Il prelato disattento cammina tra le navate d’ombra della sua chiesa antica con il passo lento di chi conosce a memoria ogni singola piastrella di marmo consumato.
Ha le mani intrecciate dietro la schiena e la mente smarrita in un labirinto di pensieri terreni che poco condividono con la solennità delle sacre scritture.
Mentre una luce fioca e polverosa filtra dalle vetrate istoriate tagliando la penombra in diagonale egli sfila davanti agli altari laterali senza dedicare nemmeno uno sguardo ai santi dipinti sulla tela.
Un fedele sosta in silenzio nell’ultimo banco in attesa di un segno o di un gesto di conforto umano ma il prelato gli passa accanto distratto sfiorando appena il legno intagliato senza cogliere quella richiesta muta.
La sua veste talare produce un fruscio secco e ritmico lungo il pavimento freddo interrompendo un silenzio che pare solido e immutabile come le pietre della sagrestia.
È una figura incapsulata nei propri frammenti di quotidianità incapacitata a scorgere i piccoli dettagli del mondo circostante che pure continua a fluire a un millimetro dalle sue dita.
Quando giunge finalmente davanti all’altare maggiore si ferma per un istante fugace come se avesse dimenticato l’origine stessa del suo cammino o la parola esatta per iniziare la preghiera.
Dall’esterno giunge il rumore sordo della città che vive mentre all’interno rimane soltanto quel movimento meccanico di un uomo avvolto dal proprio silenzio invisibile.
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