ROMOLO ROMANI

Rappresenta una delle figure più singolari e precoci del primo Novecento italiano, collocandosi al confine tra simbolismo, primo futurismo e una primissima intuizione di astrattismo.

La sua traiettoria artistica, interrotta prematuramente dalla malattia e dalla morte nel 1916 a soli trentadue anni, ne ha condizionato la fortuna storiografica, lasciandolo a lungo ai margini del grande racconto delle avanguardie.

La qualifica di astrattista per Romani va intesa non nel senso di un’adesione formale al movimento geometrico o lirico di matrice kandinskiana, bensì come uno sconfinamento precoce e visionario oltre la rappresentazione oggettiva.

La sua ricerca si sviluppa attorno al concetto di “psicostrato” e alla traduzione visiva delle onde sonore, delle sensazioni e delle forze invisibili. Ne sono un chiaro esempio i suoi celebri studi e disegni sui Prismi e sulle Onde acustiche, realizzati già nel primo decennio del secolo, nei quali la forma naturale si dissolve in strutture dinamiche e rifrazioni luminose.

Firmò nel 1910 il primo Manifesto dei pittori futuristi insieme a Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini, ma se ne distaccò quasi subito per mantenere un’autonomia espressiva radicata nella teosofia, nell’introspezione psicologica e nel simbolismo psicologico.

La sua influenza sul primo Boccioni — in particolare sulla genesi della serie degli Stati d’animo — fu cruciale, poiché Romani fu tra i primi in Italia a tentare di dare figura non al visibile, ma all’energia e alle vibrazioni interiori dell’uomo.

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