POESIA E DISPERAZIONE

La poesia non è una cura alla disperazione, né una sua consolazione a buon mercato. È, semmai, l’unico strumento capace di misurarla senza volgere lo sguardo altrove.

Quando la disperazione azzera il senso e svuota la parola quotidiana, la poesia interviene non per riempire quel vuoto, ma per dargli un margine, una forma geometrica, una possibilità di perimetro. Trasforma l’abisso indistinto in un’evidenza visibile. È il tentativo estremo di nominare la crepa prima che la muratura crolli del tutto.

C’è una precisione spietata nell’atto poetico quando incrocia lo sconforto. La prosa cerca spiegazioni, tenta di ricostruire una trama logica o una giustificazione temporale. La poesia no. La poesia lavora per frammenti, affila la parola fino a renderla uno stilo che incide il buio, accettando l’essenza della perdita senza chiedere nulla in cambio.

Forse la vera natura del verso, quando incrocia la disperazione, sta proprio in questo. Non nel lenire la ferita, ma nell’impedire che la ferita passi inosservata. È la testimonianza ostinata di una presenza che, pur nell’ombra più fitta, trova ancora il coraggio di lasciare un segno.

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