Il lato B della calvizie di Tajani
Rubrica
L’eco della chioma – osservatorio tricopolitico parlamentare
C’è chi affronta la calvizie con rassegnazione, chi con trapianti, chi con cappelli da pescatore liberal.
Antonio Tajani, invece, la affronta con istituzionale compostezza e un pizzico di indifferenza borbonica.
La sua calvizie è diplomatica, moderata, persino concordataria.
Ma attenzione
qui non parliamo della fronte spaziosa o della stempiatura prudente.
Qui ci interessa il retro, il lato B della calvizie, quello che le telecamere raramente inquadrano, ma che è lì, saldo come un senatore a vita, con la sua gloria silenziosa e il suo messaggio non detto.
Cosa ci racconta quella nuca?
– Che non ha tempo per la vanità,
– Che le idee contano più dei bulbi piliferi,
– Che la Repubblica si amministra anche senza riporto.
Eppure, in quella liscia estensione occipitale, c’è una narrazione politica.
Non è la calvizie ansiosa di chi l’ha persa combattendo,
ma la calvizie serena di chi ha già vinto.
È la spogliazione consapevole del potere temporale
dove altri costruiscono ciuffi, lui offre il deserto.
Dove altri piantano barbe identitarie, lui risponde con una chiarezza epidermica.
Dove si parlano slogan, lui mostra il cranio.
Si racconta che una volta, durante un vertice europeo, Macron sia rimasto ipnotizzato dal riflesso del lampadario sulla sua nuca.
Si dice che quella calvizie porti con sé i segreti dell’accordo di Maastricht, e che la NATO, quando lo guarda da dietro, si fida.

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