L’esistenza non si misura con la superficie levigata delle cose ma con la profondità delle ferite che sa accogliere.
C’è un momento preciso in cui il semplice segno tracciato sulla materia cessa di essere un esercizio estetico e si trasforma in una testimonianza organica.
Il graffio è l’irruzione della coscienza nel caos del mondo.
Quando è superficiale appartiene alla cronaca della distrazione.
Quando affonda la sua lama invisibile fino a toccare il pulviscolo dell’esperienza umana muta la sua natura.
Diventa sangue.
Non nel senso macabro della cronaca ma come metafora assoluta della verità che affiora.
Ogni artista autentico scava nella propria carne prima ancora che sul supporto.
Il colore non è mai un semplice rivestimento decorativo ma la crosta protettiva sopra un taglio mai del tutto rimarginato.
Il supporto ligneo o la carta accolgono questo spasmo e lo trattengono restituendolo allo sguardo sotto forma di geometria dolente o di segno irriducibile.
La civiltà contemporanea anestetizza il dolore per renderlo digeribile e consumabile.
Il pensiero critico e l’arte vera fanno esattamente il contrario.
Riaprono le cicatrici per ricordarci che siamo vivi.
Il graffio che diventa sangue è il marchio indelebile di chi non accetta la neutralità del visibile.
È la traccia lasciata da un passaggio che non ammette sconti.
Chi guarda quell’opera non osserva soltanto una composizione cromatica ma partecipa a un rito di svelamento.
La materia grida ciò che le parole non riescono più a contenere.
In quel punto esatto l’arte smette di essere rappresentazione e ritorna a essere ferita aperta nel corpo del mondo.
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