Squallidi nell’etere

Il termine evoca immediatamente l’immagine di un’invasione silenziosa ma pervasiva che si consuma ogni giorno attraverso i canali invisibili della comunicazione moderna.

L’etere, un tempo considerato lo spazio nobile della trasmissione del pensiero e dell’arte, si è progressivamente trasformato in un ricettacolo di rumore degradato e di esibizionismo privo di spessore.

Questa forma di squallore non è legata alla povertà dei mezzi tecnici, ma alla miseria dei contenuti che vengono veicolati con sfrontata insistenza.

Si manifesta nella proliferazione di voci urlate, nella spettacolarizzazione del privato e nella costante ricerca di un consenso superficiale che anestetizza lo spirito critico.

La figura dello squallido nell’etere è quella di chi occupa uno spazio pubblico virtuale senza avere nulla da offrire se non la propria autoreferenzialità.

Il mezzo radiotelevisivo o digitale diventa così un amplificatore del vuoto, dove la volgarità dei toni sostituisce la profondità del dialogo.

Il fenomeno riflette una dinamica sociale più ampia, in cui la visibilità a tutti i costi ha superato il valore della dignità e della riflessione.

In questo scenario, l’etere perde la sua funzione originaria di connessione e condivisione culturale per ridursi a un palcoscenico di ombre sbiadite che si contendono un barlume di attenzione distratta.

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