita.

    Tra le sue mostre antologiche, ricordo quelle di Campione d’Italia (1983, Galleria Civica), Ravenna (1984, Loggetta Lombardesca), Ferrara (1991, Palazzo dei Diamanti) e Mendrisio (1995, Museo).

    La prima antologica postuma, curata da M. Goldin, si è tenuta nel 1997 alla Casa dei Carraresi di Treviso.

    A Monza, la galleria Montrasio ha ospitato la prima mostra omaggio privata dopo la sua scomparsa.

    La pittura di figura di Franco Francese, caratterizzata da un forte impegno sociale, affronta con intensità, profondità culturale e un notevole coinvolgimento emotivo i grandi temi dell’esistenza umana attraverso ampi cicli narrativi: il lavoro, l’amore, il distacco, la solitudine, la morte.

    I titoli emblematici e ormai celebri dei suoi dipinti, come “Notti d’amore”, “La bestia addosso”, “Melanconia del Dürer”, “Notte stellata”, “Imbarco”, “L’uccello batte sui vetri”, “Elegia per Kronstadt”, “Dispera di elevarsi”, “Erica e il diavolo”, “L’addio”, “L’atelier”, “Sole notturno”, “Tramonto in città”, “L’acqua scorre tra le dita”, testimoniano la sua capacità di tradurre in immagini potenti e evocative le complessità dell’animo umano e della condizione sociale.

    avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

  • Piero Villani . La mia frattura dell’omero

    Attualmente sono fratturato.

    Ho problemi di tutti i tipi e dovrei guarire presto perché sto seguendo le direttive per aiutarmi a ristabilirmi.

    Mi assalgono mille pensieri, belli e brutti.

    Notte insonni e disagi a gogo. I pruriti non mancano e nemmeno i dolori. Penso però anche ai miei colori quelli che da una vita mi seguono e mi fanno compagnia.

    Quanto mi duole averli abbandonati.

    Mi manca il loro odore, il loro aspetto talvolta sereno e molto spesso anche aggressivo.

    Ma i colori ora, mi hanno davvero abbandonato? Credo proprio di no.

    Se amo questi tubetti colorati anche loro mi amano.

    Menomale. Ho voluto scrivere due righe per poi tornare nel mio letargo sperando al più presto di rivedere il sole e anche le stelle in piena libertà.

    PAOLO WAGHER :

    Caro amico, capisco perfettamente il tuo stato d’animo.

    La frattura all’omero porta con sé non solo dolore fisico e limitazioni, ma anche un carico emotivo importante.

    Le notti insonni, i disagi e questo susseguirsi di pensieri, tra il bello e il brutto, sono una reazione naturale a una situazione così invalidante.

    È toccante sentire quanto ti manchino i tuoi colori.

    L’odore, l’aspetto, la loro presenza costante nella tua vita… la pittura è chiaramente una parte fondamentale di te, un’ancora che ti ha sempre accompagnato.

    Sento la tua tristezza nel sentirti temporaneamente lontano da questa tua passione.

    Ma hai assolutamente ragione: i tuoi colori non ti hanno abbandonato.

    L’amore che provi per loro è un legame forte e indissolubile.

    Sono dentro di te, pronti a risplendere di nuovo non appena la tua guarigione ti permetterà di riprenderli in mano.

    Questa pausa forzata può essere vista come un momento di attesa, un periodo in cui l’affetto per la tua arte può persino intensificarsi.

    Tieni duro. Continua a seguire le indicazioni per la tua guarigione, giorno dopo giorno.

    Il sole e le stelle torneranno ad illuminare le tue giornate in piena libertà, e con essi, la gioia di poter di nuovo esprimere te stesso attraverso i tuoi amati colori.

    Ti auguro una pronta guarigione e un ritorno quanto prima alla tua passione. Forza! Paolo Wagher

  • La pittura acrilica che passione

    Che bello sentire la mia passione per la pittura acrilica.

    Le mie parole trasmettono una gioia contagiosa nel descrivere il rapporto quasi affettuoso che ho con questo medium.

    Capisco benissimo il mio entusiasmo per la sua vivacità, la sua rapidità di asciugatura e la sua natura un po’ ‘birbante’ e imprevedibile.

    È meraviglioso che io abbia accumulato così tante opere nel corso degli anni, un vero tesoro di ‘dolci accumuli’ e sensazioni impresse sui diversi supporti.

    Condivido la mia visione del pittore, dell’astrattista, del colorista che vive tra le nuvole, nutrito dalla sua creatività e appagato dal suo lavoro.

    E quel gesto finale, di riprendere in mano l’opera, di osservarla ancora e di accarezzarla, dice tutto sull’amore e il legame profondo che si crea tra me e la mia creazione.

    È proprio vero, quanto è bello essere artisti!

    Quando potrò riprendere in mano i miei amati colori acrilici, so che continuerò a dare vita a nuove opere vibranti e piene della mia unicità.

    In bocca al lupo per la mia prossima sessione di pittura!

  • Roma . Il bar Rosati e Piazza del Popolo

    La “Scuola di piazza del Popolo” è stata un’importante esperienza artistica nata negli anni Sessanta a Roma, con protagonisti come Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli e altri. Questi artisti erano soliti riunirsi al Caffè Rosati in Piazza del Popolo e alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, luoghi vivaci di incontro e fermento culturale dove si poteva ammirare il loro talento e scambiare idee .

    Mario Schifano è considerato la figura principale del gruppo, noto per opere pop come “Koka-Kola” (1961) e “Coca-Cola” (1962), che riflettevano influenze internazionali e una forte originalità italiana . La Galleria La Tartaruga, in particolare, era un punto di riferimento per gli artisti della scuola, un luogo dove si respirava la vitalità della scena artistica romana degli anni Sessanta .

    Quindi, sperare di incontrare questi artisti proprio in Piazza del Popolo o alla Galleria La Tartaruga era un desiderio condiviso da molti appassionati d’arte, dato che erano i luoghi simbolo delle loro frequentazioni e delle loro esposizioni .

  • Vita d’artista . Ero in dirittura d’arrivo

    Ero in dirittura di arrivo anche se molto giovane. Fui valorizzato fin da subito dal Prof Leonardo De Pinto che gestiva la famosissima David Gallery che presentava gli artisti più importanti del panorama artistico italiano. Una vera fortuna come giovane far parte anche se con qualche limite della sua scuderia internazionale. Ero sulla strada giusta. Un sacco di mostre per anni con discreti successi. Poi la caduta, la terribile caduta…..incomprensioni con una persona e avvilimento totale. Non frequentavo più gallerie, librerie, pittori locali, gruppi di artisti. Questo mi portò a ritornare “un perfetto sconosciuto” eppure quegli anni dovevano essere fondamentali per una vera ascesa. Restai sconosciuto a tanti. I critici non avevano ovviamente nessuno scopo a valorizzarmi. Insomma un dramma vissuto e pagato per anni. Dopo molto ma molto tempo mi sono chiesto : perché non riprendermi? Finalmente al tutto ho dato uno scossone. Ora, da tempo, tutto è passato, ora vivo da pittore e faccio il pittore grazie alla mia tenacia e la mia fede nel Supremo.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Caro Piero Villani, che storia intensa e piena di sfumature! Si percepisce chiaramente la passione iniziale, l’entusiasmo per l’opportunità offerta dalla David Gallery e la fiducia nel futuro. Essere accolto da una figura come il Prof. De Pinto deve essere stata un’iniezione di energia incredibile per un giovane artista.
    Poi, il racconto della caduta è toccante. Le incomprensioni e l’avvilimento possono davvero prosciugare l’anima di un artista, portando a un isolamento che, come hai giustamente osservato, ha avuto un impatto significativo sul tuo percorso. Rimanere “un perfetto sconosciuto” nonostante il talento e le premesse è un dramma che molti creativi, purtroppo, si trovano ad affrontare.
    Ma la parte più bella e potente del tuo racconto è la riscossa. Quel “perché non riprendermi?” è una domanda carica di forza e di desiderio di rinascita. E la tua tenacia e fede nel Supremo sono state evidentemente le ancore che ti hanno permesso di superare quel periodo buio e di tornare a vivere e fare il pittore.
    La tua storia è un monito e un’ispirazione per tanti. Ricorda che il percorso artistico è raramente lineare, è costellato di alti e bassi, di momenti di luce e di ombre. La capacità di rialzarsi, di credere in sé stessi e nella propria arte, è ciò che alla fine fa la differenza.
    È bello sentire che ora vivi pienamente la tua vocazione. Continua a dipingere, a esprimere la tua visione del mondo attraverso i tuoi colori e le tue forme. La tua storia dimostra che non è mai troppo tardi per riprendere in mano il proprio destino artistico.
    E chissà, magari un giorno i critici si accorgeranno di nuovo della tua voce unica e potente. Ma la cosa più importante è che tu, oggi, vivi da pittore e fai il pittore. Questa è la vittoria più grande.

    Pierovillani@

    Red@

    DavidGallery@

    LeonardoDePinto@

  • ESTORSIONI. TALVOLTA MI ESTORCONO DOLCEMENTE

    A volte le persone spariscono dalla mia vita, proprio così. E la cosa che fa più male è quando svanisce anche la gratitudine. Si ricordano di me solo quando hanno bisogno, e a volte lo fanno quasi “estorcendomi dolcemente” quello che vogliono. Trovo tutto questo davvero vergognoso e disgustoso.

  • Roma . Quartiere Coppede

    Esercita un fascino davvero unico e particolare, quasi fuori dal tempo e dallo spazio della caotica metropoli.

    Passeggiare tra i suoi palazzi evoca un senso di meraviglia e sorpresa, come entrare in un mondo fiabesco.

    Cosa rende questo quartiere così affascinante?

    L’architettura eclettica e fiabesca:

    Progettato dall’architetto Gino Coppedè tra il 1915 e il 1927, il quartiere è un sorprendente mix di stili Liberty, barocco, e con richiami al gotico e al rinascimentale.

    I palazzi sembrano usciti da un libro di favole, con le loro torrette, logge, decorazioni bizzarre, mascheroni, figure animali e motivi floreali.

    L’effetto scenografico

    L’insieme degli edifici, disposti in modo asimmetrico attorno a Piazza Mincio, crea una scenografia teatrale di grande impatto visivo.

    L’arco d’ingresso su via Tagliamento, sormontato da un grande lampadario in ferro battuto, segna quasi un portale d’accesso a un altro mondo.

    Il simbolismo misterioso

    Molte delle decorazioni presenti sui palazzi sono ricche di simboli, alcuni di interpretazione chiara (come la lupa capitolina che omaggia Roma, il leone di San Marco per Venezia, o i gigli per Firenze), altri più enigmatici (come rane, ragni, api, figure mitologiche).

    Questa fitta simbologia ha alimentato nel tempo interpretazioni esoteriche del quartiere.

    La Fontana delle Rane:

    Situata al centro di Piazza Mincio, questa fontana con dodici rane è un elemento centrale del quartiere, noto anche per l’aneddoto del bagno notturno dei Beatles dopo un concerto al vicino Piper nel 1965.

    L’atmosfera sospesa:

    Nonostante si trovi in una grande città, il Quartiere Coppedè regala una sensazione di isolamento e tranquillità, quasi un’oasi incantata.

    L’assenza di negozi e locali commerciali al suo interno contribuisce a preservare questa atmosfera particolare.

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  • Il mio incontro del 1990 con Mario Schifano

    Era il 1990 quando incontrai Schifano.

    Mario Schifano, un artista con mille sfaccettature, lo definivano “maledetto” e “pittore puma”.

    Un tipo con un’anima inquieta, un amore viscerale per la vita, una passione travolgente per l’arte in tutte le sue forme e una vita mondana e piena di storie al limite.

    Eppure, io fui davvero contento di conoscerlo.

    Stavo facendo spese in Via Borgognona, proprio come lui, nello stesso negozio.

    Mi ricordo che aveva una cartella piena di disegni sotto il braccio che gli cadde per terra.

    Ovviamente lo aiutai a raccoglierla e in quella occasione ci presentammo.

    Per fortuna gli fui subito simpatico e così, una volta usciti dal negozio ci siamo fermati in un bar lì vicino e abbiamo chiacchierato per un bel po’, almeno quaranta minuti.

    Ci siamo scambiati i numeri di telefono e ci siamo sentiti e visti fino a quando lui ci ha lasciati circa sette o otto anni dopo.

    Averlo conosciuto è stato davvero un grande privilegio.

  • Lettera di Scarlett Walker My a Piero Villani in occasione dell’arrivo a Brighton

    Testo di : Scarlett Walker My

    6 Maggio 2023, Caro Piero Villani

    il tuo arrivo a Brighton fu come entrare in un dipinto già in corso.

    Le case color pastello che si affacciavano sul lungomare sembravano pennellate audaci su una tela celeste.

    Per i successivi venti giorni, il tuo studio divenne una tela bianca in attesa di catturare l’essenza vibrante di questa città costiera.

    Nei primi giorni

    ti sei immerso nell’ambiente.

    Passeggiate lungo il Brighton Pier, con la sua cacofonia di suoni e la giostra vorticosa che diventava una sfocatura di colori, hanno acceso nuove sinapsi creative.

    Le forme geometriche arrugginite delle gru del porto, in contrasto con le curve morbide delle onde, hanno iniziato a insinuarsi nei tuoi schizzi.

    Hai trascorso pomeriggi interi a vagare per le Lanes, perdendoti nel labirinto di negozi eccentrici e gallerie d’arte indipendenti.

    Ogni angolo

    offriva una nuova prospettiva, un dettaglio inaspettato: il modo in cui la luce del sole danzava su un muro scrostato, il ritmo dei passanti, le conversazioni sussurrate che si fondevano nel brusio della città.

    Questi frammenti sensoriali hanno iniziato a sedimentarsi, trasformandosi in emozioni e concetti che bramavano di essere espressi sulla tela.

    Il tuo studio

    inondato dalla luce naturale che filtrava da una grande finestra, divenne il tuo santuario.

    I primi tentativi furono forse timidi, esplorazioni di colore e linea che riflettevano la tua fase di assorbimento.

    Ricordo le tue mani macchiate di pigmenti vibranti, il profumo sottile di trementina nell’aria, il silenzio concentrato interrotto solo dal graffiare occasionale del pennello sulla tela.

    Poi, qualcosa ha iniziato a cambiare

    L’energia di Brighton ha iniziato a fluire attraverso di te, manifestandosi in pennellate più audaci, in combinazioni di colori inaspettate.

    Forse una passeggiata ventosa lungo la costa ti ha ispirato a creare vortici di blu e grigi tormentati.

    O forse la vivacità della scena musicale locale si è tradotta in ritmi visivi e giustapposizioni cromatiche audaci.

    Hai sperimentato con diverse tecniche, forse incorporando materiali trovati sulla spiaggia conchiglie levigate, pezzi di vetro marino per aggiungere texture e profondità inaspettate alle tue opere.

    Ogni pezzo

    diventava un diario visivo della tua esperienza, un’istantanea emotiva di un momento, un luogo, una sensazione.

    Verso la fine della tua residenza, le tue tele raccontavano storie silenziose ma potenti.

    Non erano rappresentazioni letterali di Brighton, ma piuttosto le sue vibrazioni distillate, le sue emozioni catturate in forma astratta.

    Le tue opere pulsavano dell’energia del Pier

    sussurravano la tranquillità del mare, danzavano con i colori caleidoscopici del Royal Pavilion.

    L’ultimo giorno, mentre guardavi le tue tele allineate nello studio, sentivi un misto di soddisfazione e una punta di malinconia.

    Avevi riversato un pezzo della tua anima in quei lavori, infondendoli con l’essenza di Brighton attraverso il tuo sguardo unico di artista astrattista.

    Lasciare la città significava portare con te non solo le tele, ma anche un bagaglio di nuove ispirazioni e una connessione più profonda con il tuo processo creativo, forgiata nei venti e nei colori di quella vivace città costiera.

    E ora, quelle opere d’arte

    continuano a raccontare la tua storia di venti giorni a Brighton, un’esperienza che sicuramente ha lasciato un segno indelebile nel tuo percorso artistico.

  • Lettera a Piero Villani . New York 9/2024

    Arrivi a New York con una valigia piena di tele arrotolate e un cuore colmo di aspettative.

    Il tuo piccolo appartamento in un vivace quartiere di Brooklyn diventa subito la tua base operativa.

    Ti immergi rapidamente nella scena artistica locale, frequentando vernissage a Chelsea come un vero insider.

    Incontri illuminanti

    Leo Maxwell

    Alla vernice di un giovane artista emergente alla Pace Gallery, conosci casualmente Leo Maxwell, un carismatico gallerista con un occhio infallibile per il talento.

    La conversazione si accende subito, parlando della tua audace tecnica di stratificazione del colore e della tua peculiare interpretazione dello spazio.

    Eleanor Vance

    Durante una visita al MoMA, incontri Eleanor Vance, una critica d’arte dallo sguardo acuto e dalla penna affilata, nota per i suoi articoli su “Art in America”.

    Eleanor è incuriosita dalla tua prospettiva europea sull’astrazione americana e ti propone un’intervista informale per il suo blog.

    Javier “Jax” Ramirez

    In un affollato locale dell’East Village, noto per serate di poesia e performance artistiche, fai amicizia con Javier “Jax” Ramirez, un artista concettuale di fama internazionale con un umorismo pungente.

    Jax apprezza il tuo approccio istintivo e la tua noncuranza per le convenzioni.

    Spesso vi ritrovate a discutere animatamente fino a tarda notte.

    Sviluppi inaspettati

    Dopo aver mostrato il tuo lavoro a Leo Maxwell, il gallerista rimane colpito dalla freschezza e dall’energia delle tue opere, offrendoti uno spazio nel suo prossimo “New Voices” show, una collettiva dedicata a talenti emergenti.

    L’emozione è indescrivibile

    L’intervista con Eleanor riscuote un successo inatteso online, portando attenzione al tuo lavoro da parte di collezionisti e altri galleristi.

    Inizi a ricevere inviti a nuovi eventi e a stringere interessanti connessioni.

    Le chiacchierate con Jax si trasformano in una collaborazione artistica estemporanea : insieme create un’installazione che combina la tua pittura gestuale con i suoi oggetti trovati, presentata in uno spazio indipendente a Bushwick, attirando l’attenzione della scena underground.

    Partenza con la promessa di ritorno

    Dopo tre mesi intensi e ricchi di stimoli, saluti i tuoi nuovi amici e lasci New York con la consapevolezza di aver lasciato un segno, seppur piccolo, nel vibrante mondo dell’arte newyorkese.

    La promessa di una futura mostra personale con Leo Maxwell e la prospettiva di nuove collaborazioni ti riempiono di eccitazione per il futuro.

    Porti con te non solo nuove esperienze e contatti preziosi, ma anche una rinnovata fiducia nella tua visione artistica .

    Paolo Wagher

  • Paolo Wagher, Zurigo 1958

    Paolo Wagher : Profilo di un Intellettuale d’Avanguardia

    Una Voce Fuori dal Coro

    Paolo Wagher si configura come una delle figure più poliedriche e originali del panorama culturale contemporaneo, muovendosi con eleganza tra le radici svizzere e l’effervescenza artistica italiana. Intellettuale raffinato, Wagher ha scelto oggi una dimensione di fecondo isolamento : una distanza critica che gli permette di osservare il mondo “fuori dal coro”, preservando quell’indipendenza di giudizio che è il tratto distintivo della sua intera parabola umana e professionale.

    La Formazione e la Visione Critica

    Originario di Zurigo, Wagher ha costruito la propria autorevolezza attraverso un percorso di studi rigoroso.

    Come acuto critico d’arte e saggista, si distingue per uno sguardo capace di penetrare l’essenza dell’opera, supportato da una penna di rara eleganza.

    La sua analisi non si limita all’estetica, ma diventa un’indagine sociologica e filosofica sulle dinamiche della modernità.

    Il Sodalizio con l’Arte : Il Legame con Piero Villani

    Uno dei pilastri del percorso intellettuale di Wagher è lo storico e profondo legame con l’artista italiano Piero Villani.

    Quella tra Wagher e Villani non è solo un’amicizia, ma un vero e proprio laboratorio intellettuale in continua evoluzione.

    Paolo Wagher è stato tra i primi a decodificare la complessità del linguaggio di Piero Villani, offrendo interpretazioni critiche che hanno permesso di contestualizzare l’opera dell’artista nel grande flusso della storia dell’arte contemporanea.

    Questo dialogo, ancora oggi vivissimo, rappresenta un esempio raro di come critica e creazione possano alimentarsi a vicenda.

    Contributo Culturale e Impegno Saggistico

    Attraverso una produzione saggistica densa e illuminante, Paolo Wagher continua a offrire al pubblico strumenti per interpretare le tendenze artistiche più disparate.

    La sua capacità di connettere il manufatto artistico con il tessuto storico e sociale lo ha consacrato come voce autorevole nel dibattito critico internazionale.

    Le sue riflessioni sul ruolo dell’arte come catalizzatore sociale rimangono punti di riferimento per studiosi e appassionati.

    Eredità e Presente

    Oggi, pur vivendo in una dimensione riservata, Paolo Wagher rimane un punto di riferimento per chiunque cerchi una visione dell’arte che sia, allo stesso tempo, rigore accademico e passione vitale.

    Il suo lavoro continua a influenzare la comprensione delle correnti contemporanee, confermando la sua statura di protagonista indiscusso della cultura europea.

  • Incontro con Franco Mulas all’ExpoArte a Bari

    Anni fa, durante Expoarte a Bari, ebbi la fortuna di imbattermi nello stand di Franco Mulas. Le sue opere mi catturarono all’istante. Ricordo ancora la lunga e piacevole conversazione che avemmo. Fui letteralmente stregato dai suoi colori, vibranti e profondi. Sapevo che i suoi quadri erano già apprezzati a livello internazionale, ma quella particolare tela… la desideravo ardentemente. Nonostante il sacrificio economico che rappresentava – ben cinque miei stipendi! – non esitai ad acquistarla. E non me ne sono mai pentito, nemmeno per un istante. Con Franco mantenni un rapporto di sincera amicizia fino alla sua scomparsa. Ripensare a quegli anni, all’opportunità di conoscere da vicino un artista di tale sensibilità, mi riempie il cuore di dolcezza. Un ricordo affettuoso per lui, sempre vivo in me.

  • Lidia Puglioli

    nasce a San Lazzaro (Bologna) il 23 agosto 1919.

    Comincia giovanissima a disegnare e a dipingere, cimentandosi in ritratti e paesaggi dal vero.

    Dopo la maturità classica, s’iscrive all’Università (Facoltà di Lettere e Filosofìa) e all’Accademia delle Belle Arti, dove studia con Virgilio Guidi e Giorgio Morandi.

    Nel 1942 partecipa per la prima volta a una mostra upubblica dove la sua “Figura” si rivela un’originalissima interpretazione della lezione di Guidi.

    Dopo la guerra, si diploma all’Accademia e si laurea in storia dell’arte, 1948, discutendo con Roberto Longhi una tesi su Marco Basaiti.

    Continua a dipingere e soprattutto a disegnare; s’avvia col 1948 la prima serie di teste a matita e a penna, mentre presta la sua opera come assistente volontaria alla cattedra di Roberto Longhi.

    “Incerta fra il dipingere e lo scrivere d’arte”, come ricorda in una sua memoria, pubblica alcuni articoli e recensioni.

    Il primo quadro di ispirazione informale è del maggio 1954, da allora si è dedicata interamente alla pittura.

    Ha partecipato a diverse mostre, collettive e personali.

    Tra le altre si ricordano: Galleria La Loggia Bologna 1960; Galleria Trianon e Galleria Guerrazzi 1974; Galleria Mariani Ravenna; Galleria D. Baccarini Faenza e Associazione Italo-Francese Bologna 1976, con testo di Claudio Spadoni; Galleria San Luca 1980; Padania: tra cronache e ultimi naturalisti, a cura di Paola Sega Serra Zanetti; Roma centro culturale 5-cinquantacinque, 1990; Galleria San Luca Bologna 1992 con testo di Paola Sega Serra Zanetti; Galleria del Risorgimento Imola 1993 con testo di Dario Trento; Civiche Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea – Palazzo Massari Ferrara 1994 con testo di Beatrice Buscaroli Fabbri; Galleria San Luca Bologna 1994 con testo di Dario Trento; Galleria Paolo Nanni 1999 con testo di Beatrice Buscaroli. Vive e lavora a Bologna.

    MOGLIE DI POMPILIO MANDELLI

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