SUL VIDEOGIOCO

Un’industria che consuma se stessa per paura del rischio.

L’illusione dell’evoluzione tecnologica ha mascherato per anni una profonda paralisi formale. L’aumento della potenza di calcolo, il fotorealismo ossessivo e le mappe sconfinate non hanno ampliato le forme del sentire, ma hanno semplicemente recintato il gia noto dentro scenografie piu costose.

Il videogioco contemporaneo soffre di un’ipertrofia visiva a fronte di una atrofia concettuale. Le grandi produzioni operano oramai secondo logiche puramente finanziarie, trasformando l’opera in un investimento immobiliare ad alto rischio dove l’inatteso e bandito. Si produce per mercati globali uniformati, riducendo l’esperienza di gioco a formule matematiche collaudate: loop di ricompense trascinati all’infinito, architetture narrative prevedibili e schemi di ingaggio presi in prestito dal marketing comportamentale.

La cultura del remake, del remaster e del sequel ad oltranza non e soltanto una scorciatoia commerciale, ma il sintomo d’epoca di un’incapacita strutturale di figurarsi il futuro. Si rifugia nella nostalgia perche il presente e privo di una visione formale autonoma. L’innovazione, confinata quasi esclusivamente ai margini dell’esperienza indipendente, fatica a penetrare il centro del discorso culturale, rimanendo spesso sopraffatta dal rumore di fondo delle produzioni di massa.

Quando il linguaggio espressivo di un mezzo smette di interrogare le proprie strutture per limitarsi a perfezionare la propria tecnica, la stagnazione diventa inevitabile. Il videogioco rischia cosi di trasformarsi in un sofisticato parco giochi digitale, un passatempo privo di attrito che ha rinunciato alla complessita dell’invenzione per l’orizzonte rassicurante della ripetizione.

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