non è un atto di passività o di debolezza. La passività è un ritiro. È l’energia che cede, che non trova più la forza di rispondere e si adatta per esaurimento. La calma è l’opposto : è energia contenuta, tenuta in forma. Non è assenza di conflitto, ma capacità di abitarlo senza esserne deformati. Non è silenzio per paura di parlare, ma silenzio scelto perché la parola, quando arriverà, abbia peso. A livello umano, richiede più forza mantenere la lucidità nel rumore che aggiungersi al rumore. La reazione è automatica, immediata, economica. La calma è una costruzione volontaria. È l’intervallo tra lo stimolo e la risposta che viene difeso, allargato, reso abitabile. Per questo è stata spesso confusa con debolezza. Una cultura che misura il valore sull’intensità e sulla velocità fatica a riconoscere il potere del gesto misurato. L’urlo sembra sempre più convinto del sussurro, l’urgenza più importante della pazienza. Eppure ogni azione precisa nasce da lì. La mano ferma del chirurgo, la decisione nitida nel caos, il tratto esatto sulla tela bianca. Nessuna di queste cose è indifferenza. È padronanza. Gli antichi la chiamavano enkrateia : non repressione, ma governo di sé. Non spegnere il fuoco, ma imparare a tenerlo acceso senza bruciare la casa. La calma, in questo senso, non è dolcezza. È una forma di resistenza.
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