Sui “denti scomposti di Riccardo Magi” apre le porte a una riflessione di rara e sottile ironia geometrica.
In un mondo politico ossessionato dall’allineamento perfetto, dove ogni dichiarazione deve essere millimetrata e ogni sorriso deve brillare di un candore artificiale da prima serata, un dettaglio così visibilmente asimmetrico diventa quasi un atto di ribellione involontaria.
Quella scomposizione sembra farsi beffe delle rigide simmetrie parlamentari.
È come se ogni singolo dente avesse deciso di iscriversi a una corrente politica diversa, rifiutando la disciplina di partito per rivendicare una propria, anarchica autonomia di posizionamento nello spazio.
L’ironia profonda risiede proprio in questo contrasto insensato.
Da un lato c’è il rigore delle battaglie radicali, delle riforme precise e dei dibattiti costituzionali; dall’altro, una dentatura che sembra aver abbracciato una filosofia cubista, dove la linea retta è solo un lontano ricordo d’infanzia.
In fondo, in un’epoca di leader fotocopiati e sorrisi standardizzati a trentadue denti tutti perfettamente in riga, una bocca che rifiuta l’ordine precostituito conserva una sua paradossale, disordinata autenticità.
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