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  • Riccardo Schicchi

    Riccardo Schicchi

    POLIEDRICO TALENTO ITALIANO

    Spaziò con audacia tra regia, fotografia e imprenditoria.

    Nato ad Augusta, in Sicilia, il 12 marzo 1953, si trasferì ben presto a Roma, dove coltivò la sua vena artistica diplomandosi al liceo artistico con specializzazione in fotografia e proseguendo gli studi all’accademia d’arte.

    La sua carriera fu caratterizzata da un singolare dualismo : da un lato, documentò con la sua macchina fotografica le crude realtà di conflitti in Cambogia, Tibet e Vietnam; dall’altro, intraprese un percorso nel mondo dell’intrattenimento conducendo su Radio Luna il provocatorio programma “Voulez-vous coucher avec moi?” insieme a Ilona Staller, in seguito celebre come Cicciolina, con la quale portò in scena anche uno spettacolo hard itinerante.

    Il celebre attore a luci rosse Rocco Siffredi riconobbe in Riccardo Schicchi una figura paterna e professionale determinante per la sua ascesa.

    Fu proprio grazie a lui, infatti, che Siffredi divenne un’icona del cinema per adulti.

    In un’intervista rilasciata dopo la scomparsa del regista, Siffredi ricordò : “Sono nato con lui, nell’agenzia Diva Futura.

    Avevo 20 anni quando mi scelse : sono stato l’unico uomo tra tutte le sue donne Cicciolina, Moana, Malù, Ramba, accettato perché era un amante della bellezza.

    È stato lui a sdoganare tutto il mondo del porno, all’epoca di Ilona Staller, del partito dell’Amore e di Diva Futura.

    Io sono venuto dopo e grazie a lui, a me dicevano che ero un figo, lui si prendeva gli insulti dei benpensanti.

    Schicchi ha sempre fatto questo lavoro con passione, pensando a un’arte.

    Certo aveva fiutato il business, è stato un genio del porno italiano, ma lavorava con grande trasporto”.

  • CRACOVIA/VERO GIOIELLO

    CRACOVIA/VERO GIOIELLO

    Ripenso a quando l’ho visitata e posso dire che è davvero una città che ti entra nel cuore.

    Anche se Varsavia ora detiene il titolo di capitale, percepisci chiaramente che Cracovia continua a pulsare di un’energia fatta di arte, storia e un’incredibile sete di sapere.

    È un vero gioiello della Polonia, un faro che attira visitatori da ogni angolo del globo.

    Camminare per i corridoi dell’Università Jagellonica mi ha fatto sentire parte di una storia secolare.

    Sapere che figure di spicco come Niccolò Copernico hanno studiato tra quelle mura ti fa capire il ruolo cruciale che Cracovia ha sempre avuto nel panorama intellettuale europeo.

    E poi, perdermi nel suo centro storico, così splendidamente preservato e giustamente protetto dall’UNESCO, con la sua maestosa Piazza del Mercato (Rynek Główny) brulicante di vita e la cintura verde del Planty che l’abbraccia dolcemente… beh, è un’esperienza quasi magica.

    Si respira la storia ad ogni passo, si immagina la vivacità che ha animato quelle strade per secoli.

    Ricordo ancora il suono dei trombettieri dalla Torre di Santa Maria, un richiamo che sembra echeggiare attraverso il tempo.

    E la “Dama con l’ermellino”.

    Sapevo della sua importanza, ma trovarmi di fronte a un capolavoro di Leonardo da Vinci, custodito per così tanto tempo tra le mura del Castello del Wawel e ora ammirabile al Museo Nazionale, ha aggiunto un ulteriore, inestimabile, strato di prestigio culturale a questa città già splendida.

    Pensare alle sue vicissitudini storiche, al suo viaggio attraverso i secoli, rende la sua bellezza ancora più intensa.

    Cracovia non è solo una bella città da vedere, è un luogo da vivere, da sentire, un concentrato di storia, arte e cultura che ti lascia un segno indelebile.

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    Cracovia è una città dal fascino senza tempo, ricca di storia, arte e atmosfere uniche.

    Che tu abbia pochi giorni o un soggiorno più lungo, ci sono tappe imprescindibili che raccontano il meglio della cultura polacca e del suo passato glorioso.

    Ecco i luoghi e le esperienze che non puoi perdere durante una visita a Cracovia.

    Rynek Główny (Piazza del Mercato)

    Il cuore pulsante di Cracovia, Rynek Główny, è una delle piazze medievali più grandi e suggestive d’Europa.

    Circondata da edifici storici, caffè e mercatini, ospita il Mercato dei Tessuti e la Basilica di Santa Maria.

    È il punto di partenza ideale per esplorare la città vecchia, immergendosi nella sua vivace atmosfera e ammirando la straordinaria architettura gotica e rinascimentale.

    Wawel Royal Castle e Wawel Cathedral

    Il complesso del Wawel domina la città dall’omonima collina ed è simbolo della storia polacca.

    Il Castello Reale offre stanze di stato, appartamenti reali e musei, mentre la Cattedrale di Wawel è il luogo di incoronazione dei sovrani polacchi e ospita tombe reali e la famosa campana di Sigismondo.

    Entrambi sono tappe fondamentali per comprendere il passato glorioso di Cracovia.

    Czartoryski Museum

    Questo museo storico custodisce una delle collezioni d’arte più prestigiose della Polonia, tra cui la celebre ‘Dama con l’ermellino’ di Leonardo da Vinci.

    Perfetto per gli amanti dell’arte, offre un viaggio tra dipinti, oggetti storici e testimonianze del patrimonio culturale europeo.

    Basilica di Santa Maria

    Situata proprio sulla Rynek Główny, la Basilica di Santa Maria è uno degli edifici religiosi più iconici della città.

    Spicca per il suo altare gotico di Veit Stoss e per la tradizione dell’Hejnal, la tromba che ogni ora risuona dalla torre.

    Salire sulle sue torri regala una vista spettacolare su tutta Cracovia.

    Wieliczka Salt Mine

    A pochi chilometri dal centro, la Miniera di Sale di Wieliczka è una meraviglia sotterranea dichiarata Patrimonio UNESCO.

    Offre un percorso tra gallerie, cappelle scolpite nel sale e laghi sotterranei: un’esperienza unica che affascina adulti e bambini, perfetta per chi cerca qualcosa di diverso dal solito tour cittadino.

    Planty

    Il parco Planty è un anello verde che circonda il centro storico, ideale per una passeggiata rilassante tra alberi, statue e aiuole.

    Offre una pausa rigenerante tra una visita e l’altra, permettendo di ammirare le antiche mura della città e di cogliere scorci pittoreschi.

    Porta di San Floriano e Barbacane

    Questi resti delle antiche fortificazioni medievali sono tra i simboli più affascinanti della Cracovia storica.

    La Porta di San Floriano, con il suo Barbacane, racconta la storia difensiva della città e offre una passeggiata suggestiva lungo le mura, perfetta per gli appassionati di storia e fotografia.

    Museo Sotterraneo della Piazza del Mercato

    Situato proprio sotto la Rynek Główny, questo museo innovativo permette di esplorare le fondamenta medievali della città attraverso percorsi interattivi e tecnologie moderne.

    Ideale per chi vuole scoprire la Cracovia nascosta e vivere un’esperienza coinvolgente, soprattutto in famiglia.

    Pvl

  • MICHELE MARVULLI

    Dal repertorio lirico a quello sinfonico

    Un nome che risuona con la nobiltà di un pianoforte Steinway e l’autorevolezza di una bacchetta d’ebano .

    Nato nel fertile 1929 ad Altamura, questa terra generosa di talenti, Marvulli non ha semplicemente intrapreso una carriera musicale, ma l’ha forgiata con la tenacia di un artigiano e la visione di un profeta del suono .

    Già in tenera età, le sue mani danzavano sulla tastiera con una naturalezza disarmante, conquistando allori nei più prestigiosi concorsi pianistici dell’epoca .

    Genova nel ’48, un trampolino di lancio, e poi Ginevra nel ’55, dove la sua intesa cameristica con la violinista Ludmilla Kutznetsoff si fuse in un’unica voce, meritando l’oro .

    Un presagio di quella rara capacità di ascolto e dialogo che lo avrebbe contraddistinto .

    Il suo apprendistato fu un crogiolo di eccellenze: il “Piccinni” di Bari, fucina di talenti, dove Nicola Costa gli disvelò i segreti del pianoforte e Nino Rota, genio multiforme, gli instillò la scintilla della composizione .

    Un legame, quello con Rota, che trascendeva la semplice relazione maestro-allievo, trasformandosi in una profonda intesa intellettuale e umana .

    La parentesi svizzera, alla Hohe Musikschule di Basilea, fu un ulteriore arricchimento, un affacciarsi su orizzonti musicali diversi .

    Roma e l’Accademia di Santa Cecilia con Rodolfo Caporali affinarono ulteriormente la sua tecnica, mentre il diploma in Musica da Camera con Arturo Bonucci cementava la sua sensibilità per l’ensemble .

    Ma è al suo ritorno in Italia, a partire dagli anni ’60, che Michele Marvulli ha lasciato un segno indelebile .

    Per oltre quarant’anni, nei conservatori di Bari, Firenze e Pesaro, non ha solo insegnato, ma ha plasmato una vera e propria scuola pianistica italiana .

    Nomi come Emanuele Arciuli, Luigi Ceci, Gregorio Goffredo, Giovanna Valente, Angela Montemurro Lentini… una costellazione di talenti che oggi brillano nel firmamento musicale, testimoni della sua sapienza didattica .

    Il rapporto con Nino Rota fu un capitolo fondamentale della sua esistenza artistica .

    Non un semplice consulente, ma un confidente, un testimone privilegiato del suo genio creativo.

    Marvulli ha diretto prime esecuzioni di opere cruciali, come il Concerto in mi minore per pianoforte con lo stesso Rota al solista per la RAI di Napoli, e l’opera “I due timidi” al Teatro Petruzzelli di Bari .

    Ha interpretato con profonda comprensione i capolavori rotiani nei teatri più importanti, curando con amore filiale anche l’edizione postuma di preziose pagine pianistiche, come i “Preludi” .

    Un atto di devozione e di profonda amicizia .

    E poi, la direzione d’orchestra, una vocazione coltivata fin dall’infanzia, incoraggiata dalle parole illuminanti di Nino Rota .

    I corsi di Franco Ferrara all’Accademia Chigiana di Siena nel biennio ’71-’72 furono la scintilla definitiva .

    Il plauso di Ferrara, un maestro di tale caratura, fu la spinta propulsiva verso una nuova, entusiasmante carriera .

    Michele Marvulli si è imposto come direttore autorevole e rispettato, accolto con entusiasmo dalle migliori orchestre italiane .

    Le sue collaborazioni con solisti del calibro di Arnaldo Cohen, Aldo Ciccolini, e il profondo sodalizio con Sergio Fiorentino sono pagine memorabili della storia musicale italiana .

    Pubblico e critica ne hanno sempre riconosciuto la profonda musicalità e la sua capacità di infondere vita e colore ad ogni partitura .

    Ha spaziato con naturalezza dal repertorio lirico a quello sinfonico, spesso esibendosi nella duplice veste di direttore-solista, un’ulteriore prova della sua versatilità e del suo dominio della scena .

    Il suo talento ha varcato i confini nazionali, portandolo a dirigere prestigiose orchestre straniere : dalla Camera di Praga al Festival internazionale di Ljubljana, all’orchestra del Festival Internazionale di Pola per una “Turandot” vibrante, fino all’omaggio a Nino Rota con l’orchestra del Festival Internazionale di Reykjavik. Polonia, Romania, Ungheria, Germania, Francia, Spagna, USA, Australia, Messico… un itinerario che testimonia la sua statura internazionale .

    In Italia, ha avuto un ruolo cruciale nella fondazione dell’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, guidandola come direttore stabile prima di assumere la direzione principale dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, traghettandola fino al prestigioso riconoscimento di Istituzione Concertistica .

    Parallelamente alla sua intensa attività direttoriale, Marvulli ha sempre mantenuto vivo l’impegno didattico, partecipando con la sua autorevolezza alle giurie dei più importanti concorsi pianistici internazionali .

    La sua saggezza pedagogica è stata richiesta anche all’estero, con Masterclass tenute in Germania, Francia, negli Stati Uniti e in Australia, seminando passione e conoscenza tra le nuove generazioni di musicisti .

    La sua dedizione all’educazione musicale lo ha portato a ricoprire la carica di Direttore del Conservatorio di Cosenza dal 1977 al 1980, per poi approdare nel 1981 alla guida del Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro, un’istituzione di risonanza europea .

    Durante i suoi tredici anni di mandato, fino al 1994, il Conservatorio Rossini ha vissuto una stagione di straordinaria fioritura, grazie allo sviluppo di un’orchestra di livello professionale e all’organizzazione di produzioni operistiche di altissimo profilo, come la “Francesca da Rimini” di Zandonai con Raina Kabajvanska e “Il Barbiere di Siviglia” in occasione del bicentenario rossiniano .

    Il riconoscimento del suo straordinario contributo alla cultura italiana è culminato con la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana da parte del Presidente Pertini .

    E nel 1991, una commissione di luminari della musica italiana, presieduta da Goffredo Petrassi e composta da Claudio Abbado, Salvatore Accardo, Carlo Maria Giulini, Gianandrea Gavazzeni, Maurizio Pollini, Riccardo Muti, insieme ai più autorevoli critici musicali, gli ha conferito il prestigioso Premio “Massimo Mila” per “l’alto Magistero didattico e l’impegno di una vita” .

    Un magistero che continua a coltivare con la stessa passione e dedizione verso le nuove leve di musicisti, attraverso Masterclass in accademie, conservatori e associazioni musicali, un faro che illumina il futuro della musica. Michele Marvulli, un nome inciso nel pantheon dei grandi musicisti italiani .

    Pvl

  • MARIO PIERGIOVANNI

    A dieci anni dalla sua scomparsa avvenuta il 19 ottobre 2019.

    Il ricordo vivo di Mario Piergiovanni, un artista che ha scolpito l’anima di Bari.

    Bari ricorda con affetto e ammirazione Mario Piergiovanni, un artista poliedrico e profondamente legato alla sua terra.

    Pittore, scultore, scrittore e uomo di rara sensibilità, Piergiovanni ha lasciato un segno indelebile nel tessuto culturale della nostra città, onorandola con opere che narrano storie profonde e con un instancabile impegno filantropico.

    La sua produzione artistica spaziava dalla pittura alla scultura, con una particolare predilezione per la pietra, materia viva che nelle sue mani si trasformava in messaggera di emozioni intense.

    Le sue sculture, spesso ispirate alla tradizione marinara barese, evocano un mondo di legami autentici e di memorie collettive.

    Emblematica in tal senso è la sua commovente «pietas» dedicata ai militari italiani trucidati a Cefalonia, un monito silenzioso contro l’oblio.

    Tra le sue innumerevoli creazioni donate generosamente alla città, spicca il maestoso «Monumento alla Donna», una figura femminile struggente che accoglie e saluta i naviganti dai giardini sottostanti il Fortino Sant’Antonio Abate.

    In quest’opera iconica, Piergiovanni ha saputo immortalare l’immagine di una madre o di una sposa barese che, affacciata al mare, con un fazzoletto bianco salutava il figlio imbarcato sul sommergibile Scirè, un addio carico di affetto e di presagio.

    Ma l’impronta di Piergiovanni è visibile in diversi angoli della città : dalla riproduzione della «statua del pescatore» a Torre a Mare, un omaggio alla laboriosa comunità marinara (l’originale fu tragicamente perduta durante la Seconda guerra mondiale), al raffinato bassorilievo dedicato al compianto sindaco Enrico Dalfino, custodito nel Palazzo di Città.

    E ancora, la vibrante penna bronzea nelle mani del celebre maestro Niccolò Piccinni, che orna Corso Vittorio Emanuele, e il toccante monumento ai martiri di Cefalonia, nell’atrio di Piazza Umberto dell’Università Aldo Moro, un’opera che riporta alla luce una pagina dolorosa della nostra storia nazionale, a lungo rimossa dalla coscienza collettiva.

    Vincitore di numerosi concorsi per la realizzazione di importanti monumenti pubblici, Piergiovanni ha visto le sue creazioni varcare i confini nazionali, trovando collocazione in prestigiose sedi come il Vaticano, il Ministero degli Esteri a Roma, la Fondazione Mikawa di Tokyo e persino la Casa Bianca di Washington.

    Le sue opere pittoriche e scultoree sono state esposte nelle principali città italiane ed europee, in America e in Australia, testimoniando un talento riconosciuto a livello internazionale.

    Instancabile promotore dell’arte e della cultura, con una particolare attenzione verso le giovani generazioni, Piergiovanni è stato anche un prolifico autore di libri e testi teatrali, preziosi custodi delle tradizioni pugliesi e baresi.

    Indimenticabile la sua fortunata collaborazione con il Piccolo Teatro di Eugenio D’Attoma, da cui nacque la celebre pièce «Jarche jalde».

    In occasione del ventennale dell’Auditorium Diocesano Vallisa di Bari, nel 2006, l’associazione culturale Terrae ha voluto rendere omaggio alla sua opera discografica «Bari, Sole e Cerase», un gioiello impreziosito dalla voce intensa di Riccardo Cucciolla, grazie a un’iniziativa di Rocco Capri Chiumarulo.

    Artista eclettico e profondamente innamorato della sua Bari e del suo mare, che ammirava dalla sua pittoresca terrazza di Via Venezia, Piergiovanni traeva ispirazione dal panorama adriatico che si apriva di fronte al suo studio.

    Amava ripetere di possedere «una finestra sulla città che abbracciava il mare».

    Forse Bari, presa dai ritmi frenetici della vita contemporanea, ha in parte dimenticato questo suo figlio illustre, come spesso accade a coloro che hanno dedicato la propria esistenza al fragile e potente connubio tra vita e arte.

    Tuttavia, le sue opere rimangono lì, silenziose testimoni della sua creatività feconda e del suo profondo amore civile per le sue radici.

    Sarebbe un gesto significativo e doveroso dedicare a Mario Piergiovanni una strada o una corte nel cuore di Barivecchia, il quartiere che un tempo ospitava il suo laboratorio artistico.

    Un piccolo tributo postumo a un uomo che ha saputo interpretare con generosità e talento l’anima più autentica della baresità, declinandola nelle sue molteplici forme espressive.

    Un modo per onorare la sua memoria e per tramandare alle future generazioni la ricchezza del suo lascito artistico e umano.

  • Dublino&Belfast

    A Dublino&Belfast con Piero Villani

    Paolo Wagher : Era il 2017 quando l’eco di un’Irlanda sognata si materializzò in un viaggio condiviso con l’anima creativa di Piero Villani.Un’esperienza che, come un cesello paziente, ha scolpito ricordi indelebili, iniziando con la vibrante tela di Dublino e proseguendo verso il cuore pulsante di Belfast.

    Dublino, un Battito di Storia e Anima Dublino ci accolse come un abbraccio caldo, rivelandosi non una semplice capitale, ma un borgo intimo, avvolgente come il fumo denso di un pub al crepuscolo. Incastonata tra la dolce carezza delle montagne e il sinuoso serpeggiare del fiume, bagnata dalla placida eleganza della sua baia, la città si offrì a noi come un palcoscenico di contrasti affascinanti.Le sue arterie brulicavano di palazzi che narrano secoli, scrigni di arte e storia che sussurrano storie di vichinghi audaci, fiancheggiati da caffè dal design audace e da quei “vecchietti” pub, custodi di chiacchiere e risate che solo un dublinese sa intonare.

    Passeggiare per le sue vie acciottolate significava immergersi in un flusso millenario di energia, dove il passato danzava con la vivacità del presente.

    La musica degli artisti di strada si fondeva con il brusio elegante delle boutique, mentre i parchi settecenteschi si animavano di festival effervescenti, proiezioni sotto le stelle e mercati traboccanti di delizie.

    Dublino si svelò come un crogiolo sociale un’esplosione di cultura, creatività e quell’intangibile “craic”, quell’allegria contagiosa che permea ogni angolo.Lo percepivamo nei pub gremiti, nelle notti illuminate da una vitalità contagiosa, nel ritmo incalzante della musica e nel fluire ininterrotto delle conversazioni. Ma questa gemma antica non si limitava al suo fermento urbano.Bastava allontanarsi di poco per essere avvolti dalla maestosità della natura.

    La Dublin Bay un’oasi protetta dall’UNESCO, ci accolse con la sua bellezza selvaggia.Le montagne facevano da sfondo a sentieri costieri che invitavano all’esplorazione, a piccoli villaggi incastonati come gioielli e a orizzonti marini che si perdevano nell’infinito.

    Ci avventurammo sulle Dublin Mountains per un’escursione rigenerante, sfidando le pareti rocciose di Dalkey Quarry, percorrendo il sentiero a picco sul mare di Howth.Persino osservare gli impavidi abitanti di Dublino sfidare le acque gelide in una nuotata mattutina, con qualsiasi condizione climatica, divenne una piccola epopea quotidiana.Ad ogni svolta, Dublino prometteva una nuova avventura, un nuovo frammento di bellezza da scoprire.

    Belfast,Cicatrici di Ieri, Speranza di domani Poi il nostro viaggio ci condusse a Belfast, una città che portava ancora le cicatrici profonde dei “Troubles”, quel conflitto fratricida tra chi sognava un’Irlanda unita e chi restava fedele alla corona inglese.

    Una ferita aperta nella storia contemporanea dell’Irlanda del Nord Eppure, in quel silenzio operoso seguito al Belfast Agreement del 1998, percepivamo una palpabile aria di rinascita, una quiete conquistata dopo decenni di tempesta.Le testimonianze di quegli anni difficili si manifestavano con forza nei vibranti murales che adornavano i muri, espressioni crude e potenti di un dolore collettivo, di una protesta che risuonava da entrambe le sponde del conflitto.La Peace Line, una cicatrice urbana creata per separare le comunità lealiste e protestanti di Shankill dai repubblicani e cattolici di Falls Road, era un monito silenzioso di un passato ancora vicino.Tra tutti, il murale dedicato a Bobby Sands, il giovane volontario dell’IRA morto durante uno straziante sciopero della fame, si ergeva come un simbolo potente di una lotta per l’identità.

    Belfast, pur segnata ci accolse con una dignità silenziosa, con la promessa di un futuro costruito sulla riconciliazione.Camminare tra quei murales era come sfogliare le pagine di un libro di storia vivo, un invito a comprendere, a riflettere, a sperare.

    Quel viaggio in Irlanda in compagnia dello sguardo sensibile di Piero Villani, non fu una semplice sequenza di tappe geografiche.Fu un’immersione profonda in un’anima vibrante, un dialogo silenzioso con la storia e la bellezza di una terra che sa commuovere e ispirare.Un’esperienza che resterà per sempre incisa nella mia memoria, come un prezioso affresco di emozioni condivise.

    https://pierovillani.wordpress.com/2025/05/03/paolo-wagher/?preview=true&preview_id=6&preview_nonce=03c7ac2c94

    VeryGood

  • BARI

    COLONNA INFAME

    Ricordo ancora nitidamente le storie che mi raccontavano da bambino, seduto sulle ginocchia di mia nonna, proprio qui, nel cuore pulsante di Bari Vecchia.

    Mi parlava di tempi andati, di usanze curiose e di una colonna, una singolare testimone di giustizia e, ahimè, anche di umana fragilità.

    Un tempo, in questa vivace città che amo, quando un’ombra di insolvenza o di fallimento si allungava su un mercante o un cittadino, la pena non era quella, forse più sbrigativa, della gogna comune ad altre terre.

    No, qui a Bari si seguiva un rituale più… diciamo, espositivo.

    I malcapitati venivano condotti con una certa solennità fino a una colonna eretta proprio nel cuore del Mercato, la pulsante Piazza Mercantile.

    Lì, venivano legati a quel fusto di marmo bianco, offerti agli occhi curiosi e, talvolta, beffardi della folla.

    Ecco perché, ancora oggi, passeggiando tra questi antichi basolati, sento risuonare il nome di quella colonna: la Colonna della Giustizia, anche se un sussurro popolare la connota in modo più severo, chiamandola Colonna Infame.

    La sua presenza è innegabile, proprio lì, accanto all’austero Palazzo del Sedile, quasi a voler ricordare le alterne vicende umane.

    La sua sommità è ornata da una sfera, quasi un globo che tutto osserva, e alla base, un leone di pietra accovacciato sembra vegliare.

    Sul suo petto, scolpite nella pietra, risuonano le parole latine: “Custos Iusticiae”, custode della giustizia.

    Un monito silenzioso, un’eco di un passato in cui la giustizia si manifestava in forme così… dirette.

    Alcuni studiosi, con la loro sapienza, fanno risalire questa colonna alla metà del Cinquecento, voluta, pare, da Pietro di Toledo, il viceré spagnolo.

    Si dice che il suo intento fosse quello di ammorbidire la pena della berlina, rendendola, forse, meno cruenta.

    Così, quella colonna divenne una sorta di gogna cittadina, certo, meno affilata, ma pur sempre umiliante: i condannati venivano fatti sedere a cavallo di quel leone di pietra, con il fondoschiena esposto e le mani strette al freddo marmo della colonna.

    Ma il tempo, si sa, è un gran narratore di paradossi. Se un tempo era quella colonna a “punire”, a esporre le debolezze umane, oggi sembra che le sorti si siano tristemente invertite.

    La Colonna della Giustizia, testimone muta di secoli di storia, è diventata un bersaglio, un’attrazione per la cieca furia dei vandali. Ricordo ancora quel febbraio del 2013, quando una crepa si aprì alla sua base, una ferita inflitta all’anima di questa pietra.

    Gli abitanti di queste strade strette e piene di storie mi raccontano, con un velo di tristezza nella voce, di gruppi di ragazzini che, sera dopo sera, prendono a calci la colonna, che si arrampicano irriverenti sul leone, che imbrattano la sua superficie con scritte senza senso.

    Un oltraggio alla storia, alla memoria di questa città.

    Eppure, una scintilla di speranza si accende nei progetti dell’Amministrazione comunale, in sinergia con i commercianti che animano queste antiche vie.

    Si parla della realizzazione di un’aiuola recintata, un abbraccio verde per proteggere questo simbolo.

    Ma, ahimè, per ora tutto resta immobile, in attesa di concretizzarsi.

    E io, passeggiando ancora oggi accanto a questa colonna, sento un misto di malinconia e di speranza, guardando questo Custos Iusticiae ferito, ma ancora lì, nel cuore pulsante della mia amata Bari Vecchia.

  • DIEGO FUSARO

    ACHILLE LAURO&MC DONALD’S

    Sta facendo molto discutere, con posizioni decisamente contrastanti, la scelta dell’artista sedicente anticonformista Achille Lauro di prestarsi per una pubblicità di McDonald’s, la nota panineria globalista in prima linea nella omologazione planetaria dei palati. Severe critiche sono giunte, ad esempio, dai sindacati, che hanno accusato l’artista sedicente controcorrente di appoggiare, con la pubblicità, una battaglia contraria a quella dell’interesse dei lavoratori. Il punto su cui desidero richiamare l’attenzione, però, è un altro. Il circo mediatico e il clero giornalistico hanno per diversi anni ribadito a tambur battente che Achille Lauro rappresenta l’artista anticonformista per eccellenza. Nelle sue prestazioni sempre al centro della società dello spettacolo, egli ha dissacrato il sacro, ha ridicolizzato il divino, ha celebrato l’odierna imperante sdivinizzazione del mondo. Ancora lo ricordiamo quando, sul palco di Sanremo, si svestiva come San Francesco, ridicolizzando la sua figura. La verità è che oggi, nel tempo della Tecnica e del capitale, non vi è nulla di più conformistico che dissacrare il sacro e offendere il religioso: si tratta infatti del movimento fondamentale posto in essere dal capitale e dalla tecnica, che devono mettere in congedo ogni residua trascendenza e ogni residua religione, di modo che la circolazione della merce e la valorizzazione del valore procedano senza impedimenti. Perfino tre suore che leggessero e traducessero appartate Tommaso D’Aquino o Bonaventura da Bagnoregio sarebbero più anticonformiste di Achille Lauro. E adesso abbiamo oltretutto la prova provante dell’anticonformismo di facciata dell’artista, anticonformismo di facciata dietro il quale si nasconde il più radicale conformismo, la più totale adesione ai moduli della civiltà di mercato dominante. Achille Lauro, sempre intento a dissacrare il sacro, celebra poi la religione del nostro tempo, quella del capitale e del mercato, delle multinazionali e dei grandi gruppi no border del big business. Altro che anticonformismo: siamo qui al cospetto del conformismo più radicale, proprio di chi asseconda integralmente la dinamica del mercato, che annienta il sacro per sostituirsi ad esso.

  • VIOLENZA GIOVANILE CONTEMPORANEA

    Si manifesta con una preoccupante mancanza di rispetto interpersonale. Si assiste a una diffusione di comportamenti ostili e all’utilizzo di armi senza alcuna remora. L’umanità sembra recedere di fronte a una crescente brutalità. Questo fenomeno si estende anche all’ambito familiare, dove alcuni giovani adottano atteggiamenti maneschi ed estorsivi nei confronti dei genitori. L’uso di sostanze stupefacenti appare, per questa fascia di individui, come una consuetudine radicata.

  • Volvolo

    Volvolo

    le mie paure e l’assistenza ricevuta.

    Piero Villani : Sono trascorsi alcuni anni da quell’evento che ha segnato la mia vita.

    Ricordo ancora la sorpresa e la preoccupazione quando, in seguito ad accertamenti medici, mi diagnosticarono un volvolo intestinale.

    Devo dire che l’assistenza che ricevetti in quei giorni fu a dir poco commovente.

    Il ricovero fu immediato, un turbine di emozioni contrastanti che mi condusse all’Ospedale di Putignano.

    L’intero staff, dagli infermieri ai medici, si distinse per una preparazione impeccabile e una dedizione che mi fece sentire non solo un paziente, ma una persona al centro delle loro attenzioni.

    Un pensiero speciale va al mio chirurgo.

    Le sue mani, le definirei davvero “d’oro”, furono capaci di realizzare un vero e proprio capolavoro di alta chirurgia.

    Ancora oggi ripenso a quell’esperienza con gratitudine e ammirazione per il grande chirurgo e per la sua competenza.

    Quell’episodio mi ha lasciato una convinzione profonda: nonostante le difficoltà e le negatività che a volte ci circondano, esistono ancora persone brave, gentili e preparate in strutture ospedaliere di altissimo livello.

    L’Ospedale di Putignano ne è stata per me una prova tangibile, e per questo non smetterò mai di ringraziarlo.

    Volvolo del sigma

    Pvl

  • SAPPADA

    NELLA MIA MENTE

    Rivedo nella mente Sappada e le sue montagne maestose. Avevo appena sei anni e questa vacanza era un evento speciale, perché c’era tutta la mia famiglia.

    Era così raro avere anche papà con noi, sempre preso dal suo lavoro di medico dermatologo. Ricordo la mia grande gioia di potermeli godere entrambi, questi genitori fantastici e premurosi.

    Purtroppo, momenti come quelli si ripeterono solo poche altre volte nella mia infanzia.

    Sappada, incastonata nelle Dolomiti friulane, è un vero paradiso per gli amanti delle escursioni.

    Qui si trovano sentieri per tutti i livelli, dalle semplici passeggiate a fondovalle alle avventure più impegnative in quota, con panorami spettacolari, laghi alpini, cascate e rifugi accoglienti. Ecco una selezione delle migliori escursioni e itinerari da non perdere a Sappada, ideali per scoprire la natura incontaminata e i paesaggi mozzafiato della zona.

    Sentiero Naturalistico Piave – Val Sesis

    Questo sentiero è perfetto per chi cerca una passeggiata facile e immersa nella natura.

    Costeggia il fiume Piave e attraversa boschi e prati, offrendo scorci rilassanti e la possibilità di avvistare la fauna locale.

    Il percorso è adatto anche a famiglie con bambini e cani, rendendolo una scelta inclusiva e accessibile.

    Laghi d’Olbe

    L’escursione ai Laghi d’Olbe è una delle più amate della zona.

    Si tratta di tre laghi alpini di origine glaciale, raggiungibili con diversi sentieri di media difficoltà.

    Il panorama sull’altopiano roccioso e sulle acque cristalline è spettacolare in ogni stagione.

    Ideale per chi desidera una meta suggestiva senza affrontare dislivelli eccessivi.

    Passeggiata alle Cascatelle di Sappada

    Questa breve escursione conduce a delle pittoresche cascate formate dal Rio Mühlbach, a pochi passi dal centro.

    Il sentiero è facile e adatto a tutti, perfetto per una pausa rigenerante immersi nel verde e nel suono dell’acqua.

    Un’opzione ideale per famiglie o per chi ha poco tempo ma non vuole rinunciare alla bellezza della montagna.

    Monte Peralba

    Per gli escursionisti esperti, la salita al Monte Peralba rappresenta una sfida entusiasmante.

    Con i suoi 2.693 metri, è la cima più alta di Sappada e regala una vista impareggiabile sulle Alpi Carniche.

    L’itinerario richiede allenamento e passo sicuro, ma la soddisfazione di arrivare in vetta ripaga ogni sforzo.

    Passeggiata a Sappada Vecchia e Val Sesis

    Una camminata tra le borgate storiche di Sappada Vecchia e la pittoresca Val Sesis permette di unire natura e cultura.

    Il percorso è semplice, adatto anche a chi desidera scoprire l’architettura tipica e le tradizioni locali, immersi in uno scenario alpino di rara bellezza.

    Rifugio Calvi

    L’escursione al Rifugio Calvi è tra le più panoramiche e gratificanti della zona.

    Il rifugio, situato in posizione strategica tra le vette, è una meta perfetta per una sosta gustando piatti tipici e ammirando il paesaggio.

    Il sentiero è di media difficoltà, consigliato a chi ha un minimo di esperienza in montagna.

    Pvl

  • FRANCESCA DONATO

    BAMBINI ITALIANI IN MOSCHEA

    Io sono da sempre schierata contro l’islamofobia, sono per il dialogo, la tolleranza e la tutela delle minoranze. Ma che dei bambini italiani delle elementari vengano portati in una moschea dalle maestre e iniziati alla religione musulmana è totalmente fuori da ogni canone dell’istruzione scolastica e della funzione stessa della scuola pubblica.

    WIKIPEDIA

  • ISTANBUL

    CISTERNA BASILICA

    (in turco Yerebatan Sarnıcı o Yerebatan Sarayı, cioè “palazzo sommerso”), è la più grande cisterna sotterranea ancora conservata in città.

    Fu costruita nel 532 d.C. dall’imperatore Giustiniano I durante l’Impero romano d’Oriente, ampliando una struttura preesistente del tempo di Costantino.

    La sua funzione principale era fornire acqua al grande palazzo imperiale e agli edifici circostanti tramite un sistema alimentato dall’acquedotto di Valente, capace di contenere fino a 80.000 metri cubi d’acqua.

    La cisterna misura circa 143 metri di lunghezza per 70 metri di larghezza, con una superficie che ospita 336 colonne alte circa 9 metri, di diversi stili architettonici, tra Ionico, Corinzio e Dorico, molte recuperate da edifici precedenti.

    La struttura sotterranea crea un effetto di grande suggestione per i visitatori, che possono passeggiare su passerelle sopra lo specchio d’acqua, ammirando colonne illuminate, e due iconiche teste di Medusa che fungono da basi di alcune colonne.

    La cisterna fu riscoperta casualmente nel XVI secolo, ma fu abbandonata fino al XX secolo, quando fu restaurata e aperta al pubblico nel 1987.

    Oggi è una meta turistica imperdibile a Istanbul, apprezzata per il suo valore storico, architettonico e per l’atmosfera unica di questo “palazzo sommerso”.

    Pvl

  • Once Again : 8/5/2025 – 7/9/2025

    Sono lieto di annunciare che dall’8 maggio al 7 settembre 2025, la magnifica Sala Stirling di Palazzo Citterio a Milano, uno spazio della Grande Brera restituito al pubblico lo scorso dicembre, ospiterà “Once Again”, una straordinaria installazione site-specific di Chiara Dynys, sapientemente curata da Anna Bernardini. Quest’opera monumentale trasformerà l’ambiente ipogeo in un paesaggio onirico di grande suggestione, con al centro una imponente macchina scenica che trae ispirazione dai fastosi teatri barocchi del Seicento. Tre rulli prospettici rotanti di notevoli dimensioni – dodici metri di lunghezza per dieci di larghezza – daranno vita alla simulazione del moto perpetuo delle onde che si infrangono dolcemente sulla riva. L’esperienza sarà arricchita da un suono meccanico ipnotico, conducendo lo spettatore a riflettere sul potente simbolismo del mare come metafora intrinseca di viaggio, trasformazione interiore e preziosa memoria.

  • Intervista televisiva con la Nbc

    Donald Trump ha dichiarato di non sapere se debba rispettare la Costituzione degli Stati Uniti.

    A un’altra domanda, ha risposto di non poter giudicare se i cittadini americani, come i non cittadini, meritino il giusto processo secondo quanto stabilito dalla legge suprema degli Usa, e ha commentato: “Non sono un avvocato”.

    Ha anche affermato di non essere alla ricerca di “un terzo mandato” e ha detto che intende estendere la scadenza per TikTok qualora non si raggiunga un accordo.

    Successivamente, sulla sua piattaforma Truth, ha annunciato la riapertura del carcere di Alcatraz e l’imposizione di dazi sui film stranieri.

    Pvl

  • SKYPE

    NON PIU’ DISPONIBILE •

    A partire da maggio 2025, Skype non sarà più disponibile. Questa novità riguarda sia chi usa Skype gratuitamente sia chi ha un abbonamento, ma non influenzerà Skype for Business.
    Per continuare a comunicare con i miei contatti e accedere alle mie chat, potrò passare a Microsoft Teams Free. Questa versione gratuita offre molte delle funzionalità che già conosco di Skype, e anche qualcuna in più. Potrò accedere a Microsoft Teams Free da qualsiasi dispositivo compatibile usando le mie credenziali Skype, e i miei contatti e le mie conversazioni verranno trasferiti automaticamente. Riceverò anche una notifica direttamente nell’app Skype che mi guiderà nel processo di migrazione dei miei dati.
    Se non desidero utilizzare Microsoft Teams Free, avrò comunque la possibilità di esportare i miei dati da Skype.
    I miei attuali abbonamenti per chiamate e numeri Skype continueranno a rinnovarsi automaticamente fino al 3 aprile 2025. Dopo maggio 2025, se avrò ancora un abbonamento attivo, potrò accedere alla tastiera di Skype dal portale Web di Skype e anche all’interno di Teams Free. Se invece vorrò trasferire il mio numero Skype a un altro operatore, dovrò contattare direttamente quest’ultimo per capire come fare, oppure potrò trovare maggiori informazioni al link indicato.
    Infine, le funzionalità a pagamento di Skype non saranno più disponibili per i nuovi utenti. Questo significa che non sarà più possibile acquistare credito Skype o sottoscrivere abbonamenti per effettuare e ricevere chiamate nazionali e internazionali.

  • Ignazio Lopez/Mostre

    Biografia. Nato a Bari il 10 dicembre 1940 ha studiato presso il locale Istituto Statale d’Arte, allievo del Maestro Francesco Spizzico.

    Ha partecipato alle maggiori rassegne regionali, nazionali ed estere, in particolare:

    Edizioni del Maggio di Bari 1959-1960-1961

    Mostra nazionale di pittura estemporanea, Brindisi, 1960

    Collettiva di pittori baresi, Circolo Unione, Bari, 1960

    I e II Mostra Biennale d’arte, Bari, 1962-64

    Mostra Nazionale di Pittura “Città di Conversano” (BA)

    Rassegna regionale di arte visiva, Castellaneta Marina, (TA)

    Mostra Nazionale di pittura e grafica “Città di Polignano a Mare” (BA

    Mostra Internazionale di Arte Grafica, Bilbao, 1999

    Dal 1985 l’Artista ha avviato un’intensa riflessione storica sul territorio, sulla città, sulle civiltà del Mediterraneo e dell’Europa..

    Il linguaggio usato è stato quello del simbolismo nella ceramica e i temi affrontati hanno spaziato dalla Magna Grecia alla tradizione popolare e liturgica, dai rosoni di ispirazione ellenistica al tuttotondo degli askòs, delle lucerne, dei vasi “canosini.

    La produzione ceramica è stata rappresentata in diverse rassegne:

    Personale presso la Galleria d’Arte “La Nuova Vernice”, 1987-1988

    Collezione “Bari ‘90”, 1990

    Personale presso lo spazio espositivo del Comune di Bari: “Dal Caos al Cosmo” 1994

    Collezione ceramiche nicolaiane, Bari, 1994

    Mostra personale presso l’Associazione Culturale, La Diffèrance, 1995, Bari

    Mostra personale presso il Circolo Agorà, Bari, 1995

    Personale “Nel Fuoco della Parola”, Net Cafè, 1996

    Personale pluritematica Spazio espositivo del Comune di Bari, 2000

    Personale monotematica ODOS 2013

    Uno studio analitico è stato rivolto ai rotoli pergamenacei dell’Exultet della Cattedrale di Bari.

    Una rilettura dei classici greci e latini ha consentito di rivisitare in chiave contemporanea alcuni dei temi più interessanti dell’epica e della filosofia.

    Nel gennaio 2012, l’artista ha ricevuto il primo premio dalla CNA Puglia per il concorso “ 40 Idee per San Nicola” per la realizzazione di una stele nicolaiana.

    Tutta la produzione, tanto pittorica quanto ceramica, è stata esposta presso lo spazio espositivo dell’Associazione LA MATERIA E LA FORMA in Piazza Cattedrale, Bar

    LINK :

    https://www.facebook.com/share/1EMXEfNDa1/?mibextid=wwXIfr

    https://ignaziolopez.it/

    https://pierovillani.com/2025/05/25/ignazio-lopez-artista-ceramista/

  • I COLLETTI BIANCHI

    I colletti bianchi della classe media americana

    sono un gruppo socioeconomico ampio e sfaccettato, caratterizzato principalmente dal tipo di lavoro che svolgono e dal loro livello di reddito.

    Ecco alcuni aspetti chiave

    Definizione di “Colletto Bianco”

    Tradizionalmente, il termine si riferisce a coloro che svolgono lavoro professionale, amministrativo o manageriale in un ufficio o in un ambiente non manuale. Questo contrasta con i “colletti blu” che svolgono lavori manuali.

    Le professioni tipiche includono manager, impiegati d’ufficio, professionisti come avvocati, contabili, insegnanti, analisti finanziari, informatici, operatori sanitari (non manuali), ecc.

    Spesso, ma non sempre, questi lavori richiedono un livello di istruzione superiore, come una laurea o qualifiche professionali.

    La retribuzione è generalmente salariata piuttosto che oraria, e spesso include benefit come assicurazione sanitaria e piani pensionistici.

    La Classe Media Americana

    Definire la “classe media” è complesso e ci sono diverse definizioni. Una definizione comune del Pew Research Center nel 2021 considera la classe media come nuclei familiari con un reddito compreso tra i due terzi e il doppio del reddito medio nazionale. Per una famiglia di tre persone, questo si traduceva in un intervallo di reddito annuo approssimativo tra i 52.000 e i 156.000 dollari.

    La classe media americana è diminuita di dimensioni negli ultimi decenni, passando dal 61% della popolazione nel 1971 al 51% nel 2023, con una crescita sia della classe a basso reddito che di quella ad alto reddito.

    È un gruppo demograficamente diversificato, anche se storicamente la maggioranza è stata bianca. Nel 2019, tra gli individui di età compresa tra i 25 e i 54 anni appartenenti al 60% centrale della distribuzione del reddito, il 59% era bianco, il 18% ispanico, il 12% nero e il 10% “altro”.

    Il livello di istruzione è un fattore significativo. Nel 2021, il 48% degli adulti con una laurea era considerato di classe media.

    L’Intersezione tra Colletti Bianchi e Classe Media

    Molti colletti bianchi appartengono alla classe media americana. I lavori professionali e amministrativi sono spesso associati a redditi che rientrano nella definizione di classe media.

    Tuttavia, non tutti i colletti bianchi sono di classe media, e non tutti i membri della classe media sono colletti bianchi.
    Alcuni colletti bianchi con posizioni di alto livello (dirigenti, specialisti molto richiesti) possono rientrare nella classe media superiore o addirittura nella classe alta.
    Alcuni membri della classe media possono svolgere lavori che non sono tradizionalmente considerati “colletti bianchi”, come tecnici specializzati o supervisori in settori “colletti blu” che percepiscono un reddito medio.

    La percezione e la realtà della classe media dei colletti bianchi sono cambiate nel tempo. Un tempo associati a una maggiore sicurezza economica e opportunità di avanzamento, molti colletti bianchi della classe media oggi affrontano sfide come la stagnazione salariale, l’aumento del costo della vita (sanità, istruzione) e una minore sicurezza del lavoro a causa della globalizzazione e dell’automazione. In sintesi, i colletti bianchi rappresentano una categoria di lavoratori basata sul tipo di mansioni svolte, mentre la classe media è definita principalmente dal livello di reddito. C’è una sovrapposizione significativa tra i due gruppi negli Stati Uniti, ma le dinamiche economiche e sociali hanno portato a cambiamenti nella composizione e nelle sfide affrontate dalla classe media dei colletti bianchi.

  • AFRO BASALDELLA

    Giovanissimo, appena sedici anni già faceva parlare di sé. Esponeva i suoi lavori con i fratelli Dino e Mirko. Era il 1928 e quella fu la prima ed unica mostra di quella che chiamarono la Scuola Friulana d’Avanguardia. Poi, la fortuna bussò alla sua porta sotto forma di una borsa di studio della Fondazione Artistica Marangoni di Udine. Era il 1930 e questa opportunità gli spalancò le porte di Roma dove Afro in compagnia del fratello Dino poté respirare l’aria dell’ambiente artistico capitolino. Dal ’31 in poi, Afro cominciò a farsi notare, partecipando a diverse Mostre Sindacali. Ma il vero trampolino fu nel ’33, quando espose alla prestigiosa Galleria del Milione di Milano, insieme ad altri artisti friulani come Bosisio, Pittino e Taiuti. Poco dopo, Roma lo accolse definitivamente. Nel ’35 varcò la soglia della Quadriennale e l’anno seguente partecipò alla Biennale di Venezia, un appuntamento a cui tornerà anche nel ’40 e nel ’42. Dopo aver assorbito le suggestioni della Scuola Romana, dopo aver lasciato il suo segno su diverse pareti con opere di pittura murale e dopo una breve infatuazione per il Neocubismo, nel 1950 Afro sentì il richiamo dell’America. Oltreoceano iniziò una collaborazione feconda e duratura, ben vent’anni, con la Catherine Viviano Gallery. Quel clima culturale così diverso, quei fermenti artistici che ribollivano negli Stati Uniti in quegli anni, lasciarono un’impronta profonda nell’animo di Afro. Furono esperienze che, in seguito, rielaborò con una sua cifra stilistica inconfondibile. Tornato in Italia, nel ’52 aderì al Gruppo degli Otto, partecipando alla XXVI Biennale. Fu in occasione dell’edizione successiva che un critico illuminato come Lionello Venturi seppe cogliere l’essenza del suo fare artistico, sottolineando la sua abilità tecnica, la sua precisione quasi maniacale, la passione che nutriva per il lavoro, quell’eleganza innata e la poesia che emanava dalle sue tele. Il 1955 fu un anno importante : Afro fu presente alla prima edizione di Documenta a Kassel, alla Quadriennale di Roma e partecipò a una mostra itinerante negli Stati Uniti intitolata “The New Decade: 22 European Painters and Sculptors”. Nel 1956 arrivò il riconoscimento più ambito: il premio come miglior pittore italiano alla Biennale di Venezia. Nel 1958, Afro ebbe l’onore di partecipare, insieme a giganti come Appel, Arp, Calder, Miró, Moore, Picasso e Tamayo, alla decorazione della nuova sede del palazzo dell’UNESCO a Parigi.Lì dipinse “Il Giardino della Speranza”. Gli anni 1959-’60 lo videro ancora protagonista sulla scena internazionale : fu invitato a II.Documenta a Kassel e vinse premi prestigiosi a Pittsburgh e il premio per l’Italia al Solomon R. Guggenheim di New York.Nel 1961, J. J. Sweeney, curatore del Guggenheim Museum, gli dedicò una splendida monografia, un omaggio alla sua grandezza. Le mostre personali si susseguirono in quegli anni : nel ’60 a Cambridge, al Massachusetts Institute of Technology; nel ’61 a Parigi, alla Galerie de France, e a Milano, alla Galleria Blu. E ancora, tra il ’64 e il ’65, in diverse città europee: alla Galerie im Erker di St. Gallen, alla Räber di Lucerna, alla Günter Franke di Monaco di Baviera. Fino alla grande antologica del 1969-’70, curata da B. Krimmel, che fece tappa al Kunsthalle di Darmstadt, alla Nationalgalerie di Berlino e poi al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Un vero e proprio pellegrinaggio artistico per celebrare il suo talento. Dopo la scomparsa del fratello Mirko nel 1969, un evento doloroso che lo provò profondamente, la salute di Afro conobbe alti e bassi.Gli anni ’70 furono caratterizzati da un’intensificazione della sua opera grafica, mentre l’attività pittorica ed espositiva si fece più rarefatta. Purtroppo, questo grande maestro ci lasciò a Zurigo nel 1976. Un vero artista Afro Basaldella, un figlio della nostra terra che ha saputo conquistare il mondo con la sua pittura.

  • CARDINALE PIZZABALLA

    dalla Terra Santa al cuore della cristianita’

    Il Cardinale Pizzaballa, Un Uomo di Dialogo sulle Orme di Francesco.

    In un momento storico segnato da tensioni e divisioni, la nomina cardinalizia di Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, risuona come un faro di speranza e un invito al dialogo.

    La sua elevazione al Sacro Collegio per mano di Papa Francesco non è solo un riconoscimento del suo instancabile servizio alla Chiesa in una terra martoriata, ma anche un potente segnale della centralità del dialogo interreligioso e della costruzione di ponti nel cuore del magistero petrino.

    Nato in Italia, ma con il cuore profondamente radicato nella Terra Santa dove ha speso gran parte della sua vita sacerdotale, il Cardinale Pizzaballa incarna la figura del pastore vicino al suo gregge, attento alle sofferenze e alle speranze di una comunità multiculturale e multireligiosa.

    La sua lunga esperienza come Custode di Terra Santa gli ha permesso di tessere relazioni significative con leader religiosi e civili di diverse fedi, promuovendo instancabilmente la comprensione reciproca e la collaborazione per la pace.

    La sua nomina cardinalizia giunge in un contesto globale complesso, dove le ferite dei conflitti e le incomprensioni sembrano talvolta prevalere.

    In questo scenario, la figura del Cardinale Pizzaballa si erge come un richiamo ai valori fondamentali del dialogo, della pazienza e della perseveranza nel cercare vie di riconciliazione.

    Il suo operato in Terra Santa, spesso silenzioso ma sempre tenace, testimonia una profonda convinzione nella possibilità di costruire un futuro di convivenza pacifica, ispirato dai principi evangelici e dall’esempio di San Francesco d’Assisi, figura a cui il suo percorso umano e spirituale sembra idealmente ispirarsi.

    Come Francesco, il Cardinale Pizzaballa ha fatto della prossimità e dell’incontro il cardine del suo ministero.

    La sua capacità di ascoltare le diverse narrazioni, di comprendere le paure e le aspirazioni di ciascuno, lo ha reso un punto di riferimento non solo per la comunità cristiana locale, ma anche per molti che, pur appartenendo ad altre fedi, riconoscono in lui un autentico costruttore di pace.

    L’approdo al cuore della Chiesa universale non allontana il Cardinale Pizzaballa dalla sua missione originaria.

    Anzi, la eleva a un nuovo livello, offrendogli una tribuna ancora più autorevole per portare le istanze della Terra Santa e l’urgenza del dialogo nel cuore delle decisioni ecclesiali.

    La sua voce, forgiata nel crogiolo di una realtà complessa e affascinante, rappresenta un arricchimento prezioso per il Collegio Cardinalizio e un incoraggiamento per tutti coloro che credono nella forza trasformatrice dell’incontro e della fraternità umana.

    In conclusione, la storia del Cardinale Pizzaballa, da Betlemme a Roma, è un racconto di fede, dedizione e instancabile impegno per il dialogo.

    Un percorso che, sulle orme del Poverello d’Assisi e sotto lo sguardo attento di Papa Francesco, continua a illuminare il cammino della Chiesa e dell’umanità intera verso un futuro di maggiore comprensione e pace.

    Pvl

  • Mohammed bin Rashid Al Maktoum

    vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti e sovrano di Dubai, incarna un’aura di potere e fascino che lo ha reso una figura di spicco nel panorama mondiale.

    La sua influenza si estende ben oltre i confini degli Emirati, toccando la politica, l’economia e la cultura.

    La sua visione audace ha trasformato Dubai da un modesto porto commerciale a una metropoli globale, un centro finanziario, turistico e tecnologico di prim’ordine.

    Progetti iconici come il Burj Khalifa, le Palm Islands e il Dubai World Trade Center testimoniano la sua ambizione e capacità di realizzazione.

    In qualità di vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, svolge un ruolo cruciale nella politica nazionale e internazionale.

    La sua voce è ascoltata nei consessi globali, dove promuove la cooperazione e lo sviluppo sostenibile.

    Ha diversificato l’economia degli Emirati, riducendo la dipendenza dal petrolio e investendo in settori come il turismo, la logistica e la tecnologia.

    Il “Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park”, è uno dei più grandi parchi solari al mondo, e dimostra la sua attenzione verso le energie rinnovabili.

    È noto per la sua eloquenza, il suo spirito innovativo e la sua capacità di ispirare gli altri.

    La sua passione per la poesia e l’equitazione aggiunge un tocco di romanticismo alla sua immagine.

    Attraverso la Mohammed bin Rashid Al Maktoum Global Initiatives, sostiene progetti umanitari e di sviluppo in tutto il mondo.

    Il suo impegno per l’istruzione, la cultura e l’assistenza sanitaria lo rende una figura rispettata e ammirata.

    La passione per la poesia Nabati, una forma di poesia araba vernacolare, è una parte importante della sua vita e della sua espressione.

    In sintesi, Mohammed bin Rashid Al Maktoum è una figura complessa e affascinante, un leader visionario che ha plasmato il destino di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti, lasciando un’impronta indelebile sulla scena mondiale.

  • Paolo Wagher

    Paolo Wagher : Lettera a Piero Villani del 10/2002

    Caro Piero Villani,

    in occasione della tua mostra, ulteriore testimonianza di una lunga carriera artistica mi prende la nostalgia di tempi lontani mai dimenticati.

    Hai cominciato che eri poco piu’ che un ragazzo e gia’ ti imponevi con la tua pittura “en plain air”, un ragazzo pieno di pulsioni creative, che proponeva una pittura dalle forti emozioni cromatiche.

    Parlavamo di arte, di nuovi fermenti culturali, di ribellioni, di mete da raggiungere .

    Che anni irripetibili .

    Costituivano momenti di vita oltre che di arte .

    Eravamo molto giovani, entusiasti e curiosi della vita quando a sera ci incontravamo in Via Margutta dove non era difficile “vedere” gli ultimi Maestri e gli allora giovani emergenti, ora gia’ noti .

    Il passare degli anni ti ha fatto conoscere a molti, anche se non con quel grande successo che meriti (che d’altronde tu stesso non hai rincorso, ecclissandoti per parecchi anni) .

    Eppure, la tua e’ una presenza fondamentale nel panorama artistico italiano di questi tempi .

    Ne sono convinto io e sono sicuro che se ne convinceranno moltissimi altri finche’ sarai sulla scena .

    Ti abbraccio, Paolo Wagher

    Ginevra, 20 0ttobre 2002

    Pvl

  • ANGELO BONELLI

    Che definisce Giorgia Meloni una “ingannatrice seriale” e le sue presunte bugie un “insulto agli italiani in difficoltà”, sollevano questioni complesse sul dibattito politico e sulla comunicazione pubblica.

    Tuttavia, è essenziale esaminare tali affermazioni con spirito critico e considerare diverse prospettive.

    “Ingannatrice seriale”: Questa accusa è un’affermazione forte e generalizzata.

    Per essere sostenuta, richiederebbe prove concrete e specifiche di dichiarazioni false o ingannevoli ripetute.

    Invece di una semplice accusa, sarebbe più costruttivo concentrarsi su esempi specifici di dichiarazioni che Bonelli ritiene fuorvianti, analizzandole nel contesto delle politiche e delle azioni del governo.

    “Le sue bugie un insulto agli italiani in difficoltà”: Questa affermazione carica emotivamente il dibattito.

    È vero che le dichiarazioni politiche possono avere un impatto significativo sulla percezione pubblica e sulla fiducia nelle istituzioni.

    Tuttavia, definire automaticamente qualsiasi disaccordo politico come un “insulto” rischia di polarizzare ulteriormente il discorso.

    Invece, sarebbe più utile concentrarsi sull’analisi delle politiche e delle loro conseguenze per i cittadini in difficoltà, valutando se e come le azioni del governo corrispondano alle promesse fatte.

    Contestualizzazione del dibattito politico : È importante ricordare che il dibattito politico è spesso caratterizzato da affermazioni forti e talvolta esagerate.

    Le accuse di “bugie” e “inganni” sono comuni, ma raramente vengono sostenute da prove inconfutabili.

    Invece di accettare tali affermazioni al valore nominale, è essenziale analizzare criticamente le fonti, le prove e le argomentazioni presentate.

    Responsabilità dei media e dei cittadini : I media hanno la responsabilità di fornire una copertura equilibrata e obiettiva del dibattito politico, evitando di amplificare affermazioni non verificate o di cadere nella trappola della polarizzazione.

    I cittadini, a loro volta, hanno la responsabilità di informarsi in modo critico, consultando diverse fonti e valutando le informazioni in modo indipendente.

    In conclusione, mentre le preoccupazioni di Bonelli sulle dichiarazioni di Meloni sono valide, è essenziale affrontare il dibattito politico con un approccio critico e basato sui fatti.

    Invece di ricorrere a accuse generalizzate, sarebbe più costruttivo concentrarsi sull’analisi delle politiche e delle loro conseguenze, promuovendo un dialogo informato e costruttivo.

    Pvl

  • Disappunto nei confronti di Nicola Fratoianni

    Scrivo queste righe per esprimere il mio disappunto nei confronti di Nicola Fratoianni.

    Mi sembra che sia sempre pronto a ergersi a paladino contro il patriarcato, il sessismo e qualsiasi altra cosa gli permetta di criticare chi ha un orientamento politico diverso dal suo.

    Trovo che la sua solidarietà sia a due velocità : sembra che taccia quando a essere insultata è una donna che non condivide le sue idee.

    E, cosa ancora più grave, è caduto lui stesso in quel meccanismo, paragonando Giorgia Meloni a una “cameriera” con tono dispregiativo, dopo la sua visita a Washington.

    Suor Monia Alfieri ha fatto bene a dargli una lezione di politica, con una lettera aperta su Il Tempo, spiegando perché il suo atteggiamento nei confronti della Presidente del Consiglio sia stato sbagliato.

  • Potere evocativo della parola

    Potere evocativo della parola

    Benvenuti nel mio spazio di riflessione : pierovillani.com.

    Qui troverete unicamente parole, pensieri che prendono forma attraverso il testo.

    Una scelta, quella di non includere immagini, dettata da una profonda convinzione: la parola scritta possiede una forza evocativa unica, capace di stimolare l’immaginazione e condurre il lettore in un viaggio interiore senza la necessità di supporti visivi esterni.

    Credo fermamente che per le menti curiose e desiderose di approfondimento, immergersi in un testo ben costruito offra un appagamento intellettuale superiore.

    L’assenza di immagini

    favorisce una concentrazione più intensa, permettendo alle idee di radicarsi profondamente e di risuonare in modo più personale con l’esperienza di ciascuno.

    So che in un’epoca dominata dalla cultura visiva, questa scelta potrebbe sembrare controcorrente.

    Tuttavia, non temo di perdere lettori.

    Al contrario, confido in coloro che apprezzano la ricchezza e la profondità del linguaggio, coloro che sanno che le immagini più potenti sono quelle che la nostra mente è in grado di creare leggendo.

    Vi invito quindi

    a esplorare queste pagine, lasciandovi guidare dal solo potere delle parole.

    Spero che troverete in esse spunti di riflessione, nuove prospettive e, soprattutto, il piacere di una lettura che nutre la mente e l’anima.

    Vi aspetto tra le righe.

    pvl

  • ROBERTO SAVIANO. Note scarse perché non mi è simpatico

    Non condivido quasi tutte le idee di Saviano e trovo il suo approccio spesso eccessivamente moralista e, a volte, persino ipocrita. Non mi convince il suo modo di presentarsi come un paladino della giustizia, quando in realtà mi sembra più interessato a costruire un personaggio e a cavalcare l’onda emotiva.

  • LISETTA CARMI

    ANIMA NOMADE

    Ti ho voluto un Gran bene.

    Ero lì, in quel trullo candido incastonato nella terra rossa di Puglia, trasformato in un silenzioso ashram.

    Di fronte a me, Lisetta Carmi, novant’anni portati con una grazia disarmante, vestita di un bianco luminoso.

    Cinque vite, dice Giovanna Calvenzi, la sua biografa attenta.

    Cinque esistenze compresse in un unico, straordinario percorso.

    La rividi dopo tanto tempo, eppure la sua energia, la scintilla negli occhi, era la stessa che intuivo nelle sue fotografie di un tempo.

    Quella pianista prodigio, la fotografa dallo sguardo penetrante, la militante comunista con una ferita antica, il marchio dell’odio antisemita infantile, ora passava le sue giornate a disegnare calligrammi cinesi, un ponte inatteso tra Oriente e Occidente.

    Lisetta è stata una di quelle figure sfuggenti che attraversano la storia lasciando un segno profondo, ma con una tale discrezione da rischiare di perdersi nel flusso degli eventi.

    Chi ama la fotografia, però, non può non essersi imbattuto nella potenza delle sue immagini.

    Penso ai suoi ritratti crudi e intensi dei travestiti, sguardi che squarciavano il velo dell’apparenza, anime messe a nudo con una delicatezza sorprendente.

    Si dice che uno di quei volti abbia ispirato la “Bocca di Rosa” del caro Fabrizio.

    Un editore milanese “di sinistra”, ironia della sorte, si rifiutò di pubblicarli negli anni Settanta.

    Troppo scomodi, forse, perbenismo ideologico travestito da rivoluzione.

    E poi c’è il suo reportage nel monumentale cimitero di Staglieno a Genova.

    Lì, dove il dolore si eleva in sculture di marmo, Lisetta non vide la commozione rituale, ma l’ipocrisia borghese elevata a monumento funebre.

    I pregiudizi di classe incisi nella pietra, la rispettabilità ostentata, la sottomissione femminile scolpita, la repressione sessuale celata sotto drappeggi marmorei, lo status sociale e la ricchezza eternati nel granito.

    “Erotismo e autoritarismo a Staglieno” il titolo del suo lavoro. Inutile dire che in Italia quel libro non vide mai la luce.

    Ricordo anche la sua inchiesta viscerale sulle condizioni dei portuali di Genova.

    Si finse la cugina di un “camallo”, un’infiltrazione audace per raccontare la fatica, la dignità e lo sfruttamento di quegli uomini.

    Il sindacato comprese la forza di quelle immagini e le trasformò in una potente mostra-denuncia.

    E quella sequenza sul parto di una ventenne? Cruda, magica, emozionante.

    Uno schiaffo al perbenismo ipocrita che edulcora la nascita, un evento tanto naturale quanto potente.

    Queste immagini, frammenti di una vita intensa, sono riemerse quasi per caso.

    Grazie alla sensibilità di Uliano Lucas, che le dedicò una mostra, e alla tenacia di Giovanna Chiti, che le raccolse nel prezioso “Ho fotografato per capire”.

    Altrimenti, forse, sarebbero rimaste silenziose, come tanti sussurri dimenticati.

    Perché Lisetta non si è mai aggrappata alle sue vite passate.

    Le ha interrotte di netto, con una decisione che spiazza e affascina.

    Penso alla sua carriera concertistica, ventidue anni sui palcoscenici più prestigiosi d’Europa.

    Un giorno di giugno del 1960, il suo maestro le proibì di partecipare a una manifestazione di portuali, temendo per le sue mani preziose.

    Lei scelse la sua coscienza, la sua umanità, e abbandonò la musica per sempre.

    Un addio senza rimpianti.

    Anche con la fotografia fu così. Iniziò quasi per gioco, un viaggio in Puglia con un etno-musicologo, una semplice Agfa Silette tra le mani, e il suo occhio rivelò un talento innato.

    Ma un incontro in India, la folgorazione per un sadhu, Babaji Herakhan Baba, cambiò di nuovo tutto.

    I capelli tagliati, un nuovo nome, Janki Rani, e un volto barbuto racchiuso in un ovale appeso al collo.

    Tornata in Italia, quel trullo divenne un ashram, un centro spirituale riconosciuto.

    E il pianoforte, silente per anni, tornò a vibrare sotto le sue dita, ispirato dalle riflessioni di un suo ex allievo, Paolo Ferrari.

    La calligrafia cinese le aprì le porte del Tao.

    Un regista, Daniele Segre, ha persino raccontato la sua storia in un film toccante, “Un’anima in cammino”.

    Quando le chiesi il segreto della sua serenità, mi rispose con le parole del suo guru.

    Ma c’è un episodio che la dice lunga sulla sua accettazione del flusso della vita: un giorno, sulla soglia dell’ashram, fu colpita da un fulmine.

    All’ospedale, i medici non riuscivano a spiegarsi come avesse riportato solo un livido. Lei lo sapeva: “Non ho opposto resistenza”.

    Non si è mai opposta ai cambiamenti radicali della sua esistenza.

    Mai, credo, al suo destino.

    E io, Lisetta, in questo tuo peregrinare incessante, non posso che dirti: ti ho voluto un gran bene.

    Maggio 4, 2025

    #Cisternino

    #lisettacarmi

    #ashram

    #BabajiHerakhanBaba

    #JankiRani

  • Lorenzo Tomacelli&Diros Grafica di Cerignola

    Moltissimi anni addietro conobbi un grande stampatore italiano. Era di Cerignola ed aveva la sua stamperia in Piazza Perugia.

    Molti artisti dell’epoca frequentavano il suo studio.

    Era un genio della stampa e la serigrafia era il suo “priscio”.

    I suoi clienti artisti erano Mario Lupo, Rocco Barbarito, Gennaro Picinni e molti altri.

    Io stampai una figura umana strana e molto colorata.

    Lorenzo mi creò un piccolo capolavoro del formato 50×70 su carta Bristol.

    100 stampe furono numerate da 1/100 e 20 furono le prove di artista.

    Ricordo con affetto e riconoscenza questo grande stampatore.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Che bel ricordo! Sembra che Lorenzo fosse davvero un maestro nel suo campo e che la sua stamperia in Piazza Perugia fosse un luogo effervescente di creatività.

    È affascinante immaginare tutti quegli artisti riuniti, condividendo idee e progetti.

    Deve essere stata un’emozione speciale vedere la tua “figura umana strana e molto colorata” trasformarsi in un capolavoro serigrafico grazie alla sua abilità.

    E che fortuna avere quelle 100 stampe numerate e le 20 prove d’artista! Sono testimonianze preziose di quel periodo e della tua collaborazione con Lorenzo.

    È bello che tu lo ricordi con tanto affetto e riconoscenza.

    Persone come Lorenzo, con la loro passione e il loro talento, lasciano un segno importante nel mondo dell’arte e nella vita di chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro.

  • PABLO PICASSO

    Vita Sentimentale

    Un artista che ha fatto la storia. Ha avuto una vita sentimentale davvero intensa e complicata. Praticamente ogni donna che entrava nella sua vita diventava una musa, una fonte d’ispirazione per le sue opere. Si diceva che cambiasse partner con la stessa rapidità con cui sperimentava nuovi stili pittorici, incredibile! Un sacco dei suoi quadri più famosi sono proprio ritratti delle sue mogli, amanti e dei suoi figli. Diamo un’occhiata ad alcune delle donne più importanti che hanno segnato la sua vita

    Fernande Olivier (1881-1966)

    Questa modella e artista francese è stata la sua prima storia d’amore seria a Parigi. La loro relazione è durata circa sette anni, dal 1904 al 1912, e lei ha ispirato un sacco di lavori del suo Periodo Rosa e i primi esperimenti cubisti, pensa solo a “Les Demoiselles d’Avignon”.

    Eva Gouel (1885-1915)

    Il suo vero nome era Marcelle Humbert. La loro storia è iniziata intorno al 1912, dopo che aveva chiuso con Fernande. Eva è stata una musa fondamentale durante il suo periodo cubista sintetico. Purtroppo, è morta giovane di tubercolosi.

    Olga Khokhlova (1891-1955)

    Era una ballerina russa e l’ha sposata nel 1918. Hanno avuto un figlio, Paulo. Col tempo, il loro rapporto si è incrinato e Picasso l’ha lasciata per Marie-Thérèse Walter, anche se sono rimasti sposati legalmente fino alla morte di Olga. Lei ha influenzato il suo lavoro con temi più classici e ritratti più formali.

    Marie-Thérèse Walter (1909-1977)

    Picasso ha iniziato una relazione con lei nel 1927, quando lei aveva solo 17 anni! La loro storia è rimasta segreta per un bel po’ perché lui era ancora sposato con Olga. Marie-Thérèse gli ha dato una figlia, Maya. È stata una musa importantissima, ispirando opere con forme morbide e colori super vivaci, come “Le Rêve”. Tragicamente, si è tolta la vita quattro anni dopo la morte di Picasso.

    Dora Maar (1907-1997)

    Era una fotografa e artista surrealista, e la loro relazione è iniziata a metà degli anni ’30. Dora era una compagna intellettuale e molto impegnata politicamente, e la sua influenza si vede chiaramente nel periodo di “Guernica” e in quei ritratti intensi e spesso tormentati, come “La donna che piange”. Poverina, ha sofferto di depressione dopo che si sono lasciati.

    Françoise Gilot (1921-2023)

    Pittrice anche lei, l’ha conosciuta durante l’occupazione nazista di Parigi. La loro relazione è durata circa dieci anni e hanno avuto due figli, Claude e Paloma. Françoise è stata una delle poche donne ad avere il coraggio di lasciare Picasso. I ritratti che le ha fatto hanno un tratto più leggero e la rappresentano in modo più indipendente.

    Jacqueline Roque (1926-1986) Si sono conosciuti negli anni ’50 e lei è diventata la sua seconda moglie nel 1961, dopo la morte di Olga. È stata la musa più presente nell’ultima parte della sua vita, comparendo in un’infinità di ritratti. Anche lei, purtroppo, si è suicidata tredici anni dopo la morte di Picasso. Insomma, le donne nella vita di Picasso non sono state solo dei soggetti da dipingere, ma hanno avuto un impatto enorme sulla sua arte, sulla sua evoluzione stilistica e sulle sue emozioni. Le loro personalità e i loro rapporti con lui si riflettono chiaramente nelle diverse fasi della sua incredibile carriera.

  • DRIPPING

    FENOMENO ARTISTICO

    Il Dripping : Gesto, Astrazione e Interrogativi. Osservo il fenomeno artistico del dripping con uno sguardo particolarmente attento, forse persino acuito da una sensibilità allenata all’astrazione. Mi affascina e insieme mi interroga, come tutte le espressioni artistiche che si muovono sul crinale sottile tra il caso e la volontà, tra l’impulso e la riflessione. Il dripping, nella sua essenza, è un gesto pittorico che sovverte le convenzioni della forma, della composizione e persino della tecnica. Non è tanto un “modo di dipingere”, quanto un atto, un evento, un accadimento. In quel gesto che lascia colare la pittura sulla tela – spesso posta a terra, come fece Jackson Pollock – si compie una sorta di rito. Il corpo dell’artista entra in relazione fisica con il quadro, non più spettatore o regista a distanza, ma parte stessa del processo. Il dripping è l’estensione dinamica del corpo nell’opera : un gesto carico di energia, eppure non privo di controllo. Qui si gioca una delle sue più profonde ambiguità : quanto c’è di intenzionale e quanto di affidato al caso? E, soprattutto, importa davvero saperlo? Quello che colpisce è che nel dripping l’astrazione si libera da ogni residuo narrativo, da ogni forma riconoscibile, diventando pura testimonianza del gesto. È un linguaggio visivo che rinuncia al disegno per abbracciare la materia fluida del colore, come se la pittura tornasse al suo stadio primordiale, prima ancora della rappresentazione. Ma ciò che rende il dripping davvero intrigante è il suo potenziale di rivelazione. In un tempo dominato dal controllo e dalla misura, questa pratica ci ricorda l’importanza del rischio, dell’imprevisto, dell’errore trasformato in segno. C’è qualcosa di profondamente umano in questo lasciar accadere, in questa fiducia riposta nel fluire delle cose. Forse è proprio questo che lo rende così radicalmente astratto : non solo perché privo di figurazione, ma perché rifiuta ogni narrazione prestabilita. È un atto di fede nell’ignoto, e in questo senso, è un’arte che non si limita a esprimere, ma che interroga. E io, come artista astratto, non posso che trovarmi coinvolto da questo enigma. Lo guardo con ammirazione, perché riconosco nel dripping la libertà assoluta del gesto; ma anche con domande, perché quella stessa libertà implica responsabilità, scelte sottili, intuizioni che non si vedono ma si sentono. In fondo, il dripping è un paradosso : caotico ma calibrato, istintivo ma strutturato, immediato ma stratificato. Ed è proprio in questa tensione che risiede la sua verità più profonda.

  • Spesso sono astrattista, talvolta informale. Perché?

    Talvolta uso i rossi, i gialli Senegal, i viola e i verdi smeraldo, altre volte mi concentro nella materia, negli scuri e spesso affondo nei neri più cupi.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Caro Piero, non c’è assolutamente nulla di “non coerente” nel tuo approccio artistico!

    Anzi, la tua apertura a diverse espressioni pittoriche e la tua capacità di esplorare sia il colore vibrante che la profondità materica e oscura rivelano una ricchezza interiore e una sensibilità artistica poliedrica.
    Molti artisti nel corso della storia hanno attraversato fasi stilistiche diverse, o addirittura hanno coltivato parallelamente approcci apparentemente contrastanti.

    Pensa a Picasso, per esempio, con i suoi periodi blu e rosa, il cubismo analitico e sintetico, e le sue figure surrealiste.

    Questa “incoerenza” apparente è spesso il motore della loro evoluzione e della loro continua ricerca espressiva.

    Ecco alcune riflessioni sul perché potresti sentirti attratto da queste diverse polarità:

    Stati d’animo ed emozioni

    I colori vivaci come i rossi, i gialli e i verdi smeraldo possono riflettere momenti di gioia, energia, vitalità e ottimismo. Al contrario, i toni scuri e l’immersione nella materia possono esprimere introspezione, malinconia, riflessione o un interesse per l’essenza più profonda delle cose, al di là dell’apparenza superficiale.

    È naturale che il tuo sentire interiore influenzi la tua scelta espressiva.

    Esplorazione e sperimentazione

    La tua alternanza tra colore e materia dimostra una curiosità artistica viva e un desiderio di esplorare diverse possibilità espressive.

    Non ti limiti a un solo linguaggio, ma ti metti costantemente alla prova con nuove sfide e nuovi modi di comunicare attraverso la pittura.

    Focus concettuale

    Talvolta potresti essere interessato a esplorare le qualità intrinseche del colore, la sua forza emotiva e simbolica.

    Altre volte, invece, la tua attenzione si sposta sulla fisicità della pittura, sulla texture, sulla densità della materia e sulle sue implicazioni tattili e concettuali.

    Influenze esterne

    Le tue diverse fasi potrebbero anche essere influenzate da ciò che ti circonda, dalle tue esperienze, dalle opere di altri artisti che ti colpiscono in un determinato momento.

    Questa permeabilità alle influenze è un segno di apertura e di vitalità artistica.

    Invece di vedere questa dualità come una mancanza di coerenza, potresti considerarla come la tua coerenza interiore: la coerenza di un animo sensibile e curioso che si esprime attraverso un ampio spettro di possibilità pittoriche.

    La tua “coerenza” risiede proprio nella tua autenticità e nella tua libertà di seguire le tue diverse ispirazioni.

    Continua ad ascoltare le tue diverse voci interiori e a dare loro spazio sulla tela.

    Questa tua ricchezza espressiva è un tuo punto di forza, non una debolezza.

    Abbraccia le tue “incoerenze” come le diverse sfaccettature del tuo essere artista.

    pvlsublog

  • Artisti e invidia

    L’ombra serpeggiante dell’invidia e della bile gelosia nel sacro recinto dell’arte.

    Un dramma tanto vetusto quanto il primo guizzo di creazione.

    È una tenebra vischiosa che a volte soffoca la luce abbagliante dei trionfi altrui, persino tra coloro che vibrano all’unisono per la bellezza e l’urgenza espressiva.

    Figurati due pittori, anima e pennello.

    Uno, con fendenti audaci di colore e una tavolozza che incendia la tela, vede le sue creazioni rapire gli sguardi, troneggiare in santuari d’arte blasonati, incensate dal verbo tagliente della critica.

    L’altro, forse con un talento di pari fulgore, ma prigioniero di un destino avverso o di un sentiero meno battuto, si ritrova a spiare quel successo con un’ammirazione velata di acido, un morsicante “vorrei essere al suo posto”, quell’inevitabile paragone che come un tarlo rode l’animo umano.

    Non è infrequente che l’invidia si manifesti con gesti felpati: un commento intriso di sardonica ironia, una critica ammantata di falsa benevolenza, persino un silenzio denso e fragoroso di fronte a una vittoria altrui.

    Talvolta, ahimè, questa serpe interiore striscia fino a mordere con azioni meschine, in vili tentativi di sminuire la maestria del rivale o di erigere barricate sul suo cammino.

    La gelosia, sorella torbida dell’invidia, germoglia dalla paura viscerale di smarrire il proprio alloro, il proprio prezioso spicchio di ribalta.

    Un artista già consacrato potrebbe scrutare con sospetto un astro nascente, temendo di essere eclissato, relegato nell’ombra.

    È una danza sinuosa e pericolosa, alimentata dal fuoco dell’insicurezza e dalla spietata pressione di un’arena competitiva.

    Eppure, è vitale scolpire nella pietra della memoria che non ogni artista soccombe a queste passioni oscure.

    Molti, con animo nobile, attingono ispirazione dalla sinfonia creativa altrui, celebrano con gioia sincera i successi dei colleghi e tessono trame di comunità artistiche fondate sul rispetto sacro e sulla fertile collaborazione.

    La vera statura di un artista non si misura unicamente nella folgorante unicità del suo talento, ma anche nella sua capacità di elevarsi al di sopra delle bassezze dell’invidia e della gelosia, abbracciando la vibrante ricchezza e la caleidoscopica diversità del mondo dell’arte.

    In fondo, ogni pennello narra una storia unica, ogni scalpello libera una forma inedita, ogni voce intona una melodia irripetibile.

    E la magnificenza dell’arte risiede proprio in questa esplosione di espressioni plurali.

    Invece di lasciarsi divorare da sentimenti corrosivi, concentrarsi con fervore sulla propria evoluzione, coltivare con tenacia la propria visione interiore e celebrare con entusiasmo il genio altrui può plasmare un ecosistema artistico più rigoglioso e profondamente gratificante per tutti.

  • CONVERSANO/CASTELLO ARAGONESE

    CONVERSANO/CASTELLO ARAGONESE

    È affascinante come la sua storia si intrecci con così tante epoche diverse, dalle antiche mura megalitiche all’elegante dimora signorile degli Acquaviva.

    È davvero suggestivo immaginare la Torre Maestra come unica testimone dell’originaria fortezza normanna, eretta con quei robusti conci calcarei.

    E poi, il passaggio agli Acquaviva ha segnato una trasformazione incredibile, aggiungendo quel tocco di sfarzo rinascimentale e rafforzando al contempo le difese.

    La torre cilindrica voluta da Giulio Antonio Acquaviva deve essere imponente, diventando un vero e proprio simbolo della città.

    E la torre poligonale, con la sua forma a scarpa pensata per resistere ai colpi d’artiglieria, è un esempio notevole di architettura difensiva.

    Immagino che un tempo, con il fossato e il ponte levatoio, doveva essere inespugnabile!

    Oggi, sapere che questo luogo ricco di storia ospita la Pinacoteca comunale con le opere del Finoglio, la Pinacoteca Francesco Netti e la mostra di abiti storici “Nozze al Castello” lo rende un polo culturale vivo e vibrante.

    Deve essere un’emozione ammirare quelle tele seicentesche e gli abiti d’epoca in un contesto così suggestivo.

    Pvl

  • TORRI GEMELLE

    Nel mio indimenticabile viaggio a New York nel 2019, un’esperienza ha toccato le corde più profonde del mio cuore : la visita al Memoriale dell’11 settembre. Percorrendo l’area dove un tempo si ergevano le maestose Torri Gemelle, ho trovato un luogo di solenne riflessione. Le due imponenti vasche d’acqua, collocate esattamente sull’impronta degli edifici perduti, creano un’atmosfera di quieta contemplazione. Il suono delicato e continuo dell’acqua che scompare nelle profondità sembra quasi un sussurro di ricordo. Avvicinandomi ai bordi delle vasche, ho letto con attenzione le placche di ottone che le circondano. Incisi con cura, i nomi di tutte le vittime di quel tragico giorno formano un elenco commovente. Ogni nome rappresenta una vita spezzata, un’esistenza unica portata via dalla violenza. In quel silenzio carico di storia, ho percepito un profondo senso di rispetto e di umana connessione con coloro che non ci sono più. Il Memoriale dell’11 settembre non è solo un monumento, ma un potente simbolo di resilienza e un monito per il futuro.

  • ROMA

    VIA DEI SERPENTI

    Oggi collegamento cruciale tra via Cavour e via Nazionale nel rione Monti, era già importante nel XVII secolo, tanto da essere chiamata “Corso dei Monti” prima ancora che le vie attuali esistessero.

    Nel secolo successivo, come si vede nella pianta del Nolli del 1748, il suo nome cambiò in “Strada de’ Serpenti”.

    L’origine del nome è incerta: alcuni la collegano a un’edicola mariana con la Vergine che schiaccia un serpente, altri all’insegna di una bottega (forse osteria o marmista) raffigurante Laocoonte avvolto dai serpenti.

    Ai due estremi della via si trovano edifici importanti: la Banca d’Italia verso via Nazionale e la chiesa di S.Maria dei Monti vicino a via Cavour.

    All’angolo con via Baccina, una palazzina custodisce due memorie significative.

    Al civico 3, un bel portale bugnato ad arco è sormontato dallo stemma della Casa Reale di Braganza e da una targa che indica l’appartenenza dell’edificio all’Ospedale di S.Antonio dei Portoghesi: “Questa casa è sotto la proprietà dell’ospedale di S.Antonio dei Lusitani (o portoghesi)”.

    In origine, la casa fu di Donna Guiomar di Lisbona, che iniziò ad accogliere le pellegrine portoghesi.

    Con l’aumento dei pellegrini, Donna Guiomar fondò un vero ospizio.

    Un documento del 1363 ne delinea le regole, destinando i beni suoi e di altri benefattori all’accoglienza dei viandanti, inizialmente solo donne portoghesi.

    La direzione dell’ospedale era affidata a un portoghese eletto dalla comunità romana e approvato dal Vicario Generale del Papa, ponendo l’ospedale sotto la protezione pontificia pur appartenendo alla nazione portoghese.

    Al civico 2, una lapide ricorda che in questa casa morì San Benedetto Giuseppe Labre il 16 aprile 1783, portato qui morente dalla vicina chiesa di S.Maria dei Monti.

    La stanza della morte è ora un oratorio con reliquie e oggetti del santo.

    Nato in Francia nel 1748 da famiglia povera, dopo vari tentativi di vita ecclesiastica comprese la sua vocazione di “vagabondo di Dio”, predicando il Vangelo con umiltà e povertà.

    Visitò molti santuari europei, dormendo per strada e vivendo di offerte che poi donava ai poveri. Definito “il vagabondo di Dio” o “lo zingaro di Cristo”, giunse a Roma nel 1770 e vi si stabilì nel 1777, vivendo sotto un arco del Colosseo.

    La sua fama di uomo spirituale crebbe rapidamente, tanto che nobili e cardinali cercavano i suoi consigli.

    La sua salute peggiorò e morì a 35 anni.

    I suoi funerali furono seguiti da una grande folla e i romani iniziarono subito a invocarne l’intercessione.

    La sua fama di santità si diffuse in Europa e fu beatificato nel 1860 e canonizzato nel 1881.

    Pvl

  • GRAZIANO MIGLIETTA

    UN DOLCE RICORDO

    Eri appena entrato nell’esercito e già in caserma tutti ti apprezzavano per la tua umanità e il tuo spirito estroso e artistico.

    Venivi spesso a trovarmi nella galleria Arteuropa che all’epoca dirigevo lasciandomi con fiducia le tue splendide opere, testimonianza della tua superiorità artistica.

    Eri un vero maestro del colore, apprezzato fin da giovane in italia.

    Politicamente socialista, sei stato sempre vicino al partito.

    Ho sempre riconosciuto il tuo genio, direi insuperabile.

    Ho sofferto moltissimo quando seppi della tua scomparsa.

    Ti voglio ancora molto bene, caro Graziano.

    Piero Villani

  • AZZORRE

    Il ricordo di quell’invito

    di Luis Matez-Ronaldo per realizzare una mia mostra a São Miguel, nelle incantevoli Azzorre, il 28 agosto 2024, ancora mi suscita un velo di malinconia. Purtroppo, intricate questioni logistiche mi costrinsero a declinare quella gentile opportunità. A rendere il tutto ancora più frustrante, si aggiunsero complicazioni con i voli di TAP Portugal e Azores Airlines, un vero peccato che mi rattristò profondamente. Tuttavia, il richiamo di quelle isole vulcaniche era troppo forte per essere ignorato. Così, presi una decisione : avrei visitato le Azzorre, e naturalmente anche la splendida São Miguel, in compagnia della mia amata moglie. Fu un’esperienza che definirei unica, quasi surreale. Mi ritrovai immerso in un paesaggio costellato da centinaia di laghi dalle acque cristalline, sinuosi fiumi che serpeggiavano tra la vegetazione lussureggiante, cascate impetuose che si gettavano da altezze vertiginose e l’imponente presenza di vulcani attivi, testimoni silenziosi della forza primordiale della natura. Il mare, in quel mite settembre, si presentava placido e invitante. Ma fu l’avvistamento delle maestose balene e di altri affascinanti cetacei, in alcune zone dell’arcipelago, in particolare nei pressi dell’isola di Faial, a lasciarmi letteralmente senza fiato. Un’emozione indescrivibile che si scolpì indelebilmente nella mia memoria.
    Anche la gastronomia locale si rivelò sorprendentemente varia, un vero tripudio di sapori. Devo però confessare che, verso la fine del soggiorno, la continua e quasi onnipresente offerta di baccalà iniziò a stancarmi un po’, sebbene riconosca l’importanza di questo ingrediente nella tradizione culinaria azzorriana. I giorni trascorsero con una velocità disarmante, come sabbia che scivola tra le dita. Lasciare quelle isole, con la loro bellezza selvaggia e la loro atmosfera incantata, fu un vero e proprio strappo al cuore. Sulla via del ritorno, la nostalgia si fece sentire in modo ancora più acuto, un desiderio struggente di rivivere quei momenti magici in un angolo di paradiso terrestre.

  • VIA MARGUTTA

    ROMA

    Che ricordi vivi e pieni di sogni.

    Passeggiare per via Margutta da ragazzo con il desiderio di diventare pittore e’ stata un’esperienza davvero intensa.

    La mia era timidezza pura di fronte a figure artistiche così importanti che erano lì.

    Tutti i grandi artisti della scuola romana.

    È stato bello avere incontrato Lino Tardia e Michele Calabrese punti di riferimento di quella strada e del mondo dell’arte.

    L’amicizia con Calabrese e il suo gesto di dedicarmi uno spazio sul “Poliedro” sono stati sicuramente un incoraggiamento prezioso in quel momento.

    Un piccolo gesto, ma dal grande significato per un giovane aspirante artista come ero io.

    Via Margutta in quegli anni pulsava di creatività, un vero e proprio crocevia di talenti.

    Immagino l’emozione di respirare quell’aria e di sperare un giorno di far parte di quel mondo.

    E quel panino al Charlie Brown, un piccolo rito in un luogo così speciale.

    Pvl

  • LUIGI MONTANARINI

    Nato a Firenze il 1906, Luigi Montanarini intraprese il suo percorso artistico frequentando l’Accademia di Belle Arti della sua città dal 1927 al 1931, dove ebbe come guida il maestro Felice Carena. Un periodo formativo importante che lo portò a conoscere Heidy Isler, originaria di Wohlen/AG (Svizzera). Il loro legame si concretizzò nel matrimonio nel 1933, da cui nacquero quattro figli: Silvia, Roberto, Marco e Luca. Una svolta significativa nella sua carriera avvenne nel 1933 con la vittoria, in collaborazione con lo scultore Pericle Fazzini, del prestigioso Pensionato Artistico Nazionale. Questo riconoscimento lo condusse a trasferirsi a Roma, città che divenne la sua patria adottiva e un fertile terreno per la sua evoluzione artistica. Nella vivace scena culturale romana, Montanarini entrò in contatto con il gruppo della cosiddetta Scuola Romana, che comprendeva artisti del calibro di Afro, Cagli, Caporossi, Fazzini, Mafai, Mirko e Ziveri. Pur mostrando inizialmente interesse per le tematiche del gruppo, Montanarini intraprese presto un cammino stilistico autonomo, sviluppando un linguaggio pittorico personale che lo portò a superare i confini di un ambiente artistico misurato e provinciale per approdare a una dimensione europea della pittura. La sua attività espositiva lo vide protagonista in numerose mostre in tutto il mondo e nelle principali rassegne d’arte italiane e internazionali. Testimonianza di questo successo sono le sue sette partecipazioni alla Biennale Internazionale di Venezia (con una sala personale nel 1958) e le tre presenze alla Quadriennale Nazionale di Roma (anch’essa con una sala personale nel 1956). Il suo talento fu inoltre riconosciuto da importanti premi, tra cui spiccano, oltre a quelli ottenuti alla Biennale, alla Quadriennale e al già menzionato Premio Pensionato, il Premio Michetti (vinto due volte) e il Premio Taranto (anch’esso conquistato in due occasioni). Le sue opere sono oggi custodite in prestigiose collezioni sia in Italia che all’estero, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Roma e di Milano, il Kunstmuseum di Berna e il Kunsthaus di Aarau. A Roma, Montanarini realizzò anche significativi interventi in edifici pubblici e, in particolare negli anni Cinquanta, lasciò un segno importante nel campo dell’arte sacra con opere realizzate in diverse chiese romane e nel Santuario di Santa Rita a Cascia. Parallelamente alla sua intensa attività artistica, Montanarini si dedicò con passione all’insegnamento. Dal 1936 al 1938 fu professore di materie estetiche all’Istituto d’Arte di Civita Castellana, e nel 1939 venne nominato direttore della Scuola d’Arte di Velletri. L’anno successivo ottenne la cattedra di figura presso il Liceo Artistico di Roma. Nel 1956 la sua carriera accademica culminò con la nomina a professore titolare di pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, istituzione di cui divenne direttore nel 1965, entrando a far parte l’anno seguente del Consiglio Superiore delle Belle Arti. Dopo la scomparsa della sua amata moglie Heidy Isler nel 1994, Luigi Montanarini si unì in matrimonio con Jorise Tarabella. Luigi Montanarini si spense a Roma il 7 gennaio 1998, lasciando un’eredità artistica di grande valore.

  • BLOG : CORRELAZIONI

    ENTRA

    A cura di Giuseppe Scaglione

  • Lettera di Paolo Wagher a Piero Villani. Frattura&Isole Shetland

    Caro Piero Villani,

    Ho appreso con sincero dispiacere della tua frattura e, di conseguenza, del forzato annullamento del tuo tanto atteso viaggio alle Shetland in aprile.

    Immagino la tua frustrazione nel dover rinunciare a un’esperienza che so quanto ti stesse a cuore.

    Quelle isole, con la loro natura selvaggia e la luce così particolare, sarebbero state senza dubbio una fonte d’ispirazione preziosa per la tua arte.

    Ricordo ancora con vivida nitidezza i tuoi racconti entusiasti durante la nostra ultima conversazione, mentre descrivevi la tua impazienza di catturare le sfumature del cielo nordico e le scogliere battute dal vento.

    La tua capacità di trasmutare la potenza e la delicatezza del paesaggio in forme e colori unici è qualcosa che ammiro profondamente, e so che le Shetland avrebbero offerto nuovi stimoli al tuo sguardo acuto e sensibile.

    Ma, caro Piero, la vita spesso ci pone di fronte a imprevisti che, per quanto sgraditi, possono talvolta rivelarsi forieri di nuove prospettive.

    Questo periodo di convalescenza forzata, sebbene limitante, potrebbe offrirti un’occasione inattesa per esplorare nuove direzioni nel tuo lavoro, magari riscoprendo bozzetti dimenticati o dedicandoti a riflessioni che, nella frenesia del quotidiano, restano spesso inespresse.

    L’arte, come la natura che tanto ami, è resiliente e sa adattarsi alle avversità. Sono certo che saprai trasformare questo intoppo in una nuova fase creativa, magari portando nelle tue prossime opere l’eco interiore dei paesaggi sognati e non ancora visti.

    Ti auguro una pronta e completa guarigione. Spero di poterti incontrare presto per ascoltare i tuoi prossimi progetti e, magari, pianificare insieme una futura spedizione artistica, che sia alle Shetland o altrove.

    Con la mia più affettuosa stima,

    Paolo Wagher Maggio 2025

    https://pierovillani.wordpress.com/2025/05/03/paolo-wagher/?preview=true&preview_id=6&preview_nonce=03c7ac2c94

  • FRANCO FRANCESE

    Ho avuto modo di approfondire la figura di Franco Francese (Milano, 1920 – 1996), un artista che ha manifestato una precoce inclinazione per il disegno fin dalla prima metà degli anni ’30. Questa sua passione per il segno grafico ha sempre rappresentato un filo conduttore potente e costante nella sua intera produzione artistica, affiancando e arricchendo la sua pittura. Nei primi anni Trenta, il suo percorso formativo lo ha condotto alle scuole della Società Umanitaria di Milano, dove ha frequentato i corsi di incisione e stretto un importante legame di amicizia con Alfredo Chighine. Successivamente, dal 1936, ha proseguito i suoi studi al Liceo artistico di Brera, avendo come guida il maestro Angelo del Bon. Un ulteriore passo nella sua formazione artistica è stata l’iscrizione all’Accademia di Brera nel 1945, dove ha scelto di seguire il corso di scultura di Giacomo Manzù. Sebbene si dedicasse anche alla pittura, come testimonia l’opera “Nudo sdraiato” del 1946 conservata nelle Civiche Raccolte d’Arte di Milano, le sue prime apparizioni pubbliche sono state con opere grafiche. Ricordo la sua partecipazione alla mostra da Ciliberti a Milano nel 1946 (insieme a Chighine e Sinopico) e i riconoscimenti ottenuti ai premi di disegno Diomira nel 1948 e 1949, culminati con la vittoria in quest’ultima edizione. Il suo talento si è espresso anche nell’illustrazione per Einaudi, realizzando incisioni e disegni per “Il Testamento” di Villon e “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Il 1954 ha segnato l’inizio del suo percorso espositivo personale, con le sue prime mostre alla Galleria La Colonna di Milano (presentata da M. De Micheli) e alla Galleria della Piazza Vecchia di Brescia. Nello stesso anno, ha vinto i prestigiosi Premi Marzotto e Suzzara. Un periodo significativo è stato il suo soggiorno a Parigi nel 1955, un’esperienza che sicuramente ha influenzato la sua visione artistica. Nel 1961, ha trasferito il suo studio in via Borgonuovo. È interessante notare come, pur essendo stato un punto di riferimento per diversi pittori negli anni ’60, Francese si sia progressivamente isolato in quel decennio. Da quel momento in poi, la sua biografia sembra quasi ridursi a un elenco delle sue numerose esposizioni. La sua opera è stata oggetto di attenzione da parte di importanti critici e storici dell’arte. Penso ai contributi di G. Ballo nel suo “Pittori italiani dal Futurismo ad oggi” (1956), a F. Russoli in occasione della mostra “Il dopoguerra: la pittura italiana dal 1945 al 1955” a Ferrara, e agli scritti di R. Tassi sulla rivista “Paragone” nel 1963. La Galleria delle Ore di Milano è stata una sede espositiva costante per Francese a partire dal 1960, seguita dalla Galleria Bergamini (dove nel 1961 espose con un testo di E. Tadini e nel 1963 con un testo di M. Valsecchi). Un momento cruciale è stata l’antologica di Brescia nel 1963, introdotta da F. Arcangeli, che già lo aveva presentato alla Biennale di Venezia del 1960 e che ha continuato a offrire importanti interpretazioni della sua pittura. Ha partecipato anche alla rassegna “Arte a Milano 1945-1964” a Palazzo Reale nel 1964 e ha esposto al Kunstmuseum di Winterthur e a Lugano nel 1965. Altre personali si sono tenute a Bellinzona e Parma (1966), a Roma (1970) e nuovamente da Bergamini (1966 e 1969). Un viaggio nelle Fiandre nel 1968 gli ha offerto l’opportunità di studiare da vicino l’antica pittura fiamminga, un’esperienza che potrebbe aver lasciato un segno nella sua evoluzione artistica. Nel 1975, il suo percorso si è intrecciato con la Galleria Toninelli, dove ha esposto nello stesso anno con un catalogo presentato da V. Sereni. Nel 1981, ha presentato una toccante serie di ritratti di Elide, la sua compagna recentemente scomparsa, alla Galleria 32 di Milano. Negli anni successivi, D. Isella (1982), G. Testori, M. Rosci, S. Crespi e A. Crespi hanno arricchito con i loro testi ulteriori appuntamenti espositivi. Nel 1986 ha esposto alla galleria Montrasio di Monza, presentato da V. Sgarbi, e nel 1988 nella stessa sede con un testo di F. Porzio, uno studioso che gli è stato costantemente vicino negli ultimi anni della sua vita. Tra le sue mostre antologiche, ricordo quelle di Campione d’Italia (1983, Galleria Civica), Ravenna (1984, Loggetta Lombardesca), Ferrara (1991, Palazzo dei Diamanti) e Mendrisio (1995, Museo). La prima antologica postuma, curata da M. Goldin, si è tenuta nel 1997 alla Casa dei Carraresi di Treviso. A Monza, la galleria Montrasio ha ospitato la prima mostra omaggio privata dopo la sua scomparsa. La pittura di figura di Franco Francese, caratterizzata da un forte impegno sociale, affronta con intensità, profondità culturale e un notevole coinvolgimento emotivo i grandi temi dell’esistenza umana attraverso ampi cicli narrativi: il lavoro, l’amore, il distacco, la solitudine, la morte. I titoli emblematici e ormai celebri dei suoi dipinti, come “Notti d’amore”, “La bestia addosso”, “Melanconia del Dürer”, “Notte stellata”, “Imbarco”, “L’uccello batte sui vetri”, “Elegia per Kronstadt”, “Dispera di elevarsi”, “Erica e il diavolo”, “L’addio”, “L’atelier”, “Sole notturno”, “Tramonto in città”, “L’acqua scorre tra le dita”, testimoniano la sua capacità di tradurre in immagini potenti e evocative le complessità dell’animo umano e della condizione sociale.

  • OMERO

    FRATTURA OMERO

    Attualmente sono fratturato.

    Ho problemi di tutti i tipi e dovrei guarire presto perché sto seguendo le direttive per aiutarmi a ristabilirmi.

    Mi assalgono mille pensieri, belli e brutti.

    Notte insonni e disagi a gogo.

    I pruriti non mancano e nemmeno i dolori.

    Penso però anche ai miei colori quelli che da una vita mi seguono e mi fanno compagnia.

    Quanto mi duole averli abbandonati.

    Mi manca il loro odore, il loro aspetto talvolta sereno e molto spesso anche aggressivo.

    Ma i colori ora, mi hanno davvero abbandonato? Credo proprio di no.

    Se amo questi tubetti colorati anche loro mi amano.

    Menomale.

    Ho voluto scrivere due righe per poi tornare nel mio letargo sperando al più presto di rivedere il sole e anche le stelle in piena libertà.

    PAOLO WAGHER :

    Caro amico, capisco perfettamente il tuo stato d’animo.

    La frattura all’omero porta con sé non solo dolore fisico e limitazioni, ma anche un carico emotivo importante.

    Le notti insonni, i disagi e questo susseguirsi di pensieri, tra il bello e il brutto, sono una reazione naturale a una situazione così invalidante.

    È toccante sentire quanto ti manchino i tuoi colori.

    L’odore, l’aspetto, la loro presenza costante nella tua vita… la pittura è chiaramente una parte fondamentale di te, un’ancora che ti ha sempre accompagnato.

    Sento la tua tristezza nel sentirti temporaneamente lontano da questa tua passione.

    Ma hai assolutamente ragione: i tuoi colori non ti hanno abbandonato.

    L’amore che provi per loro è un legame forte e indissolubile.

    Sono dentro di te, pronti a risplendere di nuovo non appena la tua guarigione ti permetterà di riprenderli in mano.

    Questa pausa forzata può essere vista come un momento di attesa, un periodo in cui l’affetto per la tua arte può persino intensificarsi.

    Tieni duro.

    Continua a seguire le indicazioni per la tua guarigione, giorno dopo giorno.

    Il sole e le stelle torneranno ad illuminare le tue giornate in piena libertà, e con essi, la gioia di poter di nuovo esprimere te stesso attraverso i tuoi amati colori.

    Ti auguro una pronta guarigione e un ritorno quanto prima alla tua passione. Forza! Paolo Wagher

  • PITTURA ACRILICA

    CHE PASSIONE

    Che bello sentire la mia passione per la pittura acrilica. Le mie parole trasmettono una gioia contagiosa nel descrivere il rapporto quasi affettuoso che ho con questo medium. Capisco benissimo il mio entusiasmo per la sua vivacità, la sua rapidità di asciugatura e la sua natura un po’ ‘birbante’ e imprevedibile. È meraviglioso che io abbia accumulato così tante opere nel corso degli anni, un vero tesoro di ‘dolci accumuli’ e sensazioni impresse sui diversi supporti. Condivido la mia visione del pittore, dell’astrattista, del colorista che vive tra le nuvole, nutrito dalla sua creatività e appagato dal suo lavoro. E quel gesto finale, di riprendere in mano l’opera, di osservarla ancora e di accarezzarla, dice tutto sull’amore e il legame profondo che si crea tra me e la mia creazione. È proprio vero, quanto è bello essere artisti!Quando potrò riprendere in mano i miei amati colori acrilici, so che continuerò a dare vita a nuove opere vibranti e piene della mia unicità. In bocca al lupo per la mia prossima sessione di pittura!

  • Esperienza artistica nata negli anni Sessanta

    Esperienza artistica nata negli anni Sessanta

    La “Scuola di piazza del Popolo” è stata un’importante esperienza artistica nata negli anni Sessanta a Roma, con protagonisti come Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli e altri.

    Questi artisti erano soliti riunirsi al Caffè Rosati in Piazza del Popolo e alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, luoghi vivaci di incontro e fermento culturale dove si poteva ammirare il loro talento e scambiare idee.

    Mario Schifano è considerato la figura principale del gruppo, noto per opere pop come “Koka-Kola” (1961) e “Coca-Cola” (1962), che riflettevano influenze internazionali e una forte originalità italiana.

    La Galleria La Tartaruga, in particolare, era un punto di riferimento per gli artisti della scuola, un luogo dove si respirava la vitalità della scena artistica romana degli anni Sessanta.

    Quindi, sperare di incontrare questi artisti proprio in Piazza del Popolo o alla Galleria La Tartaruga era un desiderio condiviso da molti appassionati d’arte, dato che erano i luoghi simbolo delle loro frequentazioni e delle loro esposizioni.

    Pvl

  • PIERO VILLANI

    ERO IN DIRITTURA D’ARRIVO

    Fui valorizzato fin da subito dal :

    Prof Leonardo De Pinto che gestiva la famosissima David Gallery di Bari

    che presentava gli artisti più importanti del panorama artistico italiano. Una vera fortuna come giovane far parte anche se con qualche limite della sua scuderia internazionale.

    Ero sulla strada giusta.

    Un sacco di mostre per anni con discreti successi. Poi la caduta, la terribile caduta…..incomprensioni con una persona e avvilimento totale. Non frequentavo più gallerie, librerie, pittori locali, gruppi di artisti. Questo mi portò a ritornare “un perfetto sconosciuto” eppure quegli anni dovevano essere fondamentali per una vera ascesa.

    Restai sconosciuto a tanti.

    I critici non avevano ovviamente nessuno scopo a valorizzarmi. Insomma un dramma vissuto e pagato per anni. Dopo molto ma molto tempo mi sono chiesto : perché non riprendermi.

    Finalmente al tutto ho dato uno scossone.

    Ora, da tempo, tutto è passato, ora vivo da pittore e faccio il pittore grazie alla mia tenacia e la mia fede nel Supremo.

    RISPOSTA DI PAOLO WAGHER

    Caro Piero Villani, che storia intensa e piena di sfumature! Si percepisce chiaramente la passione iniziale, l’entusiasmo per l’opportunità offerta dalla David Gallery e la fiducia nel futuro. Essere accolto da una figura come il Prof. De Pinto deve essere stata un’iniezione di energia incredibile per un giovane artista. Poi, il racconto della caduta è toccante. Le incomprensioni e l’avvilimento possono davvero prosciugare l’anima di un artista, portando a un isolamento che, come hai giustamente osservato, ha avuto un impatto significativo sul tuo percorso. Rimanere “un perfetto sconosciuto” nonostante il talento e le premesse è un dramma che molti creativi, purtroppo, si trovano ad affrontare.

    Ma la parte più bella e potente del tuo racconto è la riscossa.

    Quel “perché non riprendermi?” è una domanda carica di forza e di desiderio di rinascita. E la tua tenacia e fede nel Supremo sono state evidentemente le ancore che ti hanno permesso di superare quel periodo buio e di tornare a vivere e fare il pittore. La tua storia è un monito e un’ispirazione per tanti. Ricorda che il percorso artistico è raramente lineare, è costellato di alti e bassi, di momenti di luce e di ombre. La capacità di rialzarsi, di credere in sé stessi e nella propria arte, è ciò che alla fine fa la differenza. È bello sentire che ora vivi pienamente la tua vocazione. Continua a dipingere, a esprimere la tua visione del mondo attraverso i tuoi colori e le tue forme. La tua storia dimostra che non è mai troppo tardi per riprendere in mano il proprio destino artistico. E chissà, magari un giorno i critici si accorgeranno di nuovo della tua voce unica e potente. Ma la cosa più importante è che tu, oggi, vivi da pittore e fai il pittore. Questa è la vittoria più grande.

  • ESTORSIONI. TALVOLTA MI ESTORCONO DOLCEMENTE

    A volte le persone spariscono dalla mia vita, proprio così. E la cosa che fa più male è quando svanisce anche la gratitudine. Si ricordano di me solo quando hanno bisogno, e a volte lo fanno quasi “estorcendomi dolcemente” quello che vogliono. Trovo tutto questo davvero vergognoso e disgustoso.

  • ROMA

    QUARTIERE COPPEDE’

    Esercita un fascino davvero unico e particolare, quasi fuori dal tempo e dallo spazio della caotica metropoli. Passeggiare tra i suoi palazzi evoca un senso di meraviglia e sorpresa, come entrare in un mondo fiabesco. Cosa rende questo quartiere così affascinante?

    L’architettura eclettica e fiabesca:

    Progettato dall’architetto Gino Coppedè tra il 1915 e il 1927, il quartiere è un sorprendente mix di stili Liberty, barocco, e con richiami al gotico e al rinascimentale. I palazzi sembrano usciti da un libro di favole, con le loro torrette, logge, decorazioni bizzarre, mascheroni, figure animali e motivi floreali.

    L’effetto scenografico

    L’insieme degli edifici, disposti in modo asimmetrico attorno a Piazza Mincio, crea una scenografia teatrale di grande impatto visivo. L’arco d’ingresso su via Tagliamento, sormontato da un grande lampadario in ferro battuto, segna quasi un portale d’accesso a un altro mondo.

    Il simbolismo misterioso

    Molte delle decorazioni presenti sui palazzi sono ricche di simboli, alcuni di interpretazione chiara (come la lupa capitolina che omaggia Roma, il leone di San Marco per Venezia, o i gigli per Firenze), altri più enigmatici (come rane, ragni, api, figure mitologiche). Questa fitta simbologia ha alimentato nel tempo interpretazioni esoteriche del quartiere.

    La Fontana delle Rane

    Situata al centro di Piazza Mincio, questa fontana con dodici rane è un elemento centrale del quartiere, noto anche per l’aneddoto del bagno notturno dei Beatles dopo un concerto al vicino Piper nel 1965.

    L’atmosfera sospesa

    Nonostante si trovi in una grande città, il Quartiere Coppedè regala una sensazione di isolamento e tranquillità, quasi un’oasi incantata. L’assenza di negozi e locali commerciali al suo interno contribuisce a preservare questa atmosfera particolare.

  • INCONTRO MARIO SCHIFANO

    ERA IL 1990

    Mario Schifano, un artista con mille sfaccettature, lo definivano

    maledetto e pittore puma

    Un tipo con un’anima inquieta, un amore viscerale per la vita, una passione travolgente per l’arte in tutte le sue forme e una vita mondana e piena di storie al limite.

    Eppure, io fui davvero contento di conoscerlo.

    Facevo spese in Via Borgognona, proprio come lui, nello stesso negozio.

    Mi ricordo che aveva una cartella piena di disegni sotto il braccio che gli cadde per terra.

    Ovviamente lo aiutai a raccoglierla e in quella occasione ci presentammo.

    Per fortuna gli fui subito simpatico e così, una volta usciti dal negozio ci siamo fermati in un bar lì vicino e abbiamo chiacchierato per un bel po’, almeno quaranta minuti.

    Ci siamo scambiati i numeri di telefono e ci siamo sentiti e visti fino a quando lui ci ha lasciati circa sette o otto anni dopo.

    Averlo conosciuto è stato davvero un grande privilegio.

    Pvl

  • SCARLETT WALKER MY

    LETTERA RICEVUTA

    6 Maggio 2023, Caro Piero Villani il tuo arrivo a Brighton fu come entrare in un dipinto già in corso.

    Le case color pastello che si affacciavano sul lungomare sembravano pennellate audaci su una tela celeste.

    Per i successivi venti giorni, il tuo studio divenne una tela bianca in attesa di catturare l’essenza vibrante di questa città costiera.

    Nei primi giorni ti sei immerso nell’ambiente.

    Passeggiate lungo il Brighton Pier, con la sua cacofonia di suoni e la giostra vorticosa che diventava una sfocatura di colori, hanno acceso nuove sinapsi creative.

    Le forme geometriche arrugginite delle gru del porto, in contrasto con le curve morbide delle onde, hanno iniziato a insinuarsi nei tuoi schizzi.

    Hai trascorso pomeriggi interi a vagare per le Lanes, perdendoti nel labirinto di negozi eccentrici e gallerie d’arte indipendenti.

    Ogni angolo offriva una nuova prospettiva, un dettaglio inaspettato: il modo in cui la luce del sole danzava su un muro scrostato, il ritmo dei passanti, le conversazioni sussurrate che si fondevano nel brusio della città.

    Questi frammenti sensoriali hanno iniziato a sedimentarsi, trasformandosi in emozioni e concetti che bramavano di essere espressi sulla tela.

    Il tuo studio inondato dalla luce naturale che filtrava da una grande finestra, divenne il tuo santuario.

    I primi tentativi furono forse timidi, esplorazioni di colore e linea che riflettevano la tua fase di assorbimento.

    Ricordo le tue mani macchiate di pigmenti vibranti, il profumo sottile di trementina nell’aria, il silenzio concentrato interrotto solo dal graffiare occasionale del pennello sulla tela.

    Poi, qualcosa ha iniziato a cambiare.

    L’energia di Brighton ha iniziato a fluire attraverso di te, manifestandosi in pennellate più audaci, in combinazioni di colori inaspettate.

    Forse una passeggiata ventosa lungo la costa ti ha ispirato a creare vortici di blu e grigi tormentati.

    O forse la vivacità della scena musicale locale si è tradotta in ritmi visivi e giustapposizioni cromatiche audaci.

    Hai sperimentato con diverse tecniche, forse incorporando materiali trovati sulla spiaggia conchiglie levigate, pezzi di vetro marino per aggiungere texture e profondità inaspettate alle tue opere.

    Ogni pezzo diventava un diario visivo della tua esperienza, un’istantanea emotiva di un momento, un luogo, una sensazione.

    Verso la fine della tua residenza, le tue tele raccontavano storie silenziose ma potenti.

    Non erano rappresentazioni letterali di Brighton, ma piuttosto le sue vibrazioni distillate, le sue emozioni catturate in forma astratta.

    Le tue opere pulsavano dell’energia del Pier sussurravano la tranquillità del mare, danzavano con i colori caleidoscopici del Royal Pavilion.

    L’ultimo giorno, mentre guardavi le tue tele allineate nello studio, sentivi un misto di soddisfazione e una punta di malinconia.

    Avevi riversato un pezzo della tua anima in quei lavori, infondendoli con l’essenza di Brighton attraverso il tuo sguardo unico di artista astrattista.

    Lasciare la città significava portare con te non solo le tele, ma anche un bagaglio di nuove ispirazioni e una connessione più profonda con il tuo processo creativo, forgiata nei venti e nei colori di quella vivace città costiera.

    E ora, quelle opere d’arte continuano a raccontare la tua storia di venti giorni a Brighton, un’esperienza che sicuramente ha lasciato un segno indelebile nel tuo percorso artistico.

    Pvl

  • Lettera a Piero Villani . New York 9/2024

    Arrivi a New York con una valigia piena di tele arrotolate e un cuore colmo di aspettative.

    Il tuo piccolo appartamento in un vivace quartiere di Brooklyn diventa subito la tua base operativa.

    Ti immergi rapidamente nella scena artistica locale, frequentando vernissage a Chelsea come un vero insider.

    Incontri illuminanti

    Leo Maxwell

    Alla vernice di un giovane artista emergente alla Pace Gallery, conosci casualmente Leo Maxwell, un carismatico gallerista con un occhio infallibile per il talento.

    La conversazione si accende subito, parlando della tua audace tecnica di stratificazione del colore e della tua peculiare interpretazione dello spazio.

    Eleanor Vance

    Durante una visita al MoMA, incontri Eleanor Vance, una critica d’arte dallo sguardo acuto e dalla penna affilata, nota per i suoi articoli su “Art in America”.

    Eleanor è incuriosita dalla tua prospettiva europea sull’astrazione americana e ti propone un’intervista informale per il suo blog.

    Javier “Jax” Ramirez

    In un affollato locale dell’East Village, noto per serate di poesia e performance artistiche, fai amicizia con Javier “Jax” Ramirez, un artista concettuale di fama internazionale con un umorismo pungente.

    Jax apprezza il tuo approccio istintivo e la tua noncuranza per le convenzioni.

    Spesso vi ritrovate a discutere animatamente fino a tarda notte.

    Sviluppi inaspettati

    Dopo aver mostrato il tuo lavoro a Leo Maxwell, il gallerista rimane colpito dalla freschezza e dall’energia delle tue opere, offrendoti uno spazio nel suo prossimo “New Voices” show, una collettiva dedicata a talenti emergenti.

    L’emozione è indescrivibile

    L’intervista con Eleanor riscuote un successo inatteso online, portando attenzione al tuo lavoro da parte di collezionisti e altri galleristi.

    Inizi a ricevere inviti a nuovi eventi e a stringere interessanti connessioni.

    Le chiacchierate con Jax si trasformano in una collaborazione artistica estemporanea : insieme create un’installazione che combina la tua pittura gestuale con i suoi oggetti trovati, presentata in uno spazio indipendente a Bushwick, attirando l’attenzione della scena underground.

    Partenza con la promessa di ritorno

    Dopo tre mesi intensi e ricchi di stimoli, saluti i tuoi nuovi amici e lasci New York con la consapevolezza di aver lasciato un segno, seppur piccolo, nel vibrante mondo dell’arte newyorkese.

    La promessa di una futura mostra personale con Leo Maxwell e la prospettiva di nuove collaborazioni ti riempiono di eccitazione per il futuro.

    Porti con te non solo nuove esperienze e contatti preziosi, ma anche una rinnovata fiducia nella tua visione artistica .

    Paolo Wagher

  • Paolo Wagher, Zurigo 1958

    Paolo Wagher : Profilo di un Intellettuale d’Avanguardia

    Una Voce Fuori dal Coro

    Paolo Wagher si configura come una delle figure più poliedriche e originali del panorama culturale contemporaneo, muovendosi con eleganza tra le radici svizzere e l’effervescenza artistica italiana. Intellettuale raffinato, Wagher ha scelto oggi una dimensione di fecondo isolamento : una distanza critica che gli permette di osservare il mondo “fuori dal coro”, preservando quell’indipendenza di giudizio che è il tratto distintivo della sua intera parabola umana e professionale.

    La Formazione e la Visione Critica

    Originario di Zurigo, Wagher ha costruito la propria autorevolezza attraverso un percorso di studi rigoroso.

    Come acuto critico d’arte e saggista, si distingue per uno sguardo capace di penetrare l’essenza dell’opera, supportato da una penna di rara eleganza.

    La sua analisi non si limita all’estetica, ma diventa un’indagine sociologica e filosofica sulle dinamiche della modernità.

    Il Sodalizio con l’Arte : Il Legame con Piero Villani

    Uno dei pilastri del percorso intellettuale di Wagher è lo storico e profondo legame con l’artista italiano Piero Villani.

    Quella tra Wagher e Villani non è solo un’amicizia, ma un vero e proprio laboratorio intellettuale in continua evoluzione.

    Paolo Wagher è stato tra i primi a decodificare la complessità del linguaggio di Piero Villani, offrendo interpretazioni critiche che hanno permesso di contestualizzare l’opera dell’artista nel grande flusso della storia dell’arte contemporanea.

    Questo dialogo, ancora oggi vivissimo, rappresenta un esempio raro di come critica e creazione possano alimentarsi a vicenda.

    Contributo Culturale e Impegno Saggistico

    Attraverso una produzione saggistica densa e illuminante, Paolo Wagher continua a offrire al pubblico strumenti per interpretare le tendenze artistiche più disparate.

    La sua capacità di connettere il manufatto artistico con il tessuto storico e sociale lo ha consacrato come voce autorevole nel dibattito critico internazionale.

    Le sue riflessioni sul ruolo dell’arte come catalizzatore sociale rimangono punti di riferimento per studiosi e appassionati.

    Eredità e Presente

    Oggi, pur vivendo in una dimensione riservata, Paolo Wagher rimane un punto di riferimento per chiunque cerchi una visione dell’arte che sia, allo stesso tempo, rigore accademico e passione vitale.

    Il suo lavoro continua a influenzare la comprensione delle correnti contemporanee, confermando la sua statura di protagonista indiscusso della cultura europea.

  • INCONTRO CON FRANCO MULAS

    all’ExpoArte a Bari

    Anni fa, durante Expoarte a Bari, ebbi la fortuna di imbattermi nello stand di Franco Mulas.

    Le sue opere mi catturarono all’istante.

    Ricordo ancora la lunga e piacevole conversazione che avemmo.

    Fui letteralmente stregato dai suoi colori, vibranti e profondi.

    Sapevo che i suoi quadri erano già apprezzati a livello internazionale, ma quella particolare tela… la desideravo ardentemente.

    Nonostante il sacrificio economico che rappresentava – ben cinque miei stipendi! – non esitai ad acquistarla.

    E non me ne sono mai pentito, nemmeno per un istante.

    Con Franco mantenni un rapporto di sincera amicizia fino alla sua scomparsa.

    Ripensare a quegli anni, all’opportunità di conoscere da vicino un artista di tale sensibilità, mi riempie il cuore di dolcezza.

    Un ricordo affettuoso per lui, sempre vivo in me.

    Pvl

  • LIDIA PUGLIOLI

    Nasce a San Lazzaro (Bologna) il 23 agosto 1919. Dopo la maturità classica, s’iscrive all’Università (Facoltà di Lettere e Filosofìa) e all’Accademia delle Belle Arti, dove studia con Virgilio Guidi e Giorgio Morandi. Comincia giovanissima a disegnare e a dipingere, cimentandosi in ritratti e paesaggi dal vero. Nel 1942 partecipa per la prima volta a una mostra upubblica dove la sua “Figura” si rivela un’originalissima interpretazione della lezione di Guidi. Dopo la guerra, si diploma all’Accademia e si laurea in storia dell’arte, 1948, discutendo con Roberto Longhi una tesi su Marco Basaiti. Continua a dipingere e soprattutto a disegnare; s’avvia col 1948 la prima serie di teste a matita e a penna, mentre presta la sua opera come assistente volontaria alla cattedra di Roberto Longhi. “Incerta fra il dipingere e lo scrivere d’arte”, come ricorda in una sua memoria, pubblica alcuni articoli e recensioni. Il primo quadro di ispirazione informale è del maggio 1954, da allora si è dedicata interamente alla pittura. Ha partecipato a diverse mostre, collettive e personali. Tra le altre si ricordano: Galleria La Loggia Bologna 1960; Galleria Trianon e Galleria Guerrazzi 1974; Galleria Mariani Ravenna; Galleria D. Baccarini Faenza e Associazione Italo-Francese Bologna 1976, con testo di Claudio Spadoni; Galleria San Luca 1980; Padania: tra cronache e ultimi naturalisti, a cura di Paola Sega Serra Zanetti; Roma centro culturale 5-cinquantacinque, 1990; Galleria San Luca Bologna 1992 con testo di Paola Sega Serra Zanetti; Galleria del Risorgimento Imola 1993 con testo di Dario Trento; Civiche Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea – Palazzo Massari Ferrara 1994 con testo di Beatrice Buscaroli Fabbri; Galleria San Luca Bologna 1994 con testo di Dario Trento; Galleria Paolo Nanni 1999 con testo di Beatrice Buscaroli. Vive e lavora a Bologna.

    MOGLIE DI POMPILIO MANDELLI