Il livore politico si manifesta come una nebbia fitta che avvolge e distorce il senso stesso della polis.
Quando il risentimento diventa la spinta primaria dell’azione pubblica, il confronto si riduce a un gioco a somma zero dove l’annientamento dell’altro sostituisce la dialettica.
Questa dinamica trasforma l’avversario in un nemico assoluto contro cui scagliare un’indignazione perennemente alimentata.
Non si cerca più la sintesi o la soluzione di un problema comune, ma la celebrazione del proprio sdegno, un rituale che consuma le energie migliori del tessuto sociale.
A lungo andare, questo clima di perenne ostilità produce una stanchezza profonda e diffusa.
La parola pubblica perde la sua capacità di fondare progetti e visioni di futuro, rimanendo schiacciata sotto il peso di un livore che toglie respiro alla comunità.
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