Il fascino di Goa risiede da sempre nella sua natura duale, sospesa tra la violenza della colonizzazione portoghese e la quiete tropicale delle sue spiagge.
Quando alla fine degli anni Sessanta le prime carovane di giovani occidentali arrivarono su queste coste, videro in Anjuna e Vagator la materializzazione di un’utopia.
Era la fuga dalle rigidità della Guerra Fredda e dal materialismo industriale, un ritorno a una purezza primordiale guidato dalla musica, dalla spiritualità e dalle sostanze psichedeliche.
Quel sogno, tuttavia, conteneva già in nuce i germi della propria fine.
L’arrivo di massa di una gioventù in cerca di assoluto ha progressivamente alterato l’equilibrio di comunità locali basate su ritmi tradizionali e secolari.
Nel corso dei decenni, l’isolamento mistico si è trasformato in un brand globale.
La cultura della Goa Trance e dei primi raduni spontanei sulla spiaggia ha ceduto il passo a un turismo di massa strutturato, fatto di grandi resort, festival commerciali e logiche puramente speculative.
Oggi, quel tramonto che i primi hippy contemplavano come un momento di comunione cosmica assume un significato più malinconico.
Resta la bellezza del paesaggio indiano, ma l’utopia libertaria si è cristallizzata in una cartolina per nostalgici, lasciando spazio alla realtà complessa di un territorio che deve fare i conti con la propria stessa leggenda.
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