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  • WhatsApp

    WhatsApp

    ha annunciato una novità importante per quanto riguarda i requisiti minimi necessari per utilizzare l’applicazione su iPhone.

    A partire dal 30 novembre 2026 l’applicazione cesserà di funzionare sui dispositivi che utilizzano versioni di iOS precedenti alla 15.5.

    La decisione di Meta coinvolgerà sia la versione classica dell’applicazione sia WhatsApp Business poichè entrambe le piattaforme condividono la medesima base tecnica.

    I sistemi operativi che non saranno più supportati comprendono le versioni di iOS che vanno dalla 15.0 alla 15.4.

    Gli utenti che possiedono un iPhone fermo a questi specifici aggiornamenti riceveranno diverse notifiche di avviso direttamente all’interno dell’applicazione prima della scadenza ufficiale.

    La novità non si tradurrà in un abbandono di vecchi modelli di smartphone ma richiederà semplicemente un aggiornamento del software di sistema.

    Tutti i dispositivi che supportano iOS 15 possono essere infatti aggiornati senza problemi a versioni successive come iOS 15.5 o la più recente build iOS 15.8.8.

    I modelli storici come iPhone 6s e 6s Plus oppure iPhone 7 e iPhone SE di prima generazione resteranno compatibili a patto che l’utente esegua l’ultimo aggiornamento software disponibile.

    La scelta di escludere i sistemi operativi più datati è legata alla necessità di garantire standard di sicurezza elevati e di ottimizzare le prestazioni globali dell’applicazione.

    Per verificare lo stato del proprio dispositivo ed evitare l’interruzione del servizio basterà accedere alle impostazioni del telefono ed eseguire l’aggiornamento guidato nella sezione dedicata al software.

    Pvl

  • EROS RAMAZZOTTI/QUARANT’ANNI DI MUSICA

    EROS RAMAZZOTTI/QUARANT’ANNI DI MUSICA

    La notte di San Siro ha celebrato il ritorno di Eros Ramazzotti sul palcoscenico milanese, trasformandosi nel teatro ideale per festeggiare quarant’anni di una carriera monumentale che ha radici profonde nella cultura pop internazionale.

    L’evento, tappa centrale del nuovo tour mondiale intitolato “Una Storia Importante World Tour 2026”, ha raccolto oltre cinquantamila spettatori in un unico e prolungato applauso, confermando la straordinaria capacità del cantautore romano di saper dialogare con il tempo e con i sentimenti di più generazioni.

    Sul palco si è consumato un rito collettivo fatto di musica e memoria storica, arricchito dalla presenza di ospiti illustri come Giorgia, Max Pezzali ed Elisa, che hanno condiviso con l’artista interpretazioni intense e momenti di autentica alchimia interpretativa.

    Dai primi successi come “Terra promessa” e “Adesso tu” fino alle sonorità più mature e rivisitate per l’occasione in una chiave internazionale contemporanea, la scaletta ha ripercorso le tappe di una favola artistica nata ai margini della periferia romana e consacrata dai grandi palcoscenici globali.

    Il concerto milanese ha così ribadito non solo il valore estetico e fenomenologico di un repertorio intramontabile, ma anche la persistenza di un legame viscerale tra l’interprete e il suo pubblico, destinato a rinnovarsi nelle prossime tappe dei principali stadi italiani.

    Pvl

  • GENNARO CHIATTO

    Incarna la figura dello chef contemporaneo che ha saputo coniugare la solida tradizione culinaria mediterranea con le complesse esigenze della ristorazione d’alta quota.

    La sua esperienza a bordo delle navi della flotta Costa Crociere rappresenta un percorso di eccellenza dove la gestione di grandi numeri non sacrifica mai la qualità e la ricercatezza del piatto.

    La filosofia gastronomica di Chiatto si fonda sul rispetto assoluto delle materie prime e sulla valorizzazione dei sapori autentici della cucina italiana, reinterpretati con tecniche moderne e una presentazione estetica di grande impatto visivo.

    Il ruolo di Executive Chef in un contesto itinerante richiede non solo una straordinaria competenza tecnica, ma anche una profonda capacità organizzativa nel coordinare brigate internazionali e nel mantenere standard elevatissimi in ogni porto del mondo.

    Ogni suo menu diventa così un viaggio nel viaggio, capace di dialogare con le culture dei diversi paesi toccati dalle rotte, pur mantenendo salde le radici e l’identità della grande scuola culinaria d’origine.

    Pvl

  • ANTONELLA RICCI

    È una delle chef stellate più autorevoli e longeve del panorama gastronomico pugliese e italiano.

    La sua figura unisce una profonda tradizione culinaria a una fortissima presenza mediatica.

    Questo connubio l’ha resa celebre anche sul web e in televisione.

    Figlia d’arte, Antonella Ricci rappresenta la terza generazione di una famiglia interamente dedita alla ristorazione.

    La sua storia è legata indissolubilmente al ristorante Al Fornello da Ricci a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi.

    Questo locale ha mantenuto la stella Michelin per oltre cinquant’anni consecutivi, diventando un punto di riferimento assoluto per la cucina meridionale.

    Dopo la laurea in Scienze Economiche e Bancarie, ha scelto di seguire la sua vera passione per la cucina.

    Si è formata in Francia presso la scuola di cucina della prestigiosa fiera di Lione e ha lavorato in ristoranti internazionali.
    Nel 1998 è entrata a far parte dei Jeunes Restaurateurs d’Europe.

    Nel 2004 è diventata docente presso l’ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana fondata da Gualtiero Marchesi.

    Oggi, oltre a gestire nuove sfide culinarie come la Ricci Osteria a Milano, ricopre il ruolo di direttrice della Mediterranean Cooking School a Ceglie Messapica.

    Qui si occupa della formazione di nuovi talenti internazionali.

    La vita privata e la carriera della chef si intrecciano con quelle del marito, lo chef mauriziano Vinod Sookar.

    Insieme hanno dato vita a una proposta gastronomica unica, capace di far dialogare gli ingredienti storici della terra pugliese con spezie, profumi e tecniche di cottura esotiche e contemporanee.

    Il grande pubblico la conosce soprattutto per le sue frequenti apparizioni televisive.

    È stata una presenza fissa in programmi storici come La Prova del Cuoco e È sempre mezzogiorno su Rai 1.

    Conduce inoltre il programma Mangia Puglia Ama su Food Network, dove racconta i segreti della cucina regionale.

    È proprio questa costante divulgazione mediatica, unita alla condivisione di ricette accessibili ma d’impronta gourmet attraverso i canali social, ad aver avvicinato la sua figura al mondo dei moderni food blogger, pur mantenendo la solida autorevolezza dell’alta cucina.

    Pvl

  • MARCO BALDINI

    MARCO BALDINI

    Rappresenta una delle parabole più intense, complesse e autenticamente umane del panorama radiofonico e televisivo italiano degli ultimi decenni.

    La sua figura si colloca al crocevia tra il talento puro della comunicazione e le fragilità profonde dell’uomo, offrendo uno spaccato sociologico di straordinario interesse.

    Nato a Firenze, Baldini ha saputo rivoluzionare il linguaggio dell’intrattenimento etereo, trovando una perfetta intesa artistica con Rosario Fiorello.

    La loro sinergia ha segnato un’epoca memorabile, ridefinendo i canoni della comicità e del ritmo della diretta, dove l’improvvisazione diventava scrittura e la quotidianità si trasformava in palcoscenico.

    La sua voce, dal timbro caldo e confidenziale, ha accompagnato milioni di ascoltatori, dimostrando una capacità innata di connettersi con il pubblico attraverso una spontaneità disarmante.

    Tuttavia, la traiettoria professionale di Baldini è indissolubilmente legata alle sue vicissitudini personali, che egli stesso ha raccontato con dolorosa e pubblica onestà.

    Le dipendenze e le cadute finanziarie non hanno soltanto segnato la sua carriera, ma hanno anche svelato la vulnerabilità che spesso si nasconde dietro la maschera dell’intrattenitore di successo.

    In questo senso, la sua biografia diventa una narrazione esemplare sulle luci e sulle ombre della popolarità, un viaggio continuo tra il riscatto artistico e la lotta contro i propri demoni interiori.

    Oggi la memoria mediatica di Marco Baldini rimane quella di un maestro del microfono, un uomo che ha pagato a caro prezzo i propri errori senza mai perdere l’affetto di chi ne riconosce l’autenticità.

    Il suo percorso invita a una riflessione profonda sul valore della resilienza e sulla complessità della condizione umana nel circo mediatico contemporaneo.

    Pvl

  • TIMMY THOMAS

    TIMMY THOMAS

    Un’essenzialità ipnotica

    Ha ridefinito i confini del soul e dell’R&B attraverso una radicale economia espressiva.

    Il suo nome rimane indissolubilmente legato a un capolavoro minimalista che ha segnato la storia della musica contemporanea, dimostrando come la sottrazione possa generare un impatto emotivo immenso.

    Nato a Evansville nel 1944 e scomparso a Miami nel 2022, Thomas ha saputo condensare tensioni sociali e speranze universali in un suono spoglio, privo di sovrastrutture, affidato unicamente alla vibrazione dei tasti e alla nuda verità della voce.

    La purezza di un manifesto pacifista

    Il punto di svolta della sua traiettoria artistica coincide con la pubblicazione, alla fine del 1972, del brano Why Can’t We Live Together.

    In piena guerra del Vietnam, mentre il dibattito pubblico era saturo di retorica e divisioni, Thomas compose un inno pacifista universale utilizzando soltanto un organo Hammond, la sua voce calda e il battito sintetico e rudimentale di una drum machine Lowrey.

    Quell’incedere ipnotico e primitivo, quasi ancestrale, spogliò la musica soul di ogni sezione di fiati o arrangiamento orchestrale tipico dell’epoca.

    Il brano divenne un successo planetario nel 1973, trasformandosi in un grido d’armonia tra le razze e contro i conflitti che continua a risuonare intatto nella memoria collettiva.

    L’eredità estetica del minimalismo

    La critica musicale ha spesso evidenziato l’unicità di quel suono, capace di anticipare soluzioni estetiche che avrebbero influenzato le generazioni successive.

    La struttura scarna di Why Can’t We Live Together ha esercitato un fascino costante sulla cultura pop e sulla musica elettronica contemporanea, tanto da essere riscoperta e campionata da artisti di primissimo piano nei decenni successivi.

    Oltre al suo celebre capolavoro e ad album significativi come l’omonimo del 1972 o You’re the Song I’ve Always Wanted to Sing del 1974, la figura di Timmy Thomas resta l’emblema di un’arte che non ha bisogno di artifici per toccare le corde più profonde dell’esperienza umana.

    Pvl

  • CASTELLI ROMANI

    CASTELLI ROMANI

    Racchiudono una realtà storica e paesaggistica unica, situata a sud-est della capitale, lungo i declivi dei Colli Albani.

    Quest’area, formatasi dal crollo dell’antico Vulcano Laziale, si caratterizza per una natura vulcanica profonda, che ha regalato al territorio la presenza dei laghi di Albano e di Nemi, oltre a un terreno particolarmente fertile per la viticoltura.

    La denominazione stessa risale al XIV secolo, quando molti cittadini romani cercarono rifugio nei feudi delle grandi famiglie nobiliari come i Savelli, i Colonna, gli Orsini e gli Annibaldi, per sfuggire alla crisi economica e politica legata alla Cattività avignonese.

    Ciascun borgo conserva le tracce di questo passato medievale e rinascimentale, arricchito successivamente in epoca barocca, quando le casate principesche commissionarono monumenti e residenze di grande pregio.

    Frascati è celebre per le sue imponenti Ville Tuscolane, storiche dimore tardo-rinascimentali e barocche che dominano il panorama verso la pianura romana.

    Poco distante, Grottaferrata si sviluppa attorno all’Abbazia Greca di San Nilo, fondata nel 1004 e ancora oggi importante centro di spiritualità e cultura bizantina.

    Castel Gandolfo, storicamente scelta come residenza estiva dei Pontefici, si affaccia direttamente sul Lago Albano, conservando nel suo nucleo urbano il Palazzo Apostolico e splendidi giardini sorti sui resti della villa dell’imperatore Domiziano.

    Ariccia si distingue per il complesso monumentale di Piazza di Corte, progettato da Gian Lorenzo Bernini su commissione della famiglia Chigi, e per una radicata tradizione gastronomica legata alla porchetta.

    Genzano di Roma è nota a livello internazionale per la storica Infiorata, una manifestazione che trasforma le vie del borgo in tappeti di petali colorati in occasione del Corpus Domini.

    Nemi, arroccata sopra l’omonimo bacino lacustre, custodisce una suggestiva atmosfera medievale, anticamente legata al culto della Diana Nemorense e al ritrovamento delle celebri navi romane di Caligola.

    Il borgo di Rocca di Papa si arrampica invece sui fianchi del Monte Cavo, offrendo ampie vedute panoramiche e mantenendo intatto l’antico impianto urbanistico medievale denominato “i Quartieri”.

    Pvl

  • IVANO FOSSATI

    Rappresenta una delle figure più colte, appartate e influenti della canzone d’autore italiana, un artigiano della parola che ha saputo attraversare decenni di musica con un rigore intellettuale rarissimo.

    La sua traiettoria artistica non si è mai piegata alle loghe del mercato discografico, preferendo sempre la via della penombra e della ricerca sonora, elementi che hanno reso ogni suo album un capitolo a sé stante nella geografia culturale del nostro Paese.

    Dai territori del rock progressivo degli inizi fino alle contaminazioni con la musica colta, il jazz e le sonorità mediterranee, Fossati ha ridefinito il concetto stesso di cantautorato, trasformando la canzone in uno spazio di riflessione esistenziale e poetica.

    Il nucleo centrale della sua poetica risiede in una narrazione frammentaria e profonda, dove il viaggio, l’attesa e l’onestà intellettuale diventano categorie dello spirito.

    Le sue parole non cercano mai la rima facile o la consolazione immediata, ma scavano nella complessità dei sentimenti umani e delle dinamiche sociali, offrendo uno sguardo lucido e mai banale sulla contemporaneità.

    Questa densità espressiva ha fatto sì che i suoi testi venissero studiati e amati non solo dal pubblico, ma anche dai più grandi interpreti della musica italiana, che hanno trovato nelle sue composizioni una sartoria d’alta scuola capace di vestire le loro voci con accenti inediti.

    La scelta del ritiro dalle scene musicali, avvenuta nel momento di massima maturità espressiva, rimane un gesto di coerenza assoluta che sigilla la sua statura di intellettuale libero.

    Lontano dai riflettori, il silenzio di Fossati continua a parlare con una forza straordinaria attraverso un corpus di opere che non subisce l’usura del tempo.

    La sua assenza fisica sul palco ha paradossalmente amplificato la presenza della sua lezione stilistica, un faro per chiunque creda ancora nella dignità della parola scritta e nella necessità di un’arte che sia, prima di tutto, un atto di profonda responsabilità culturale.

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  • Tabacco da masticare

    Tabacco da masticare

    Rappresenta una delle forme più antiche e radicate di consumo della foglia dorata, un rituale che precede di secoli l’avvento della sigaretta industriale e che sopravvive oggi tra nostalgia e accesa controversia.

    Nato nelle culture indigene delle Americhe e poi adottato dai marinai europei per ovvie ragioni di sicurezza a bordo delle navi in legno, questo prodotto ha attraversato la storia legandosi a precise iconografie sociali, dal baseball americano alla dura vita dei campi.

    A differenza del fumo, che si disperde nell’aria legando indissolubilmente l’esperienza del singolo a chi gli sta intorno, il tabacco da masticare consuma la sua traiettoria in una dimensione strettamente intima, quasi viscerale.

    L’essenza del gusto si libera lentamente attraverso la salivazione, offrendo una stimolazione prolungata che non passa dai polmoni ma che non per questo si rivela meno incisiva o priva di rischi per la salute dell’organismo.

    La narrazione contemporanea tende spesso a dimenticare questa pratica, eppure il mercato e il costume continuano a registrarne la presenza, segno di un legame antropologico con la terra e con il gesto che la modernità non è ancora riuscita a spezzare del tutto.

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  • ORTODOSSIA

    ORTODOSSIA

    La presenza della comunità ortodossa greca attraversa i secoli con la forza silenziosa delle tradizioni che non si piegano al tempo.

    L’ortodossia non rappresenta soltanto una confessione religiosa ma costituisce un vero e proprio asse identitario, un modo di percepire lo spazio e la memoria collettiva.

    I rituali, la solennità della liturgia e l’estetica sacra delle icone diventano così ponti ideali tra l’eredità bizantina e la contemporaneità.

    Questa spiritualità si radica profondamente nei territori in cui si insedia, arricchendo il tessuto sociale locale attraverso un dialogo costante tra culture diverse.

    La sacralità del quotidiano e la conservazione della lingua liturgica offrono una testimonianza vivente di come la fede possa trasformarsi in custodia culturale.

    È una presenza che invita alla riflessione sulla continuità storica e sulla bellezza della pluralità religiosa nel panorama europeo.

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  • BRIGATE ROSSE

    BRIGATE ROSSE

    La storia della lotta armata delle Brigate Rosse rappresenta una delle pagine più complesse e dolorose del secondo dopoguerra italiano.

    Nata all’inizio degli anni Settanta in un clima di forte radicalizzazione politica, questa organizzazione scelse la via della clandestinità e del terrorismo con l’obiettivo di destabilizzare lo Stato democratico.

    L’ideologia del gruppo si fondava su una rigida interpretazione del marxismo-leninismo, unita alla convinzione che la rivoluzione sociale in Italia potesse essere innescata solo attraverso l’uso sistematico della violenza geopolitica.

    Le azioni iniziali, caratterizzate da sabotaggi nelle fabbriche e sequestri lampo di dirigenti industriali, lasciarono presto il posto a una strategia di attacco diretto al cuore delle istituzioni, culminata in tragici attentati contro magistrati, forze dell’ordine, politici e giornalisti.

    Il punto di massima tensione di questa strategia fu raggiunto nella primavera del 1978 con il drammatico sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, un evento che segnò profondamente la coscienza civile del Paese.

    La risposta dello Stato si articolò attraverso un progressivo potenziamento degli strumenti investigativi e l’introduzione di specifiche leggi che favorirono il fenomeno del pentitismo, portando alla disarticolazione dei principali nuclei storici dell’organizzazione.

    Il declino della sigla, progressivamente frammentatasi in diverse fazioni interne negli anni Ottanta, coincise con un isolamento politico e sociale quasi totale, sebbene alcune frange residue abbiano tragicamente tentato di riprodurne i metodi anche a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila.

    La memoria di quegli anni, definiti comunemente anni di piombo, resta oggi legata al profondo rispetto per le tantissime vittime innocenti e alla riflessione collettiva sulla difesa dei valori democratici di fronte alla minaccia eversiva.

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  • James Rosenquist

    Emerge come una delle figure più dirompenti e metodiche della Pop Art americana, capace di ridefinire la percezione visiva del secondo Novecento attraverso una pittura che frammenta e ricompone il flusso costante delle immagini commerciali.

    Nato a Grand Forks nel Nord Dakota nel 1933, sviluppa precocemente una spiccata sensibilità per lo spazio e per la scala monumentale lavorando per anni come pittore di enormi cartelloni pubblicitari a Times Square e in tutta New York.

    Questa singolare esperienza artigianale si rivela fondamentale per la sua successiva ricerca estetica, poiché gli permette di padroneggiare la tecnica della pittura industriale e di comprendere come l’ingrandimento iperbolico possa astrarre un oggetto comune dalla sua funzione originaria.

    A differenza di altri esponenti del movimento pop, Rosenquist non si limita a replicare fedelmente l’iconografia dei beni di consumo, ma adotta la tecnica del collage visivo per accostare frammenti apparentemente sconnessi di realtà quotidiana.

    Le sue tele monumentali affiancano dettagli di automobili lucenti, volti sorridenti tratti dalle riviste di moda, cibi confezionati e micidiali ordigni bellici, creando una narrazione densa di sottotesti politici e sociali.

    L’opera monumentale F-111, realizzata nel 1965, incarna perfettamente questa visione, sovrapponendo l’immagine di un cacciabombardiere statunitense a simboli del benessere e della superficialità consumistica americana, offrendo così una profonda riflessione critica sulla guerra del Vietnam e sulla complicità dell’industria del consumo.

    Il suo stile pittorico si distingue per una stesura cromatica fluida e accattivante, ereditata proprio dalla cartellonistica commerciale, che sfoca i confini tra realismo e astrazione geometrica.

    Attraverso accostamenti spiazzanti e repentini cambi di scala, l’artista costringe l’osservatore a perdere i punti di riferimento tradizionali, trasformando il paesaggio visivo dei mass media in un labirinto concettuale di rara potenza evocativa.

    L’eredità artistica di Rosenquist risiede nella sua straordinaria capacità di isolare il dettaglio per svelare la complessità del tutto, offrendo uno sguardo lucido e analitico sulle contraddizioni della modernità.

    La sua pittura rimane un esempio imprescindibile di come l’arte possa appropriarsi dei linguaggi più popolari e commerciali per convertirli in uno strumento di profonda e duratura indagine critica.

    Pvl

  • Orazio Costa Giovangigli

    Orazio Costa Giovangigli

    Rappresenta una delle vette più alte e rigorose della regia e della pedagogia teatrale europea del Novecento.

    Il suo contributo non si limita alla messinscena ma si estende alla fondazione di una vera e propria filosofia dell’attore, concepita attraverso il celebre metodo mimico.

    Nato a Roma nel 1911 e formatosi sotto la guida di Silvio D’Amico, Costa sviluppa una visione in cui l’interprete non deve semplicemente replicare un comportamento, ma farsi veicolo organico della parola poetica.

    Il corpo e la voce diventano strumenti di una metamorfosi profonda, capaci di aderire all’essenza intima di testi complessi, da Shakespeare ai grandi tragici, fino alla drammaturgia russa e a Pirandello.

    La sua attività di docente all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ha plasmato intere generazioni di interpreti e registi italiani, che hanno ereditato da lui una disciplina ascetica e una devozione assoluta alla parola scritta.

    L’attore, nella visione costiana, è un artigiano dello spirito che purifica la propria individualità per farsi forma pura, un tramite tra la dimensione letteraria e la realtà fisica del palcoscenico.

    Il legame con la Puglia si fa concreto a metà degli anni Ottanta, quando fonda a Bari la Scuola di espressione e interpretazione scenica.

    Questa esperienza, seppur breve, sposta temporaneamente il baricentro della sua ricerca pedagogica nel Mezzogiorno, portando il suo rigore metodologico a contatto con una nuova generazione di interpreti e lasciando un’impronta duratura nel panorama culturale del territorio.

    Costa si spegne a Firenze nel 1999, lasciando in eredità un patrimonio teorico che continua a ridefinire il concetto stesso di presenza scenica e interpretazione critica.

  • Acquaviva delle fonti

    Acquaviva delle fonti

    Si rivela come un mosaico di pietra viva e acque sotterranee nel cuore autentico della Murgia barese.

    La città trae il suo nome proprio da quella falda freatica ricchissima che scorre silenziosa sotto le fondamenta dell’abitato, un elemento invisibile che ha plasmato la storia, l’agricoltura e l’identità stessa della comunità.

    Questo legame profondo con l’acqua emerge non solo nella toponomastica, ma anche nella fertilità di una terra capace di regalare eccellenze gastronomiche uniche e riconosciute a livello internazionale.

    Il centro storico si sviluppa secondo un suggestivo impianto medievale a raggiera, dove le stradine strette e i vicoli si rincorrono fino a svelare improvvise aperture e monumenti di straordinario valore.

    Su tutti spicca la maestosa Cattedrale di Sant’Eustachio, uno dei più fulgidi esempi di stile romanico pugliese, la cui facciata rinascimentale rapisce lo sguardo prima di condurre il visitatore verso una cripta monumentale di rara bellezza.

    Accanto alla sacralità della fede si erge la magnificenza laica di Palazzo De Mari, una imponente struttura principesca che ingloba l’antico castello normanno e che oggi accoglie i viaggiatori con la sua imponente corte interna.

    L’identità di Acquaviva delle Fonti si esprime tuttavia con la stessa forza attraverso la sua celebre tradizione agricola, dominata dalla famosa cipolla rossa, un bulbo dal sapore dolcissimo che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di presidio Slow Food.

    Questo prodotto, celebrato in ogni vicolo e in ogni cucina locale, non è un semplice alimento, ma il simbolo di un legame indissolubile tra l’uomo, il lavoro della terra e il microclima unico di questo lembo di Puglia.

    Passeggiare oggi per Acquaviva significa dunque immergersi in un’atmosfera dove la pietra dei palazzi storici dialoga costantemente con i profumi della terra, offrendo un’esperienza culturale e sensoriale profonda, lontana dalle rotte del turismo di massa.

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  • NEO POP

    NEO POP

    La Pop Art ha ridefinito i confini del linguaggio visivo novecentesco trasformando l’oggetto di consumo in icona e il quotidiano in feticcio.

    La Neo Pop Art raccoglie questo testimone storico per spingerlo verso una riflessione radicalmente mutata dalle dinamiche della globalizzazione tardo-capitalista.

    Non si tratta di una semplice ripetizione stilistica ma di una mutazione genetica che assorbe la cultura digitale, i graffiti urbani, i manga giapponesi e l’estetica pervasiva dei mass media contemporanei.

    Mentre la Pop Art classica di Warhol o Lichtenstein dialogava con la nascente società dei consumi e la pubblicità cartacea, il Neo Pop si muove dentro il flusso ininterrotto della rete e della riproducibilità totale.

    Gli artisti di questa corrente non si limitano a isolare l’oggetto commerciale ma ne glorificano l’iper-realtà fondendo la cultura alta con il kitsch più sfacciato in un gioco di specchi che azzera ogni gerarchia estetica tradizionale.

    Figure chiave come Jeff Koons o Takashi Murakami incarnano perfettamente questa evoluzione trasformando l’opera d’arte in un super-oggetto concettuale e commerciale al tempo stesso.

    Koons amplifica la banalità quotidiana attraverso superfici specchianti e monumentali che riflettono lo spettatore inserendolo direttamente nel circuito del consumo visivo.

    Murakami teorizza il concetto di Superflat fondendo la bidimensionalità della tradizione pittorica giapponese con l’estetica frenetica degli anime evidenziando come la cultura contemporanea abbia ormai appiattito ogni distinzione tra arte e intrattenimento.

    Il linguaggio Neo Pop si appropria dei meccanismi del mercato globale per decostruirli dall’interno o per celebrarne ironicamente il trionfo assoluto.

    Le immagini diventano iper-colorate, lucide, apparentemente ludiche e disimpegnate, nascondendo spesso sotto una superficie accattivante una profonda inquietudine legata all’alienazione tecnologica e alla saturazione dei segni.

    L’opera d’arte non contesta più il sistema ma ne diventa il baricentro estetico, offrendo uno sguardo lucido e disincantato sulla nostra epoca.

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  • Guglielmo Achille Cavellini

    Guglielmo Achille Cavellini

    E’ stato una delle figure più singolari e provocatorie del panorama artistico del secondo Novecento.

    La sua traiettoria rappresenta un cortocircuito affascinante nel sistema dell’arte contemporanea, avendo vissuto due vite speculari e apparentemente contraddittorie.

    Inizialmente si afferma come uno dei collezionisti più lungimiranti e audaci d’Italia, capace di intercettare le avanguardie storiche e i fermenti dell’astrattismo prima del riconoscimento ufficiale del mercato.

    Questa frequentazione intima con le opere e con gli artisti accende in lui una scintilla diversa, trasformandolo da custode della creatività altrui a demiurgo della propria visione concettuale.

    Il nucleo centrale della sua rivoluzione scatta negli anni Settanta con l’invenzione dell’Autostoricizzazione.

    Cavellini intuisce con decenni d’anticipo la pervasività della cultura della celebrità e i meccanismi di amplificazione dell’ego che oggi dominano la nostra quotidianità digitale.

    Inizia così a redigere e stampare i manifesti delle sue stesse mostre celebrative nei più importanti musei del mondo, proiettandole idealmente nel futuro, precisamente nell’anno duemilaenovantaquattro.

    Questo processo non era una semplice parodia del narcisismo, ma una critica colta e ironica alla sacralità dell’istituzione museale e ai processi di storicizzazione ufficiale.

    L’operazione si estende al corpo stesso dell’artista e agli oggetti quotidiani, che vengono interamente ricoperti dalla sua grafia fluida e incessante.

    Le parole della sua stessa biografia diventano un pattern visivo, un tessuto che avvolge abiti, tele e superfici, azzerando il confine tra il testo letterario e l’opera visiva.

    Attraverso l’uso pionieristico della Mail Art, Cavellini spedisce frammenti della sua galassia in ogni angolo del pianeta, creando una rete globale di scambi che bypassava i canali tradizionali delle gallerie.

    La sua eredità risiede proprio in questa provocazione metodica, un invito a ridere dei dogmi dell’arte per ritrovare la pura libertà dell’atto creativo.

    Pvl

  • ENRICO CRISPOLTI

    Rappresenta una delle figure più autorevoli e poliedriche della storiografia e della critica d’arte in Italia nel secondo Novecento.

    La sua attività, definita rigorosamente come critica militante, si è sempre mossa su un doppio binario, coniugando la precisione dello storico con la partecipazione diretta ai movimenti d’avanguardia.

    Nato a Roma nel 1933 e scomparso nel 2018, Crispolti ha orientato i suoi interessi verso la ricognizione delle tendenze più innovative del secolo scorso.

    A lui si deve una fondamentale opera di rivalutazione e catalogazione del Futurismo, in particolare del cosiddetto Secondo Futurismo, di cui è stato il massimo esperto mondiale, scardinando i pregiudizi ideologici del dopoguerra per restituire al movimento la sua reale complessità estetica.

    Parallelamente, il suo sguardo si è posato sulle feconde stagioni dell’Informale e sulle ricerche artistiche successive.

    Il suo metodo critico, spesso descritto come una visione orizzontale, tendeva a non escludere le manifestazioni periferiche o alternative rispetto ai canali ufficiali del mercato, preferendo mappare l’intero tessuto creativo contemporaneo.

    Un capitolo cruciale della sua riflessione teorica riguarda il rapporto tra le arti visive, lo spazio urbano e l’impegno sociale.

    Negli anni Settanta, Crispolti è stato tra i promotori di storiche manifestazioni di arte ambientale, come l’esperienza di Volterra 73, teorizzando una creatività diffusa che uscisse dai musei per farsi strumento di partecipazione e dialogo con la comunità.

    Oltre all’insegnamento universitario, svolto per lungo tempo presso l’Università di Siena, ha curato i cataloghi generali di figure chiave come Lucio Fontana, Renato Guttuso ed Enrico Baj.

    Il suo immenso patrimonio documentario è oggi custodito nell’omonimo Archivio a Roma, un punto di riferimento imprescindibile per la comprensione delle dinamiche culturali del nostro tempo.

  • RENATO CURCIO

    Incarna una delle parabole più complesse, drammatiche e controverse del secondo Novecento italiano.

    La sua figura si colloca al centro di una profonda frattura storica, dove l’analisi sociologica e la militanza politica radicale si sono drammaticamente tradotte nella scelta della lotta armata.

    Il suo percorso intellettuale inizia all’Università di Trento, all’interno della facoltà di Sociologia, che negli anni Sessanta rappresentava un formidabile laboratorio di idee e di fermenti collettivi.

    In quel contesto di contestazione studentesca, Curcio si distingue per un rigoroso approccio teorico, orientato a decodificare le trasformazioni del capitalismo industriale e le nuove forme di alienazione urbana.

    La ricerca di un impatto concreto sulla realtà sociale lo spinge tuttavia a superare il perimetro accademico, nel tentativo di unire la teoria sociologica alla prassi rivoluzionaria.

    La transizione verso la clandestinità culmina nel 1970 con la fondazione delle Brigate Rosse, insieme a Margherita Cagol e ad altri esponenti del movimento torinese e reggiano.

    L’organizzazione si proponeva di colpire direttamente lo Stato e le strutture industriali, considerate espressione di un potere oppressivo e non riformabile.

    L’arresto di Curcio nel 1974, la successiva evasione orchestrata dalla stessa Cagol e la definitiva cattura nel 1976 segnano la fine della sua leadership operativa, proprio mentre la spirale della violenza politica in Italia imboccava la sua fase più tragica e sanguinosa.

    Dopo aver interamente scontato la propria pena detentiva, il percorso di Curcio ha vissuto una radicale ridefinizione, segnata dal rifiuto della violenza e dal ritorno a una dimensione puramente intellettuale.

    Attraverso il lavoro editoriale con la cooperativa Sensibili alle Foglie, ha ripreso gli strumenti della ricerca sociale per indagare le dinamiche delle istituzioni totali, il controllo sociale e le nuove forme di marginalità nella società post-industriale.

    La sua figura rimane un nodo cruciale per comprendere come le tensioni ideologiche di un’epoca possano deviare verso la tragedia, lasciando aperto un dibattito profondo sul rapporto tra analisi critica e responsabilità dell’azione.

    Pvl

  • Jean Baudrillard

    Jean Baudrillard

    E’ stato uno dei più influenti e provocatori filosofi, sociologi e teorici culturali francesi del secondo Novecento.

    La sua riflessione si è concentrata principalmente sulla critica della società dei consumi, sull’analisi dei media e sulla trasformazione della realtà nell’era digitale e post-moderna.

    Il nucleo centrale del suo pensiero risiede nell’idea che la società contemporanea abbia sostituito la realtà stessa con i suoi simboli e segni.

    Nel suo saggio più celebre, Simulacri e Simulazione del 1981, Baudrillard introduce il concetto di iperrealtà.

    Secondo questa visione, i media e la cultura di massa creano modelli di realtà che non si limitano a rappresentare il mondo reale, ma finiscono per precederlo e sostituirlo completamente.

    La distinzione tra il vero e il falso, o tra l’originale e la copia, svanisce all’interno di un flusso costante di immagini che consumiamo quotidianamente.

    Un altro aspetto fondamentale della sua opera è l’evoluzione del concetto di valore all’interno dell’economia.

    Baudrillard sviluppa una critica del marxismo tradizionale, affermando che nella società tardo-capitalista i beni non vengono più scambiati solo per la loro utilità pratica o per il loro valore economico, ma principalmente per il loro valore di segno.

    Gli oggetti diventano simboli di status, elementi di un linguaggio sociale attraverso cui gli individui comunicano la propria identità e la propria posizione all’interno della struttura sociale.

    Negli anni successivi, il filosofo ha applicato le sue teorie all’analisi dei grandi eventi geopolitici, interpretandoli attraverso la lente della spettacolarizzazione mediatica.

    Celebre e controversa è rimasta la sua serie di saggi sulla Guerra del Golfo, in cui sosteneva che il conflitto fosse vissuto dal pubblico occidentale non come un evento concreto, ma come un prodotto televisivo pre-programmato, una sorta di videogioco bellico privo di consistenza reale per lo spettatore.

    La sua critica radicale alla modernità e alla virtualizzazione dell’esistenza ha esercitato un impatto profondo non solo nel campo della sociologia e dell’estetica contemporanea, ma ha influenzato in modo significativo anche la cultura popolare, la teoria dei media e le arti visive contemporanee.

    Pvl

  • ACQUAVIVA DELLE FONTI/OSPEDALE MIULLI

    ACQUAVIVA DELLE FONTI/OSPEDALE MIULLI

    L’Ospedale Generale Regionale Francesco Miulli si trova ad Acquaviva delle Fonti, precisamente sulla Strada Provinciale 127 che collega Acquaviva a Santeramo in Colle, al chilometro 4.

    Rappresenta una struttura sanitaria di grandissima rilevanza per l’intera regione Puglia e per le aree limitrofe, offrendo una vasta gamma di servizi specialistici e prestazioni mediche d’eccellenza.

    La struttura è un ospedale di rilievo regionale ed è classificata come ente ecclesiastico, coniugando una lunga tradizione di assistenza con le più moderne tecnologie sanitarie disponibili.

    Il presidio è operativo continuativamente tutti i giorni della settimana per garantire la massima copertura assistenziale e la gestione delle emergenze attraverso il pronto soccorso.

    Per contattare il centralino della struttura è possibile utilizzare il numero di telefono 080 3054111.

    Tutte le informazioni dettagliate riguardanti i reparti, le prenotazioni delle visite e i servizi offerti sono consultabili direttamente sul portale web ufficiale dell’ente.

    Pvl

  • Marina di Camerota

    Marina di Camerota

    Il Cilento sa come nascondere i suoi segreti migliori e Marina di Camerota è senza dubbio uno di quei rari frammenti di costa in cui la natura non ha ancora ceduto il passo al compromesso della modernità.

    Questo borgo marinaro, incastonato tra pareti di roccia calcarea a strapiombo e un mare di una trasparenza quasi commovente, conserva intatto il fascino primordiale di una terra di pescatori e navigatori.

    La sensazione che si prova attraversando i suoi vicoli o costeggiando le sue falesie è quella di un tempo sospeso, dove il ritmo delle giornate è ancora dettato dal respiro della risacca e dal richiamo del vento che scivola giù dalle colline retrostanti.

    La vera forza di questo luogo risiede nella sua paradossale armonia di contrasti visivi e antropologici.

    Da un lato troviamo le spiagge dorate e le calette monumentali, come la celebre Baia degli Infreschi o Cala Bianca, che emergono all’improvviso tra la macchia mediterranea come visioni solitarie e incontaminate.

    Dall’altro lato c’è l’eco profonda della storia, custodita nelle grotte paleontologiche che costellano la costa e che raccontano di insediamenti umani risalenti al Paleolitico, a testimonianza di un legame viscerale e antichissimo tra l’uomo e questo specifico tratto di mare.

    Vivere Marina di Camerota significa accettare l’invito a una contemplazione attiva, perdersi tra gli ulivi secolari che digradano verso l’acqua e riscoprire il lusso autentico della lentezza.

    Non è semplicemente una meta balneare, ma un’esperienza estetica e sensoriale completa, capace di ridefinire il nostro concetto di paesaggio e di ridefinire, di conseguenza, anche il nostro modo di guardare il mondo.

    Pvl

  • MERY DE GENNARO

    Nota all’anagrafe come Mariarosaria De Gennaro, è una giornalista pubblicista, conduttrice televisiva e attrice pugliese.

    Nata a Molfetta nel 1982, il suo percorso professionale è strettamente legato al Gruppo Norba, diventando negli anni uno dei volti più iconici e apprezzati della televisione locale e non solo.

    Il debutto televisivo avviene nei primi anni Duemila, quando si fa conoscere alla conduzione di programmi storici dell’emittente come “Comò”, una rubrica di successo dedicata al costume, alla moda e alle tendenze del territorio.

    La sua presenza sul piccolo schermo si consolida nel tempo attraverso la conduzione di strisce quotidiane di grande ascolto, tra cui spicca “Mattino Norba”, dove si distingue per uno stile comunicativo fresco, elegante e fortemente radicato nella realtà mediterranea.

    Nel corso della sua carriera ha collezionato anche importanti esperienze su scala nazionale, collaborando con reti come La7 nella conduzione di “Magazine7” e approdando successivamente su Food Network, a testimonianza di una versatilità che spazia dall’informazione di attualità al lifestyle.

    Parallelamente all’attività giornalistica e televisiva, porta avanti la propria presenza digitale attraverso un blog personale e un canale di cucina, oltre ad aver ideato e condotto il podcast “Woman”, un progetto interamente dedicato a storie di leadership e ispirazione femminile.

    Pvl, Conversano

  • ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE/PORTO FLAVIA

    ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE/PORTO FLAVIA

    Il gigante di pietra sospeso sul mare

    Rappresenta uno dei più straordinari capolavori di archeologia industriale al mondo.

    La sua struttura sfida visivamente la gravità e la roccia stessa, unendo in un solo abbraccio l’ingegno umano e la selvaggia bellezza della costa di Iglesias, nella Sardegna sud-occidentale.

    Per comprendere l’importanza di questo luogo occorre fare un salto indietro nel tempo, precisamente fino agli anni Venti del Novecento.

    All’epoca la zona del Sulcis-Iglesiente era il cuore pulsante dell’attività mineraria italiana e dai giacimenti circostanti si estraevano tonnellate di zinco e piombo.

    Esisteva tuttavia un enorme problema logistico legato al trasporto, poiché i minerali dovevano essere caricati a spalla dai minatori su piccole imbarcazioni a vela, i bilancini, per essere trasportati fino a Carloforte e da lì imbarcati su navi più grandi.

    Questo processo si rivelava lento, costoso e pericoloso, e subiva frequenti interruzioni a causa delle condizioni meteorologiche e delle mareggiate.
    La svolta decisiva arrivò nel 1924 grazie all’ingegnere Cesare Vecelli.

    Egli progettò un sistema rivoluzionario che prevedeva lo scavo di due gallerie sovrapposte lunghe circa 600 metri all’interno della scogliera.

    L’ingegner Vecelli battezzò questa incredibile opera d’arte ingegneristica Porto Flavia, proprio in onore della sua primogenita Flavia.

    La facciata esterna, che funge da sbocco sul mare per la galleria superiore, fu progettata con uno stile elegante e quasi medievaleggiante, arricchita da una torretta, archi a tutto sesto e una maestosa scritta scolpita nella pietra.

    Oggi i visitatori si affacciano ai camminamenti e alle balconate protette per godere di una vista mozzafiato sul faraglione di Pan di Zucchero, il celebre monumento naturale in calcare che domina questo tratto di mare.

    Pvl

  • MILANO/BABY GANG

    MILANO/BABY GANG

    La metropoli lombarda si trova oggi a fare i conti con un fenomeno sociale complesso e stratificato, che ridefinisce la percezione della sicurezza urbana e interpella direttamente le istituzioni.

    Il termine “baby gang”, spesso abusato dalla cronaca per definire qualsiasi forma di microcriminalità giovanile, descrive in realtà gruppi informali di adolescenti e giovanissimi che occupano lo spazio pubblico cittadino.

    Queste aggregazioni si muovono prevalentemente nelle aree della movida, come i Navigli o Corso Como, ma affondano le proprie radici identitarie nelle periferie più distanti dal centro economico della città.

    I comportamenti spaziano dagli atti vandalici e le molestie ai passanti fino a vere e proprie rapine di strada, spesso finalizzate all’appropriazione di beni di consumo status-symbol come smartphone o indumenti firmati.

    La sociologia urbana evidenzia come il fenomeno non sia semplicemente una questione di ordine pubblico, ma il sintomo di una profonda frattura culturale e identitaria.

    Molti dei giovani coinvolti vivono una condizione di marginalità sociale ed economica, amplificata dal confronto quotidiano con i modelli di benessere ostentati dalla città vetrina.

    L’aggregazione nel gruppo diventa così uno strumento per colmare un vuoto di rappresentazione e per rivendicare una visibilità che la società sembra negare loro.

    Un elemento inedito e cruciale è rappresentato dal ruolo pervasivo dei social media e della musica trap.

    Le piattaforme digitali non fungono soltanto da amplificatore delle gesta del gruppo, ma ne strutturano la stessa estetica e narrativa cinematografica, trasformando la devianza in un brand identitario da esibire.

    La sfida per Milano si gioca quindi su un doppio binario, dove la necessaria risposta securitaria e di controllo del territorio deve essere necessariamente affiancata da progetti di inclusione e di rigenerazione culturale nei quartieri più fragili.

  • RUANDA/Kunyaza e Gukuna

    RUANDA/Kunyaza e Gukuna

    Rappresentano due pratiche tradizionali radicate nella cultura e nella sessualità del Ruanda e di altre regioni della zona dei Grandi Laghi in Africa.

    Queste tradizioni si tramandano da generazioni e mettono al centro il piacere femminile e l’anatomia della donna, configurandosi come elementi cardine dell’educazione sentimentale e sessuale all’interno della comunità.

    Il Kunyaza è una tecnica di stimolazione sessuale che mira a favorire l’orgasmo femminile e l’eiaculazione della donna.

    La pratica non si concentra sulla penetrazione, ma prevede una precisa stimolazione esterna del clitoride e delle labbra vaginali attraverso movimenti ritmici e un contatto prolungato.

    Questo approccio valorizza profondamente la risposta sessuale femminile, richiedendo una forte complicità e una profonda conoscenza del corpo della partner all’interno della coppia.

    Il Gukuna è una pratica preparatoria che consiste nell’allungamento progressivo delle piccole labbra vaginali.

    Questa consuetudine viene tradizionalmente eseguita dalle ragazze durante la pubertà, spesso sotto la guida di donne più anziane della famiglia o della comunità, che fungono da mentori.

    L’obiettivo culturale di questa modificazione corporea è quello di favorire il successo del Kunyaza in età adulta, poiché i tessuti modificati facilitano la stimolazione e aumentano la sensibilità.

    Entrambe le pratiche riflettono una visione culturale in cui il piacere della donna non è un tabù, ma un dovere relazionale e un elemento di stabilità per il matrimonio.

    Negli ultimi anni queste tradizioni sono diventate oggetto di studi antropologici e di dibattiti approfonditi.

    Mentre alcune prospettive moderne ne celebrano l’approccio positivo verso la sessualità femminile, altre ne analizzano criticamente gli aspetti legati alle pressioni sociali e di genere.

    Pvl

  • ESTETICA DEL FASCISMO

    ESTETICA DEL FASCISMO

    non si è configurata come un semplice apparato decorativo o propagandistico ma è stata l’essenza stessa del regime, che ha cercato di trasformare la politica in un’opera d’arte totale attraverso la spettacolarizzazione e la ritualizzazione della vita pubblica.

    Questo processo di estetizzazione della politica, mirabilmente intuito da Walter Benjamin, ha trovato il suo fulcro nel mito della romanità, intesa non tanto come fedeltà storica, quanto come serbatoio di simboli universali di potenza, ordine e monumentalità da proiettare nel futuro.

    L’architettura e l’urbanistica sono state i linguaggi privilegiati di questa visione, esprimendosi attraverso un dualismo dialettico tra il recupero del classicismo monumentale e l’adesione alle linee pulite, geometriche e razionali del modernismo, come dimostrano i progetti per l’EUR a Roma o le opere di architetti come Giuseppe Terragni.

    Il regime non ha imposto un unico stile artistico di stato, ma ha saputo assorbire e strumentalizzare le avanguardie, in particolare il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, dal quale ha mutuato l’esaltazione della velocità, della macchina, del dinamismo giovanile e della violenza rigeneratrice.

    Attraverso le grandi mostre di massa, i raduni oceanici e una rigorosa regia dei corpi nello spazio pubblico, il fascismo ha cercato di plasmare l’antropologia del cittadino, riducendo le masse a materia grezza da scolpire secondo una precisa volontà di potenza e di sottomissione estetica.

    Pvl

  • IGLES CORELLI

    E’ uno dei maestri indiscussi della cucina d’autore italiana un cuoco rivoluzionario che ha segnato profondamente la storia della gastronomia nazionale a partire dagli anni Ottanta.

    Nato ad Argenta nel 1955, ha ottenuto ben cinque stelle Michelin nel corso della sua prestigiosa carriera, distinguendosi come un pioniere della ricerca tecnica e dell’innovazione culinaria.

    La sua fama internazionale si consolida alla guida del mitico ristorante Il Trigabolo di Argenta, un vero e proprio laboratorio d’avanguardia che negli anni Ottanta ha ridefinito i canoni della ristorazione italiana, introducendo accostamenti inediti e tecniche avveniristiche quando i concetti moderni di alta cucina erano ancora agli albori.

    Successivamente ha continuato a riscuotere ampi successi storici prima alla Locanda della Tamerice di Ostellato e in seguito al ristorante Atman, ospitato nella splendida cornice di Villa Rospigliosi in Toscana.

    Il suo approccio intellettuale e operativo ai fornelli si esprime attraverso due concetti fondamentali da lui teorizzati.

    Il primo è la cucina circolare, una filosofia pionieristica basata sul rispetto assoluto della materia prima, in cui ogni ingrediente viene valorizzato in ogni sua parte attraverso successivi processi di trasformazione, riducendo a zero gli sprechi.

    Il secondo è la cucina garibaldina, un’attitudine che unisce idealmente l’intera penisola attraverso l’impiego e la valorizzazione delle eccellenze di ogni singola regione d’Italia, superando i rigidi confini dei regionalismi culinari.

    Oltre a essere un rinomato chef, Corelli è un apprezzato docente, consulente e autore di numerosi manuali e libri di cucina.

    È inoltre un noto volto televisivo, stimato per la sua capacita di raccontare l’evoluzione culinaria e per la conduzione di rubriche di successo sul canale Gambero Rosso Channel.

    In questa intervista video su Le sfide della ristorazione con lo chef Igles Corelli il maestro condivide la sua visione sul futuro tecnologico della cucina, sul ruolo dei giovani chef e sull’evoluzione del mondo gastronomico attuale.

    IGLES CORELLI

    Pvl

  • REZA PAHLAVI

    E’ l’ultimo principe ereditario dell’Iran prima della rivoluzione islamica del 1979.

    È il figlio primogenito dell’ultimo Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, e della colonna portante della famiglia reale, l’imperatrice Farah Diba.

    Nato a Teheran nel 1960, ha lasciato il Paese all’età di diciassette anni per completare i suoi studi negli Stati Uniti come pilota della forza aerea, poco prima che la monarchia venisse rovesciata dal regime teocratico guidato dall’Ayatollah Khomeini.

    Da decenni vive in esilio negli Stati Uniti, da dove porta avanti una costante attività politica come leader dell’opposizione in esilio.

    La sua figura è tornata fortemente al centro dell’attenzione internazionale soprattutto negli ultimi anni, in concomitanza con le grandi ondate di protesta civile che hanno scosso l’Iran.

    Pahlavi si propone come un punto di riferimento per i movimenti democratici, promuovendo una transizione pacifica verso una repubblica secolare e parlamentare attraverso un referendum che permetta al popolo iraniano di scegliere liberamente la propria forma di governo.

    Pur non spingendo esplicitamente per il ripristino della monarchia costituzionale, il suo ruolo simbolico raccoglie consensi tra i nostalgici del periodo pre-rivoluzionario e tra i giovani che vedono in quell’epoca un modello di modernità e di sviluppo economico rispetto all’attuale repubblica islamica.

    Pvl

  • DECADENTISMO

    DECADENTISMO

    E’ un cruciale movimento letterario e artistico che si sviluppa in Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.

    Questa corrente nasce a Parigi come una reazione polemica e netta contro il Positivismo e il Naturalismo, rifiutando la fiducia cieca nella scienza e il dogma della razionalità scientifica.

    Il termine stesso deriva originariamente dall’accezione negativa con cui la critica ufficiale indicava i poeti d’avanguardia, i quali decisero provocatoriamente di assumere quel giudizio di decadenza come un vero e proprio vanto culturale.

    La visione del mondo decadente si fonda su un profondo senso di smarrimento esistenziale e sul rifiuto della realtà materiale quotidiana.

    L’artista non cerca più di spiegare la società in modo oggettivo, ma si rifugia nella dimensione dell’irrazionale, dell’intuizione pura, del mistero e del sogno.

    La natura viene percepita come una fitta rete di simboli nascosti, interpretabili soltanto attraverso una spiccata sensibilità interiore e momenti di autentica folgorazione mistica.

    Sul piano prettamente stilistico si assiste a una rivoluzione formale che privilegia la musicalità della parola, la suggestione analogica e la sinestesia, riducendo l’importanza della logica sintattica tradizionale.

    Tra le figure di spicco a livello internazionale emergono poeti francesi del calibro di Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé e Arthur Rimbaud.

    In Italia questa complessa temperie culturale trova le sue massime e più celebri espressioni nelle opere di Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli e, per quanto concerne la successiva evoluzione della coscienza moderna, Italo Svevo.

    Pvl

  • CLAES OLDENBURG

    CLAES OLDENBURG

    E’ stato uno dei massimi esponenti della Pop Art americana, celebre in tutto il mondo per le sue monumentali sculture installate negli spazi pubblici.

    Nato a Stoccolma nel 1929 e naturalizzato statunitense, l’artista ha rivoluzionato il concetto di opera d’arte trasformando gli oggetti più comuni della quotidianità e della società dei consumi in sculture gigantesche.

    Molte delle sue creazioni più famose sono state realizzate in collaborazione con la moglie Coosje van Bruggen, con la quale ha condiviso un lungo sodalizio artistico a partire dagli anni settanta.

    Il nucleo della sua poetica risiede nello spiazzamento visivo e concettuale, ottenuto attraverso due modalità principali.

    La prima è l’ingigantimento di oggetti ordinari come mollette da bucato, fiammiferi, biciclette o piccozzi, che perdono la loro funzione pratica e diventano presenze architettoniche monumentali nel tessuto urbano.

    La seconda modalità è l’invenzione delle celebri sculture morbide, note come “soft sculptures”, in cui materiali rigidi della realtà industriale vengono ricreati usando vinile, tela o gommapiuma, modificando radicalmente la percezione della forma e del peso.

    Attraverso questa costante ironia Oldenburg ha esplorato il rapporto profondo tra l’opera d’arte, lo spazio pubblico e l’esperienza visiva dello spettatore, lasciando un’impronta indelebile nella scultura contemporanea fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2022.

    Pvl

  • DINASTIA TOLEMAICA

    Rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e complessi della storia del Mediterraneo antico, unendo la cultura greca e la millenaria tradizione egizia.

    Fondata da Tolomeo I Sotere, uno dei generali più fidati di Alessandro Magno, questa dinastia regnò sull’Egitto per quasi tre secoli, dal 305 a.C. fino alla celebre caduta di Cleopatra VII nel 30 a.C.

    I sovrani macedoni scelsero di stabilire la propria capitale ad Alessandria d’Egitto, una città che divenne rapidamente il faro culturale ed economico del mondo ellenistico, grazie a istituzioni leggendarie come la Biblioteca e il Faro.

    Per legittimare il proprio potere di fronte alla popolazione locale, i Tolomei adottarono i titoli, i rituali e l’iconografia dei tradizionali faraoni, presentandosi come divinità viventi e protettori dei templi indigeni.

    Questo sincretismo si riflesse profondamente anche nella religione, con l’introduzione del culto di Serapide, una divinità che univa elementi greci ed egizi per unire idealmente i due popoli.

    La gestione dello Stato era caratterizzata da un forte centralismo e da un rigido monopolio economico, che permetteva di accumulare immense ricchezze attraverso l’agricoltura e il commercio marittimo.

    Nonostante la prosperità economica e lo splendore culturale, la dinastia fu costantemente indebolita da feroci faide familiari, con frequenti congiure di palazzo, assassinii e matrimoni incestuosi tra fratelli e sorelle, una pratica adottata per mantenere puro il sangue reale.

    Con il passare dei secoli, la crescente pressione della Repubblica Romana trasformò l’Egitto in un protettorato di fatto, riducendo l’autonomia dei sovrani alessandrini.

    L’epilogo della dinastia coincise con il regno di Cleopatra VII, la quale cercò abilmente di preservare l’indipendenza del regno attraverso le sue relazioni politiche e sentimentali con Giulio Cesare e Marco Antonio.

    La sconfitta di Azio e il successivo suicidio della regina segnarono la fine definitiva dell’era ellenistica, portando all’annessione dell’Egitto come provincia dell’Impero Romano.

    Pvl

  • ANGELA BRAMBATI

    RICCHI&POVERI

    E’ comunemente associato a una figura storica della musica leggera italiana.

    Si tratta del nome anagrafico di Angela Brambati, la celebre cantante nata a Genova nel 1947 e nota al grande pubblico come la “brunetta” dei Ricchi e Poveri.

    Insieme ad Angelo Sotgiu, Franco Gatti e Marina Occhiena, ha dato vita nel 1967 a uno dei gruppi vocali più famosi e longevi della scena musicale italiana, caratterizzato da uno stile polifonico unico e da una lunghissima serie di successi internazionali.

    Pvl

  • BENITO MUSSOLINI E CLARETTA

    BENITO MUSSOLINI E CLARETTA

    Il legame tra Benito Mussolini e Claretta Petacci rappresenta la pagina più cupa, ossessiva e infine drammatica della vita privata del dittatore, un rapporto che si è consumato interamente all’ombra del potere assoluto e della rovina finale del regime.

    Claretta, appartenente a una famiglia della borghesia romana legata agli ambienti vaticani, nutriva fin dall’adolescenza un’autentica venerazione per il duce, che riuscì a incontrare per la prima volta nel 1932.

    L’incontro fortuito si trasformò rapidamente in una relazione stabile e segreta, nonostante la monumentale differenza d’età e la presenza costante di Donna Rachele nella vita del capo del fascismo.

    A differenza di Margherita Sarfatti, Claretta Petacci non cercò mai di influenzare le linee programmatiche o l’ideologia del regime, muovendosi piuttosto all’interno di una dimensione sentimentale totalizzante e di un isolamento dorato.

    La sua presenza a Palazzo Venezia divenne un segreto di Pulcinella per la società dell’epoca, alimentando l’ostilità di molti gerarchi che vedevano nella famiglia Petacci un centro di piccoli favori e di pericolose influenze cortigiane.

    Il vero fulcro di questa relazione emerse tuttavia nel momento del declino, quando l’unione si trasformò in una condivisione totale del destino.

    Durante i tragici anni della Repubblica Sociale Italiana a Salò, con un Mussolini ormai politicamente svuotato e fisicamente logorato, Claretta rimase al suo fianco con assoluta abnegazione, rifiutando ogni via di fuga sicura verso la Svizzera.

    La conclusione di questa vicenda si consumò il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra.

    Infiltratasi nella colonna in fuga con il dittatore e catturata dai partigiani, Claretta Petacci scelse di non abbandonare Mussolini fino all’ultimo istante, morendo fucilata insieme a lui e legando per sempre il proprio nome all’atto finale della caduta del fascismo.

    Pvl

  • BENITO MUSSOLINI/GLI AMORI

    BENITO MUSSOLINI/GLI AMORI

    La vita privata di Benito Mussolini è stata caratterizzata da una fitta e caotica rete di relazioni sentimentali che si è intrecciata costantemente con la sua ascesa e caduta politica.

    Il legame ufficiale e più duraturo rimane quello con Rachele Guidi, unione nata nei contesti contadini della Romagna ben prima della presa del potere e ufficializzata prima con rito civile e poi con matrimonio concordatario.

    Donna pragmatica e custode della dimensione domestica, Donna Rachele ha rappresentato per tutta la vita il pilastro familiare del dittatore, offrendo un’immagine di stabilità rurale e tradizionale che il regime ha ampiamente sfruttato a fini propagandistici.

    Accanto alla stabilità domestica, la biografia di Mussolini registra figure femminili che hanno esercitato un impatto profondo sulla sua evoluzione intellettuale e politica, come Margherita Sarfatti.

    Intellettuale colta, raffinata critica d’arte e figura centrale nei salotti milanesi, la Sarfatti non fu semplicemente un’amante, ma una vera e propria consigliera ideologica che contribuì in modo decisivo a plasmare l’estetica del fascismo e a promuovere l’immagine del duce a livello internazionale, prima di essere progressivamente allontanata a causa delle leggi razziali.

    L’ultimo capitolo, drammatico e definitivo, è legato indissolubilmente alla figura di Claretta Petacci.

    Molto più giovane di lui e mossa da una devozione assoluta, la Petacci condivise con Mussolini gli anni più cupi del regime e la disperata parabola finale della Repubblica Sociale Italiana, scegliendo consapevolmente di seguirlo fino all’epilogo di Giulino di Mezzegra, dove trovò la morte insieme a lui.

  • BENITO MUSSOLINI/ESORDIO

    BENITO MUSSOLINI/ESORDIO

    L’esordio politico di Benito Mussolini si consuma interamente all’interno delle dinamiche incandescenti del socialismo massimalista dell’inizio del Novecento.

    Prima di diventare il volto del fascismo, il giovane Mussolini si distingue come uno dei leader più radicali e incendiari della sinistra italiana, trovando nella testata forlivese La Lotta di Classe e successivamente nella direzione dell’avanti! la sua prima vera tribuna pubblica.

    È in questo contesto romagnolo e milanese che affina una retorica aggressiva e un giornalismo di forte impatto popolare, posizionandosi programmaticamente contro l’ala riformista del partito e contro le istituzioni borghesi.

    Il punto di svolta radicale che segna il vero esordio della sua parabola autonoma coincide con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914.

    Abbandonando bruscamente il neutralismo ufficiale del Partito Socialista, Mussolini si schiera apertamente a favore dell’intervento bellico dell’Italia, un mutamento ideologico che gli costa l’espulsione immediata dal partito e dalla direzione del quotidiano socialista.

    Questa rottura traumatica lo spinge a fondare Il Popolo d’Italia, un nuovo organo di stampa che diventa il laboratorio politico ideale in cui il vecchio linguaggio rivoluzionario si fonde con un acceso nazionalismo bellicista.

    È proprio da questa miscela di interventismo, cameratismo delle trincee e profonda insoddisfazione per gli equilibri del dopoguerra che prenderà forma la nascita dei Fasci di Combattimento nel marzo del 1919 a Milano.

  • CARATTERE DI BENITO MUSSOLINI

    CARATTERE DI BENITO MUSSOLINI

    si strutturò attorno a una complessa stratificazione di spinte emotive e calcoli politici dove l’ambizione personale si fuse costantemente con una spiccata capacità di intuire le debolezze della società del suo tempo.

    Fin dalla giovinezza si distinse per un’indole irrequieta, ribelle e incline alla scontro, tratti che si tradussero inizialmente in un massimalismo politico violento e in una perenne insofferenza verso ogni forma di autorità costituita.

    La componente psicologica dominante fu un egocentrismo ipertrofico, che nel corso degli anni si tramutò in un vero e proprio culto della propria personalità, alimentato dalla convinzione quasi mistica di essere investito di una missione storica epocale.

    Possedeva un temperamento volubile e umorale, alternando fasi di febbrile attivismo decisionale a momenti di profondo isolamento, di scetticismo e di forte diffidenza nei confronti dei suoi stessi collaboratori più stretti.

    L’abilità retorica e teatrale rappresentò lo strumento principale della sua proiezione pubblica, un talento nell’uso della gestualità, delle pause e delle formule ad effetto studiato appositamente per suggestionare la psicologia delle masse.

    Dietro la facciata monumentale e l’ostentazione di una fermezza inflessibile si celava tuttavia una profonda solitudine decisionale, che emerse drammaticamente nei momenti di crisi, rivelando incertezze strutturali e una fatale tendenza a farsi condizionare dagli eventi storici che lui stesso aveva contribuito a scatenare.

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  • ARICCIA

    Si rivela come uno dei centri più densi di significato storico e urbanistico dei Castelli Romani

    un luogo in cui il paesaggio vulcanico e la genialità barocca hanno trovato una sintesi perfetta.

    Il fulcro ideale della città è Piazza di Corte, uno spazio che conserva l’impronta scenografica impressole da Gian Lorenzo Bernini, chiamato nel Seicento dalla famiglia Chigi a ridisegnare l’intero assetto urbano.

    Su questo spazio prospettico si affaccia il maestoso Palazzo Chigi, un esempio unico di dimora barocca rimasta inalterata nelle sue strutture, nei suoi arredi originali e nelle decorazioni parietali, oggi sede del Museo del Barocco romano.

    Di fronte al palazzo sorge la Collegiata di Santa Maria Assunta, la cui pianta circolare e la maestosa cupola si ispirano esplicitamente alla lezione del Pantheon, creando un dialogo formale continuo tra la pietra e lo spazio circostante.

    Alle spalle della dimora si estende il Parco Chigi, un frammento intatto della vegetazione originaria dei Colli Albani, che unisce la sacralità dell’antico bosco a una concezione pre-romantica del giardino naturalistico.

    L’accesso monumentale al borgo è segnato dal celebre Ponte di Ariccia, un’imponente opera ingegneristica dell’Ottocento che scavalca la vallata sottostante, collegando la città alla via Appia e offrendo una vista straordinaria sul panorama laziale.

    Oltre alla straordinaria impronta artistica, la città conserva una profonda identità legata alla tradizione gastronomica popolare, celebrata nelle storiche fraschette dove la porchetta di Ariccia IGP rimane il simbolo di una convivialità autentica e radicata nel tempo.

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  • NAPOLI/MARINELLA/CRAVATTE

    NAPOLI/MARINELLA/CRAVATTE

    rappresenta uno dei simboli più alti e riconosciuti dell’artigianato sartoriale italiano nel mondo.

    Fondata a Napoli nel 1914 da Eugenio Marinella, la storica bottega di Piazza Vittoria ha trasformato un semplice accessorio d’abbigliamento in un vero e proprio emblema di eleganza aristocratica e diplomazia internazionale.

    La filosofia del marchio si è sempre basata su un’accoglienza calorosa, quasi confidenziale, unita a una meticolosa attenzione per la qualità dei materiali, in particolare la seta stampata a mano in Inghilterra secondo criteri esclusivi.

    Ogni cravatta

    E’ un pezzo unico, realizzato interamente a mano nei laboratori napoletani attraverso passaggi che richiedono una perizia tecnica straordinaria.

    La struttura classica a tre pieghe, o le varianti più ricche e pesanti a sette e nove pieghe, definiscono una consistenza e un nodo perfetto, celebrato da capi di Stato, regnanti e protagonisti della cultura globale.

    I motivi geometrici astratti, i piccoli disegni “all over” e le micro-fantasie su fondo blu o bordeaux costituiscono l’impronta estetica inconfondibile di Marinella, capace di unire il rigore britannico alla vibrante sensibilità partenopea.

    Oltre l’oggetto in sé, la cravatta Marinella incarna una precisa fenomenologia del costume e delle relazioni umane.

    Il piccolo negozio di soli venti metri quadrati è divenuto nel tempo un crocevia culturale, un luogo dove il rito della scelta e la narrazione del gusto si sovrappongono alla pura dimensione commerciale.

    Maurizio Marinella, e oggi suo figlio Alessandro, continuano a custodire questa tradizione, dimostrando come l’alta artigianalità possa rimanere fedele alle proprie radici pur confrontandosi con le dinamiche della modernità.

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  • BENITO MUSSOLINI E RIMINI

    rappresenta un capitolo complesso della storia del Ventennio, sospeso tra la vicinanza geografica con la natia Predappio, la strategia di propaganda e la trasformazione urbanistica.

    La Romagna era per il duce la terra d’origine e un costante punto di riferimento.

    Rimini, in particolare, divenne ben presto uno dei fulcri della retorica del regime, sia come snodo balneare di massa sia come simbolo del mito della romanità.

    Fin dagli anni Venti, il fascismo colse il potenziale della costa riminese.

    La città venne inserita in un vasto programma di colonie marine, concepite per l’assistenza all’infanzia ma soprattutto come monumentali architetture di propaganda, capaci di plasmare i corpi e le menti delle nuove generazioni.

    Strutture come la Colonia Novarese o la Colonia Bolognese sorsero lungo il litorale come vere e proprie cattedrali del consenso.

    Un momento di svolta nei legami diretti con la città avvenne nel 1932, in occasione del millenario della fondazione della Rimini romana.

    Mussolini visitò la città per inaugurare i restauri dell’Arco d’Augusto, un intervento che rientrava perfettamente nella volontà del regime di ricollegarsi ai fasti dell’Impero Romano, liberando i monumenti antichi dalle stratificazioni successive per isolarli nella loro monumentalità.

    Il controllo e la presenza del duce sul territorio si esprimevano anche attraverso la scelta dei suoi collaboratori più stretti. Rimini fu la città natale di importanti figure del regime, tra cui spicca la figura di Alessandro Pavolini, che pur essendo fiorentino mantenne forti legami con gli ambienti intellettuali e politici della zona durante il suo mandato al Ministero della Cultura Popolare.

    Nel corso degli anni Trenta, Rimini subì profonde modifiche infrastrutturali. Il regime investì sul potenziamento dei trasporti e delle strutture ricettive, trasformando quello che era un turismo d’élite ottocentesco in un fenomeno organizzato e accessibile alle masse dei lavoratori, attraverso i treni popolari e le iniziative del Dopolavoro.

    Questo legame viscerale e strategico si interruppe drammaticamente con la seconda guerra mondiale.

    La vicinanza della città alla Linea Gotica espose Rimini a devastanti bombardamenti alleati a partire dal 1943, che ne distrussero gran parte del patrimonio storico e urbanistico, segnando la fine dell’era fascista tra le macerie.

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  • GIANNI DOVA E LE GALLERIE MILANESI

    Il rapporto tra Gianni Dova e il sistema delle gallerie milanesi nel secondo dopoguerra rappresenta uno dei nodi centrali per comprendere l’evoluzione dell’avanguardia in Italia, dallo Spazialismo fino alle derive della Pittura Nucleare e dell’Informale.

    Milano, in quegli anni, non era solo il luogo della produzione artistica, ma il vero motore del mercato e della teorizzazione critica.

    L’incontro decisivo che segna la traiettoria di Dova avviene nel 1947 con :

    Carlo Cardazzo

    fondatore della :

    Galleria del Naviglio di Milano (e della Galleria del Cavallino a Venezia).

    Cardazzo non è semplicemente un mercante, ma un catalizzatore di energie.

    Sotto la sua ala, la Galleria del Naviglio devia l’attenzione dal post-cubismo verso le ricerche spaziali.

    Dova firma un contratto con lui e diventa rapidamente una delle figure di punta del :

    Movimento Spazialista

    esponendo accanto a Lucio Fontana, Roberto Crippa e Cesare Peverelli.

    Il Naviglio è lo spazio in cui la pittura liquida, ameboica e precocemente tachiste di Dova trova la sua prima e più importante legittimazione di mercato.

    Accanto al ruolo egemonico di Cardazzo, la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta vede altre figure chiave scommettere sul lavoro di Dova.

    Tra queste emerge :

    Filippo Schettini

    con la sua galleria, che segue da vicino la transizione dell’artista verso le poetiche del “Gesto” e le successive evoluzioni d’impronta surrealista, organizzando nel tempo importanti mostre ricognitive delle sue opere.

    Un altro legame fondamentale è quello con :

    la Galleria Blu, fondata nel 1957 da Peppino Palazzoli.

    Questo spazio si distingue per il rigore analitico e per la capacità di storicizzare le avanguardie milanesi del dopoguerra.

    La Galleria Blu

    presenterà mostre cruciali che metteranno in dialogo le diverse stagioni di Dova, come la celebre esposizione degli anni Sessanta che accostava “Le spirali” di Roberto Crippa alle “Macchie” di Gianni Dova, definendo i confini della loro prima e feconda stagione sperimentale.

    Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, la geografia dei rapporti di Dova a Milano si amplia ulteriormente.

    Diventa significativa la collaborazione con :

    Gianni Schubert

    titolare della :

    Galleria Arte Borgogna

    uno spazio che sosterrà con continuità l’opera del pittore nel momento della sua piena maturità figurativa e magico-cromatica, promuovendo ampie rassegne personali e garantendo una costante presenza delle sue tele nelle collezioni private più influenti della città.

    Il tessuto milanese per Dova non si esaurisce però nei soli galleristi commerciali.

    Il sostegno di grandi collezionisti-mecenati come Antonio Boschi — la cui straordinaria raccolta, condivisa con la moglie Marieda Di Stefano, è oggi patrimonio pubblico — ha lavorato in parallelo con l’attività delle gallerie, consolidando definitivamente la presenza di Dova nella storia dell’arte milanese e internazionale.

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  • PANINO CON LA CAPONATA

    E’ un vero e proprio classico della tradizione dello street food siciliano, specialmente durante i mesi estivi.

    La combinazione tra la croccantezza del pane, spesso una tipica mafalda siciliana con i semi di sesamo, e la morbidezza agrodolce delle melanzane crea un contrasto a dir poco perfetto.

    Molti amano gustarlo in purezza per assaporare al meglio il condimento, mentre altri preferiscono arricchirlo aggiungendo una fetta di caciocavallo fresco o di provola per dare una nota sapida.

    È la scelta ideale per un pranzo al sacco o per una sosta veloce, poiché la caponata, riposando, inzuppa leggermente la mollica rendendo ogni morso incredibilmente saporito.

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  • CUCINA CICLADICA

    Rappresenta l’essenza più autentica della gastronomia mediterranea insulare.

    Si tratta di una tradizione culinaria che nasce dalla necessità e dalla capacità di valorizzare ingredienti semplici, figli di un territorio baciato dal sole ma sferzato dai venti e caratterizzato da una cronica scarsità d’acqua.

    La scarsità di pascoli estesi ha orientato l’allevamento soprattutto verso capre e pecore, capaci di nutrirsi delle erbe selvatiche aromatiche che crescono spontaneamente sulle rocce.

    Da questo latte nascono formaggi straordinari e intensi, come il San Michali di Siro, la Xinomyzithra e il Kopanisti, quest’ultimo noto per la sua consistenza cremosa e il sapore decisamente piccante.

    Questi prodotti caseari non sono semplici alimenti, ma veri e propri custodi della biodiversità locale.

    L’agricoltura delle Cicladi sfida l’aridità del suolo regalando prodotti dal sapore incredibilmente concentrato.

    Basti pensare ai celebri pomodorini di Santorini, cresciuti senza irrigazione grazie all’umidità notturna catturata dal terreno vulcanico, che diventano i protagonisti assoluti delle domatokeftedes, le tipiche frittelle speziate.

    Accanto a essi, la fava di Santorini, i capperi selvatici raccolti lungo le scogliere e i piccoli ceci di Sifnos, cotti lentamente per ore all’interno di tipici vasi di terracotta chiamati skepastaria.

    Il pesce fresco è una costante immancabile, ma spesso viene lavorato con tecniche nate per prolungarne la conservazione, come l’essiccazione al sole.

    Il gounos, lo sgombro essiccato e poi grigliato, incarna perfettamente questo approccio pratico e sapiente alla materia prima.

    La carne trova spazio soprattutto nelle grandi occasioni festive, con piatti iconici come il patatato di Amorgo, uno stufato di capra e patate arricchito da aromi locali, o le preparazioni a base di carne di maiale speziata, come la louza.

    I dolci cicladici celebrano i prodotti più preziosi dell’arcipelago, in particolare il miele di timo e le mandorle.

    I amygdalota, dolcetti alle mandorle profumati con acqua di rose, e il melekouni di Rodi (diffuso in varianti simili in tutto l’Egeo), un croccante di sesamo e miele, chiudono i pasti portando con sé i profumi intensi della macchia mediterranea.

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  • PORCHETTA AL SUGO DI POMODORO

    PORCHETTA AL SUGO DI POMODORO

    Possibile, anche se per i puristi della cucina romana può sembrare un’eresia.

    Cucinare la porchetta di Ariccia al sugo di pomodoro è in realtà un ottimo modo per “rinnovarla” o per recuperare quella avanzata il giorno prima, specialmente se è diventata un po’ asciutta.

    Il segreto di questo piatto sta nel contrasto di consistenze e sapori.
    La carne della porchetta, già ricca di aromi come finocchietto selvatico, aglio e pepe, cede i suoi umori al pomodoro, creando un sugo incredibilmente saporito e denso.

    Allo stesso tempo, la parte grassa si scioglie dolcemente, rendendo la carne morbidissima, quasi come uno spezzatino stracotto.

    Per prepararla al meglio, basta seguire pochissimi accorgimenti.
    Non serve aggiungere olio o altri grassi nella padella, poiché la porchetta rilascerà già tutto il necessario.

    È sufficiente scaldare una base di passata di pomodoro o polpa fine con un pizzico di sale, e unire la porchetta tagliata a fette spesse o a cubetti solo negli ultimi dieci o quindici minuti di cottura.

    In questo modo la carne assorbirà il sugo senza disfarsi completamente, e la cotenna diventerà morbida e saporita.
    Questo intingolo è straordinario se servito caldo, accompagnato da fette di pane casereccio tostato per fare la scarpetta.

    Diventa inoltre un condimento eccezionale per i primi piatti, ideale per condire formati di pasta robusti come i rigatoni o le mezze maniche.

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  • MONREALE / SAN MARTINO DELLE SCALE

    Situata nell’omonima frazione montana del comune di Monreale, rappresenta l’ultimo monastero benedettino ancora attivo in Sicilia e si configura storicamente come una delle realtà cenobitiche più vaste e influenti dell’intera Italia meridionale.

    L’origine del complesso monumentale oscilla tra la suggestione mitica e il rigore documentario.

    Una radicata tradizione storiografica ne attribuisce la fondazione a papa Gregorio Magno nel sesto secolo, indicandolo come uno dei numerosi monasteri da lui istituiti in terra siciliana, poi raso al suolo dalle incursioni saracene nel nono secolo.

    La storiografia critica, tuttavia, fissa la rinascita e la strutturazione definitiva dell’insediamento in epoca normanna, momento a partire dal quale il cenobio assunse un ruolo di primo piano non solo nella vita spirituale, ma anche nell’organizzazione economica, artigianale e agraria del territorio circostante.

    L’assetto architettonico visibile oggi è il risultato di stratificazioni secolari che hanno trasformato l’originaria severità medievale in un grandioso cantiere barocco e tardo-settecentesco.

    La monumentale facciata rivolta a nord, ultimata verso la fine del Settecento su progetto dell’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia, conferisce all’edificio l’impatto visivo e la solennità di una reggia.

    All’ingresso del complesso si impone il celebre gruppo scultoreo equestre raffigurante San Martino che divide il proprio mantello con il povero, pregevole opera di Ignazio Marabitti, al quale si deve anche la suggestiva Fontana dell’Oreto adossata alle mura della chiesa.

    L’interno della basilica si sviluppa su un impianto a navata unica, scandito da cinque cappelle per lato riccamente decorate.

    Tra i numerosi tesori d’arte custoditi spiccano il superbo coro ligneo cinquecentesco posizionato nel presbiterio e l’imponente tela di Pietro Novelli raffigurante San Benedetto nell’atto di distribuire la Regola.

    I chiostri interni, tra cui il rinascimentale Chiostro delle Colonne o di San Benedetto, articolano la transizione verso gli spazi di vita comunitaria, come il refettorio monumentale e la vasta biblioteca, da sempre centro propulsore di conservazione letteraria e restauro del libro.

    Nonostante le pesanti confische di beni subite a seguito delle leggi eversive post-unitarie, l’abbazia ha saputo rigenerarsi nel corso del ventesimo secolo, mantenendo intatta la propria vocazione culturale e spirituale.

    Accanto alle tradizionali attività liturgiche e di studio, la comunità monastica ha recentemente declinato l’antica massima dell’ora et labora anche attraverso la produzione di birra artigianale e la valorizzazione delle eccellenze artigianali del territorio.

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  • BANGLADESH

    REPUBBLICA POPOLARE

    si estende su una superficie di 147.570 chilometri quadrati, di cui oltre diecimila sono costituiti da acque interne.

    Con una popolazione che sfiora i 173 milioni di abitanti, si colloca all’ottavo posto tra i paesi più popolosi del pianeta, concentrati in gran parte nella capitale Dacca e nelle aree circostanti, dove la lingua ufficiale è il bengalese e la religione largamente predominante è l’Islam.

    Dal punto di vista geografico, il territorio è racchiuso tra l’India e il Myanmar a sud-est, mentre a sud si affaccia sul Golfo del Bengala.

    La quasi totalità della nazione si sviluppa sul gigantesco delta fluviale formato dai fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, una conformazione che garantisce pianure alluvionali straordinariamente fertili ma che espone il paese a enormi rischi ambientali.

    La maggior parte del suolo si trova infatti a meno di dodici metri sopra il livello del mare, fatta eccezione per le alture orientali della catena dei Mowdok nelle colline di Chittagong, che raggiungono l’altitudine massima di 1.052 metri.

    Il clima è di tipo tropicale monsonico, caratterizzato da inverni miti e da estati calde e umide dominate dai monsoni che soffiano da giugno a ottobre, esponendo ciclicamente la popolazione a inondazioni devastanti e cicloni, a cui si aggiunge la drammatica crisi sanitaria della contaminazione da arsenico delle falde acquifere.

    La storia di queste terre affonda le radici nell’antichità, quando l’area era abitata da popolazioni dravidiche, tibeto-birmane e austro-asiatiche, inglobate successivamente in grandi compagini statali come i regni di Gangaridai, Magadha, Maurya e Gupta.

    Il Medioevo vide l’alternarsi delle dinastie Pala, di matrice buddhista, e Sena, di orientamento indù, prima che la conquista musulmana del dodicesimo secolo avviasse una profonda trasformazione culturale.

    In età moderna, sotto il controllo del Sultanato di Delhi e poi dell’Impero Moghul, la regione visse una stagione di straordinaria fioritura economica, tanto da essere definita il paradiso delle nazioni, arrivando a rappresentare nel diciassettesimo secolo circa il dodici per cento del prodotto interno lordo mondiale insieme al Bengala Occidentale.

    L’arrivo del colonialismo britannico a partire dal 1757, segnato dalla storica battaglia di Plassey, inaugurò una fase complessa e dolorosa caratterizzata da pesanti carestie e da profonde divisioni etniche e religiose.

    Il ventesimo secolo ha ridisegnato i confini e il destino della nazione, a partire dalla traumatica divisione del 1947 che separò il Bengala tra l’India e il Pakistan, trasformando la regione nel Pakistan Orientale.

    La tensione con il governo centrale sfociò nel 1971 in una sanguinosa guerra di liberazione che costò la vita a un numero stimato di vittime che raggiunge i tre milioni di morti, portando alla proclamazione della definitiva indipendenza.

    I decenni successivi furono contrassegnati da una marcata instabilità politica, con colpi di stato militari e gravi carestie che flagellarono il paese durante gli anni settanta e ottanta.

    A partire dal 1991 si è assistito a un graduale ritorno alla democrazia, dominato dall’alternanza tra la Lega Awami e il Partito Nazionalista, fino ai recenti stravolgimenti del 2024, quando le massicce proteste popolari hanno indotto Sheikh Hasina alle dimissioni, portando all’insediamento di un governo provvisorio guidato dalle autorità militari.

    L’economia odierna, pur essendo in via di sviluppo con un reddito pro capite a parità di potere d’acquisto che si attestava storicamente intorno ai 1.963 dollari, mostra segnali di profonda trasformazione.

    La tradizionale centralità dell’agricoltura, basata sulle colture di riso, tè e senape, e la storica dominanza della juta hanno ceduto il passo a una poderosa industria tessile focalizzata sull’esportazione di abbigliamento.

    Nonostante la persistenza di una povertà diffusa e le criticità legate all’altissima densità abitativa, il paese ha registrato importanti progressi sociali nei tassi di alfabetizzazione, nella scolarizzazione e nel controllo della crescita demografica.

    Dal punto di vista ecologico, il Bangladesh custodisce un patrimonio naturale di inestimabile valore, rappresentato principalmente dalle Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del mondo e habitat della celebre tigre del Bengala, oggi considerata gravemente a rischio.

    La gestione territoriale resta tuttavia indissolubilmente legata alla complessa diplomazia ambientale dei suoi cinquantotto fiumi transfrontalieri, la cui regolazione rappresenta una sfida cruciale per il futuro e la sopravvivenza stessa di questa complessa realtà asiatica.

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  • Storytelling terapeutico

    La narrazione di sé si rivela spesso il primo e più radicale atto di ricomposizione interiore.

    Lo storytelling terapeutico non si riduce a un semplice esercizio di scrittura, ma si configura come un processo di oggettivazione del vissuto, dove la parola scritta estrae il dolore o la complessità dal corpo e li deposita sulla pagina.

    Questo distanziamento trasforma il trauma e il disordine emotivo in una struttura narrativa definita, dotata di un inizio, uno sviluppo e, soprattutto, di un significato.

    Nel momento in cui l’individuo cessa di essere la vittima passiva della propria storia e ne diventa l’autore, si compie un fondamentale ribaltamento di prospettiva.

    La ristrutturazione cognitiva che ne deriva permette di rinegoziare i confini del passato, integrando le fratture dell’identità all’interno di una rinnovata trama esistenziale.

    Scrivere la propria storia significa, in ultima analisi, riappropriarsi della propria voce e del diritto di dare una direzione nuova al senso del proprio vissuto.

    Quale aspetto specifico dello storytelling terapeutico o della scrittura espressiva le interessa approfondire in questo momento?

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  • MANLIO BACOSI

    L’equilibrio tra forma e colore nella pittura di Manlio Bacosi

    Il panorama artistico del secondo Novecento italiano ha trovato in Manlio Bacosi una delle voci più originali e coerenti per la definizione di un linguaggio visivo sospeso tra figurazione e astrazione geometrica.

    Nato a Perugia nel 1921, l’artista ha saputo trasformare la lezione della grande tradizione umbra in una sintesi formale assolutamente moderna, dove il paesaggio e la natura morta perdono la loro consistenza puramente realistica per diventare pura armonia di campiture cromatiche.

    Il suo percorso formativo si consolida nell’immediato dopoguerra, un periodo di straordinaria vitalità intellettuale in cui l’arte italiana cercava nuove strade per superare i legami con il passato e dialogare con le avanguardie europee.

    Bacosi scelse di non aderire in modo dogmatico a nessun manifesto, preferendo sviluppare una ricerca solitaria e rigorosa incentrata sulla scomposizione dello spazio e sulla vibrazione della luce.

    La poetica dello spazio e della materia

    La pittura di Bacosi si distingue per una straordinaria sensibilità nell’uso della materia pittorica e per una struttura compositiva geometricamente calibrata.

    I suoi celebri paesaggi collinari, le vedute urbane e le nature morte non sono mai semplici riproduzioni del dato visibile, ma rielaborazioni mentali in cui la linea d’orizzonte e i volumi degli oggetti vengono ridotti a linee essenziali.

    La tavolozza dell’artista, spesso caratterizzata da tonalità calde, terre, argille e azzurri profondi, evoca un legame viscerale con la terra d’origine, pur proiettandosi verso una dimensione universale.

    Ogni dipinto diventa così un campo di forze contrapposte, dove il rigore del segno grafico si sposa con la fluidità e la stesura campita del colore, creando un’atmosfera di silenzio e di sospensione temporale.

    Il successo critico e la maturità espressiva

    A partire dagli anni cinquanta, l’opera di Manlio Bacosi comincia a ricevere importanti riconoscimenti sia in Italia che all’estero, con esposizioni in prestigiose gallerie pubbliche e private.

    La critica più attenta ha spesso evidenziato come la sua arte sia stata capace di anticipare alcune istanze della pittura analitica, mantenendo però sempre viva quella componente lirica che rende la sua produzione immediatamente riconoscibile.

    Nelle opere della maturità, realizzate fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1998, si nota un ulteriore processo di sottrazione formale.

    I dettagli superflui svaniscono del tutto, lasciando spazio a pure architetture di luce e a una stesura cromatica che si fa via via più essenziale, quasi a voler raggiungere l’essenza stessa della visione.

    Manlio Bacosi rimane oggi un punto di riferimento imprescindibile per comprendere l’evoluzione dell’astrattismo figurativo in Italia, un maestro che ha saputo dimostrare come la pittura possa essere al contempo rigore intellettuale e profonda emozione visiva.

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  • GIANNI DOVA E LA BRETAGNA

    La luce fredda e mutevole del nord Europa ha spesso esercitato un fascino magnetico sugli artisti abituati alle solarità mediterranee.

    Nel percorso artistico di Gianni Dova il viaggio compiuto in Bretagna nel millenovecentosessantasette rappresenta un vero e proprio spartiacque estetico e concettuale.

    Dopo aver attraversato le stagioni intense del Movimento Spaziale e della Pittura Nucleare l’artista romano avverte l’esigenza di una nuova declinazione del reale.

    Sulle tracce storiche di Gauguin e dei Nabis a Pont-Aven Dova scopre un territorio primordiale dove la natura non si concede come semplice panorama ma si impone come un dinamismo visivo in perenne fermento.

    L’impatto con il paesaggio bretone si traduce immediatamente in una radicale trasformazione della tavolozza e delle strutture geometriche delle sue tele.

    I profili aspri delle scogliere esposte all’oceano e il ritmo solenne delle maree offrono all’autore una chiave di lettura per superare la pura astrazione materica.

    La luce nordica inonda i dipinti della fine degli anni Sessanta introducendo tonalità limpide e riflessi cristallini che prima erano rari nella sua produzione.

    È una pittura che si fa aerea e marina popolandosi di visioni sospese tra il cielo e l’acqua dove il ricordo del surrealismo si fonde con una profonda meditazione sui cicli biologici della natura.

    Nel millenovecentosessantotto la scelta di acquistare una casa-studio in quelle terre sancisce un legame definitivo che durerà per tutto il resto della sua esistenza.

    In quel rifugio isolato lontano dalle frenesie dei centri urbani Dova sviluppa una ricerca solitaria incentrata sulla verticalità dei voli e sulla fluidità degli elementi liquidi.

    Titoli emblematici come “Aria di Bretagna” o “Relitto dopo la marea” testimoniano come l’esperienza armoricana non sia stata una parentesi biografica bensì il baricentro di una nuova maturità poetica.

    Attraverso lo studio di quella natura primigenia le sue storiche figure metamorfiche si evolvono in presenze silenziose e volatili capaci di abitare lo spazio con una grazia del tutto inedita.

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  • Spyware

    Spyware

    L’installazione abusiva di uno spyware sul dispositivo di una vittima

    risponde quasi sempre a una precisa volontà di controllo e possesso informativo.

    A differenza di altri malware che mirano a distruggere dati o a bloccare i sistemi per chiedere un riscatto, lo spyware agisce nell’ombra per sottrarre la risorsa oggi più preziosa: la traccia digitale di una vita.

    Le motivazioni psicologiche, relazionali e strategiche che spingono a compiere questo atto si possono riassumere in alcuni filoni principali.

    Il controllo e la sorveglia interpersonale rappresentano una delle cause più frequenti.

    In ambito affettivo o familiare, partner gelosi o possessivi ricorrono a questi strumenti per monitorare messaggi, chiamate, spostamenti e interazioni sociali della vittima.

    Si tratta di una vera e propria estensione digitale del controllo psicologico, mossa dal desiderio di dominare la sfera privata altrui.

    Il vantaggio economico e lo spionaggio industriale guidano invece le azioni in contesti professionali.

    Concorrenti sleali o malintenzionati cercano di captare segreti commerciali, brevetti, strategie aziendali o liste di clienti.

    In altri casi, l’obiettivo è puramente finanziario, mirato a intercettare credenziali bancarie, dati di carte di credito o informazioni sensibili da utilizzare per ricatti ed estorsioni.

    La sorveglia istituzionale o politica si muove su una scala ancora diversa.

    Governi autoritari o agenzie di intelligence possono utilizzare spyware di livello avanzato per monitorare dissidenti, giornalisti, attivisti ed esponenti politici rivali.

    L’intento in questo scenario è neutralizzare il dissenso e anticipare le mosse di chi contesta il potere costituito.

    La facilità di accesso tecnologico ha purtroppo amplificato il fenomeno.

    Oggi il mercato offre software di tracciamento pronti all’uso, spesso camuffati da applicazioni di controllo parentale, che richiedono competenze tecniche minime per essere installati.

    Questa accessibilità ha abbassato la barriera morale ed esecutiva, trasformando lo spionaggio in una pratica alla portata di chiunque provi un impulso di controllo o di rivalsa.

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  • JANNIK SINNER

    JANNIK SINNER

    Le Origini e lo Sci

    Nasce il 16 agosto 2001 a San Candido, in San Candido, crescendo a Sesto Pusteria in una famiglia di madrelingua tedesca.

    I genitori, Siglinde e Hanspeter, lavorano presso il rifugio Fondovalle in Val Fiscalina, trasmettendogli fin da piccolo un legame profondo con la montagna.

    A soli quattro anni inizia a praticare lo sci alpino, ottenendo ottimi risultati a livello nazionale nello slalom gigante.

    Il tennis resta inizialmente uno sport secondario, intrapreso verso gli otto anni sotto la guida dei maestri Heribert Mayr e Andrea Spizzica.

    Con il passare del tempo, la lunghezza degli allenamenti invernali in rapporto alla brevità delle gare sciistiche spinge Jannik a cambiare rotta.

    All’età di tredici anni compie la scelta definitiva in favore del tennis.

    Nel 2014, su suggerimento di Massimo Sartori, si trasferisce a Bordighera per allenarsi al Piatti Tennis Center, dove inizia un percorso di crescita tecnica e mentale straordinario.

    L’Esordio nel Professionismo e la Scalata

    Sinner fa il suo debutto nel circuito professionistico nel 2018, partendo dai tornei ITF Futures e ricevendo le prime wild card per l’ATP Challenger Tour.

    La vera e propria esplosione avviene nel 2019, anno in cui conquista tre titoli Challenger e si aggiudica le Next Gen ATP Finals a Milano.

    I colleghi del circuito lo votano come “Rookie of the year”, premiando una maturità e una freddezza agonistica fuori dal comune per un diciottenne.

    Nel 2020 conquista a Sofia il suo primo titolo ATP, diventando il più giovane italiano a trionfare in un torneo del circuito maggiore.

    Nello stesso anno raggiunge i quarti di finale al Roland Garros, cedendo solo a Rafael Nadal.

    Il 2021 conferma la sua progressione costante con la conquista di quattro titoli ATP, la prima finale in un Masters 1000 a Miami e l’ingresso ufficiale nella top 10 mondiale.

    Il Consolidamento e lo Status di Numero 1

    Il biennio successivo segna una transizione fondamentale verso i vertici assoluti del tennis globale.

    Nel 2023, dopo una semifinale a Wimbledon e la vittoria del suo primo Masters 1000 a Toronto, trascina l’Italia alla storica conquista della Coppa Davis a Malaga, battendo anche Novak Đoković.

    La consacrazione definitiva arriva nel 2024, un anno leggendario che lo vede trionfare agli Australian Open, agli US Open e alle ATP Finals.

    Il 10 giugno 2024 Jannik Sinner diventa il primo tennista italiano della storia a raggiungere la posizione di numero 1 del ranking ATP.

    Il suo dominio prosegue nel 2025, anno in cui difende il titolo in Australia e conquista la sua seconda corona consecutiva alle ATP Finals indoor, mantenendo salda la vetta mondiale.

    Nel 2026 scrive un’altra pagina di storia completando il “Career Golden Masters”, vincendo cinque titoli Masters 1000 consecutivi e diventando il più giovane tennista di sempre a completare la collezione di tutti i nove tornei di questa categoria.

    Fino ad oggi ha collezionato 29 titoli ATP in singolare, distinguendosi per un gioco da fondo campo devastante, imperniato su un rovescio bimane millimetrico e una straordinaria capacità di accelerazione diagonale.

    Pvl

  • LOUIS WIRTH

    Rappresenta una delle figure più emblematiche della Scuola di Sociologia di Chicago avendo impresso una svolta fondamentale nello studio della modernità attraverso la lente dell’urbanesimo.

    Il suo contributo teorico non si limita a una semplice descrizione morfologica della città, ma si addentra nelle complesse dinamiche psicologiche e relazionali che l’ambiente metropolitano impone all’individuo.

    Nel suo celebre saggio del 1938, L’urbanesimo come modo di vita, Wirth isola tre variabili cruciali che definiscono la condizione urbana: il numero della popolazione, la densità degli insediamenti e l’eterogeneità degli individui.

    Questi fattori combinati operano una profonda trasformazione nei legami sociali, sostituendo i rapporti primari, tipici delle comunità rurali e fondati sulla conoscenza reciproca, con rapporti secondari.

    I contatti tra i cittadini diventano così impersonali, transitori e utilitaristici, portando a una frammentazione della personalità e a un diffuso senso di isolamento che caratterizza l’uomo della metropoli.

    Questa prospettiva svela il paradosso nucleare della città contemporanea, dove la massima concentrazione fisica di esseri umani coesiste con la massima distanza sociale e l’indifferenza.

    Wirth evidenzia come l’orizzonte urbano favorisca la secolarizzazione e la perdita di efficacia dei controlli sociali tradizionali, costringendo la società a elaborare nuovi meccanismi di regolazione formale e istituzionale.

    La sua analisi rimane un punto di riferimento imprescindibile per comprendere la genesi della frammentazione culturale e l’ambivalenza dello spazio pubblico inteso come luogo di potenziale alienazione.

    Pvl

  • CAROLINA DE STEFANO

    Carolina De Stefano

    E’ una storica e ricercatrice italiana specializzata in storia dell’Unione Sovietica, della Russia contemporanea e dei conflitti etnici nello spazio ex sovietico.

    Attualmente insegna storia e politica della Russia e storia contemporanea come Lecturer presso la Luiss School of Government a Roma.

    La sua attività di ricerca si concentra sulle dinamiche politiche interne della Russia, sulla transizione post-sovietica, sull’evoluzione del regime di Vladimir Putin e sulle relazioni internazionali del Cremlino con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

    Ha condotto ampi studi d’archivio e sul campo lavorando e vivendo in diverse capitali internazionali, tra cui Mosca, Washington, Varsavia e Parigi.

    Tra le sue pubblicazioni principali spicca il volume Storia del potere in Russia. Dagli zar a Putin, pubblicato nel 2022 per i tipi di Scholé (Editrice Morcelliana).

    Il saggio analizza i fattori di continuità e di rottura nella gestione del potere statale russo attraverso le diverse epoche, offrendo una chiave di lettura per comprendere le radici storiche delle attuali tensioni geopolitiche e del conflitto in Ucraina.

    Collabora inoltre come analista ed esperta di politica russa con testate giornalistiche, think tank e centri di ricerca internazionali.

    Pvl

  • MARCO GALLUZZO

    MARCO GALLUZZO

    E’ una delle firme più note del giornalismo politico e istituzionale italiano, storico inviato del Corriere della Sera.

    Nel corso della sua carriera ha seguito da vicino i palazzi della politica romana e la diplomazia internazionale, raccontando l’operato di ben nove diversi Presidenti del Consiglio negli ultimi ventitré anni.

    Il suo stile si distingue per la precisione documentale e per la capacità di analizzare i retroscena del potere, muovendosi tra cronaca parlamentare e vertici europei.

    Oltre all’attività giornalistica quotidiana, Galluzzo ha pubblicato di recente alcune opere di rilievo per la saggistica e la cronaca storica.

    Nel 2025 è uscito il suo volume Giubilei. La storia segreta degli Anni Santi dal 1300 ad oggi, edito da Solferino, in cui esplora aneddoti e dinamiche storiche dei grandi eventi religiosi romani.

    Proprio in questi giorni, nel giugno del 2026, è arrivato nelle librerie il suo nuovo saggio Berlusconi Confidential, pubblicato da Rubbettino, che ripercorre dieci anni di potere del leader e il suo peculiare e rivoluzionario rapporto con i media e con la stampa.

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  • Mojtaba Hosseini Khamenei

    Mojtaba Hosseini Khamenei

    Nasce a Mashhad l’8 settembre 1969, in un momento di profonda trasformazione socio-politica per l’Iran.

    Secondogenito di Ali Khamenei, cresce in un ambiente fortemente intriso di fervore religioso e di militanza clandestina contro il regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi.

    Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 e il conseguente trasferimento della famiglia a Teheran, frequenta la prestigiosa scuola superiore Alavi, storico canale di formazione per le future élite della Repubblica Islamica.

    Gli anni della formazione e il legame con i Pasdaran

    Alla fine degli anni Ottanta Mojtaba Khamenei sceglie di arruolarsi nel Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, prendendo parte alle ultime fasi della guerra tra Iran e Iraq.

    All’interno del battaglione Habib bin Muzahir stringe legami profondi e duraturi con figure che diventeranno i vertici dell’apparato di sicurezza e di intelligence del Paese, consolidando un sodalizio fondamentale per la sua futura traiettoria politica.

    Successivamente avvia gli studi teologici a Qom, formandosi sotto la guida di influenti religiosi conservatori, sebbene la sua autorevolezza sia sempre derivata più dalla vicinanza al potere centrale che da una preminenza nella gerarchia dottrinale.

    L’influenza dietro le quinte

    Per decenni la figura di Mojtaba Khamenei rimane avvolta nell’ombra, lontana dalle cariche elettive e dai ruoli ministeriali pubblici.

    La sua influenza si sviluppa in modo capillare all’interno dell’Ufficio della Guida Suprema, dove assume la funzione di custode e principale punto d’accesso al padre, delegato alla gestione di delicate responsabilità politiche e strategiche.

    I rapporti diplomatici internazionali e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2019 lo identificano formalmente come un attore chiave nell’indirizzo della politica regionale, legato a doppio filo alla Forza Quds e alle milizie Basij per il mantenimento della stabilità interna.

    L’ascesa alla Guida Suprema

    La svolta istituzionale si compie nel marzo del 2026, in seguito alla morte del padre Ali Khamenei, rimasto ucciso in un attacco aereo durante la fase iniziale del conflitto bellico.

    L’Assemblea degli Esperti formalizza la nomina di Mojtaba Khamenei come terza Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran.

    Si tratta di un passaggio storico senza precedenti per l’ordinamento teocratico iraniano, che per la prima volta vede il trasferimento del massimo potere per via dinastica, una continuità che si inserisce nel quadro di una grave crisi geopolitica.

    Pvl

  • SARAGOZZA

    Emerge come un miraggio di mattoni rossi e cupole maiolicate nel cuore della pianura aragonese adagiata lungo le sponde del fiume Ebro che ne taglia in due la storia e l’urbanistica.

    La quinta città della Spagna si rivela al visitatore con una maestosità discreta, un luogo dove il passaggio dei secoli non ha stratificato i ricordi, ma li ha fusi insieme in un’unica e coerente identità visiva.

    Il profilo urbano è dominato in modo assoluto dalla Basilica del Pilar, un colosso barocco che si specchia nelle acque del fiume e che custodisce l’essenza spirituale della regione.

    Le sue undici cupole colorate, rivestite di azulejos che riflettono la luce intensa del sole spagnolo, definiscono lo skyline cittadino e creano un contrasto cromatico perfetto con l’azzurro del cielo e il fango dorato dell’Ebro.

    Poco distante, camminando lungo la vastissima Plaza del Pilar, si incontra la cattedrale di San Salvador, comunemente chiamata La Seo, un edificio che rappresenta un vero e proprio palinsesto architettonico.

    In questo tempio le arcate gotiche si innestano su pareti mudéjar finemente decorate, mentre le facciate barocche dialogano con absidi medievali, testimoniando la transizione e la coesistenza tra il mondo cristiano e quello islamico.

    L’eredità musulmana della città trova la sua massima e più spettacolare espressione nel Palazzo dell’Aljafería, situato leggermente al di fuori del centro storico medievale.

    Questa fortezza dell’undicesimo secolo, che fu la residenza dei re moreschi della taifa di Saragozza, racchiude al suo interno un cortile di archi intrecciati e soffitti a cassettoni dorati che evocano lo splendore dell’Alhambra, offrendo un’oasi di ombra e silenzio geometrico.

    Il cuore pulsante della vita sociale si sviluppa invece tra i vicoli stretti del Tubo, il quartiere dei locali storici dove l’architettura si fa più intima e popolare.

    Qui la pietra e il mattone lasciano spazio alle insegne luminose e ai profumi della cucina locale, trasformando il labirinto di strade in un teatro quotidiano di incontri, dove il rito delle tapas si consuma all’ombra di palazzi rinascimentali convertiti in musei o spazi d’arte.

    Saragozza non è però soltanto un museo a cielo aperto dedicato al passato, come dimostra l’area che ha ospitato l’Esposizione Internazionale del 2008.

    In quella zona il paesaggio si trasforma radicalmente, accogliendo le linee fluide e futuristiche del Ponte Terzo Millennio e della Torre dell’Acqua, strutture in acciaio e vetro che dialogano con la natura fluviale e proiettano la città verso una modernità sostenibile e dinamica.

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  • Paolo Macedonio

    Paolo Macedonio

    E’ un attore e doppiatore italiano.

    Nato ad Agrigento nel 1973, ha sviluppato una carriera versatile che spazia dal cinema alla televisione, fino al teatro e al doppiaggio.

    Nel cinema ha preso parte a diverse produzioni, tra cui la commedia di Carlo Vanzina 2061 – Un anno eccezionale.

    Sul piccolo schermo è apparso in numerose serie televisive di successo, come La piovra 8, Don Matteo, Provaci ancora prof!, Squadra antimafia e la recente produzione M – Il figlio del secolo.

    In parallelo all’attività di attore, Macedonio lavora intensamente come doppiatore, prestando la voce a interpreti internazionali in pellicole di rilievo come Spider-Man: Homecoming, On the Road e Giovani ribelli – Kill Your Darlings, oltre a dare voce a diversi personaggi in film d’animazione come Coco e Pets – Vita da animali.

    A teatro si esibisce spesso anche come autore, portando in scena monologhi e spettacoli fortemente legati alle sue origini e al suo percorso personale.

    Pvl

  • CECILIA BARTOLI

    Incarna una delle parabole più luminose e rivoluzionarie della lirica contemporanea.

    Il suo timbro di mezzosoprano, unito a una tecnica belcantistica prodigiosa e a una presenza scenica magnetica, ha ridefinito i confini dell’interpretazione vocale tra la fine del Novecento e il nuovo millennio.

    Nata a Roma nel 1966 in una famiglia di musicisti, viene avviata al canto dalla madre Silvana Bazzoni.

    Il debutto precoce rivela immediatamente una vocalità fuori dal comune, caratterizzata da un’agilità fulminea nelle colorature e da una spiccata propensione per il repertorio rossiniano e mozartiano.

    Sotto la guida di direttori del calibro di Herbert von Karajan, Nikolaus Harnoncourt e Riccardo Muti, l’artista romana conquista rapidamente i più prestigiosi palcoscenici internazionali, dal Metropolitan di New York al Festival di Salisburgo.

    La grandezza della Bartoli risiede tuttavia nella sua natura di ricercatrice e archeologa musicale.

    Lungi dal limitarsi ai titoli più frequentati del repertorio, ha dedicato gran parte della sua carriera alla riscoperta di partiture dimenticate del Barocco e del Settecento, riportando alla luce capolavori di Antonio Vivaldi, Georg Friedrich Händel e della scuola napoletana.

    I suoi progetti discografici concettuali si impongono non solo come successi commerciali straordinari per il mondo della musica classica, ma come vere e proprie operazioni di restauro culturale.

    Dotata di una duttilità interpretativa che le permette di affrontare con eguale rigore il rigore filologico e la passionalità teatrale, ha saputo mantenere nel tempo una assoluta indipendenza artistica.

    Questa visione globale della musica l’ha condotta nel 2012 alla direzione artistica del Festival di Pentecoste di Salisburgo e, successivamente, alla guida dell’Opéra de Monte-Carlo, prima donna a ricoprire tale carica.

    Cecilia Bartoli resta un punto di riferimento ineludibile per la capacità di coniugare il virtuosismo tecnico con una profonda intelligenza critica, trasformando ogni esecuzione in un rigoroso atto di conoscenza e di restituzione estetica.

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  • MARCELLO PRAYER

    E’ un stimato attore, regista e pedagogo teatrale italiano, nato a Bari nel 1965 e fortemente legato anche a Conversano.

    La sua identità artistica si è formata sotto la guida del grande maestro del Novecento Orazio Costa Giovangigli.

    Presso la cui scuola a Bari si è diplomato alla fine degli anni Ottanta, diventandone poi assistente e collaboratore per molti anni.

    Da questa esperienza Prayer ha ereditato la specializzazione nel metodo mimico e nella lettura a voce alta della poesia italiana, un insegnamento che continua a trasmettere come docente e formatore, ad esempio presso il Teatro della Pergola di Firenze.

    Nel corso della sua carriera ha sviluppato un sodalizio artistico e di regia molto solido con l’attore Alessio Boni e il regista Roberto Aldorasi.

    Insieme a loro ha firmato e interpretato importanti produzioni teatrali che hanno girato i principali palcoscenici italiani, tra cui I Duellanti da Joseph Conrad, Don Chisciotte di Cervantes e il recente Iliade – Il gioco degli dei.

    Spiccano inoltre i suoi intensi concertati a due, sempre al fianco di Boni, dedicati alle opere di grandi figure letterarie come Dante Alighieri e Alda Merini.

    Oltre all’intensa attività sul palcoscenico, Prayer lavora regolarmente nel cinema e nella televisione.

    Ha preso parte a film di rilievo nel panorama italiano, collaborando con registi come Marco Tullio Giordana in La meglio gioventù e Romanzo di una strage, Edoardo Winspeare in Galantuomini, e partecipando a pellicole come L’estate di Martino e, più di recente, L’ombra di Caravaggio diretto da Michele Placido.

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  • CONFLITTI

    CONFLITTI

    lungo una linea di demarcazione fondamentale che separa ciò che può essere ricomposto da ciò che invece segna una frattura irreversibile.

    Comprendere questa differenza non significa soltanto analizzare una disputa ma definire l’economia delle relazioni e la gestione delle energie relazionali.

    I conflitti risolvibili sono perturbazioni del sistema che non intaccano le fondamenta dell’interazione.

    Questi contrasti nascono generalmente da divergenze su modalità operative, malintesi comunicativi, allocazione di risorse concrete o visioni temporaneamente disallineate su un progetto comune.

    La caratteristica cruciale del conflitto risolvibile è la presenza di uno sfondo condiviso in cui entrambe le parti riconoscono la legittimità dell’altro e mantengono un interesse superiore alla preservazione del legame o dell’obiettivo.

    In questo spazio la negoziazione diventa uno strumento efficace perché esiste un margine di manovra in cui il compromesso o la sintesi non implicano la rinuncia alla propria identità.

    I conflitti insanabili traggono invece la loro origine da una incompatibilità radicale che tocca i valori strutturali, l’identità profonda o l’etica esistenziale dei soggetti coinvolti.

    Non si tratta di una sintonizzazione difettosa o di un problema di comunicazione ma di una divergenza ontologica dove l’affermazione di una parte presuppone necessariamente la negazione dell’altra.

    Nei conflitti insanabili ogni tentativo di mediazione fallisce perché non esiste una terra di mezzo neutrale.

    La ricerca esasperata di una conciliazione in questi casi produce spesso un logoramento sterile o una violenza latente.

    L’unica risoluzione possibile per un conflitto insanabile non è l’accordo ma la separazione netta, il distanziamento o il riconoscimento lucido e definitivo di una alterità inconciliabile.

    Pvl

  • CAMOUFLAGE

    CAMOUFLAGE

    Non è una semplice tecnica di mascheramento ma rappresenta una complessa strategia di negoziazione visiva tra un corpo e lo spazio che lo circonda.

    Nato nell’ambito della sottomissione militare per confondere l’osservatore e neutralizzare la figura sullo sfondo esso si è progressivamente evoluto in un codice estetico e sociologico di straordinaria densità.

    La sua essenza risiede nella decostruzione della percezione ordinaria.
    Attraverso la frammentazione delle linee e l’alterazione dei contrasti cromatici il camouflage non punta tanto a rendere invisibili quanto a rendere l’oggetto indecifrabile per l’occhio umano.

    La superficie cessa di essere un confine netto e si trasforma in una trama ambigua che assorbe la luce e inganna la profondità.

    Nelle dinamiche urbane e culturali contemporanee questo concetto assume un significato speculare e quasi paradossale.

    Se in origine serviva a scomparire per sopravvivere oggi viene spesso esibito come segno di appartenenza o come corazza estetica.

    Diventa una divisa metropolitana che paradossalmente attira lo sguardo proprio mentre mima l’atto del nascondersi rivelando la costante tensione dell’individuo tra il desiderio di anonimato e la necessità di affermazione identitaria.

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  • VAPORE CHE SALE DAI TOMBINI DI NEW YORK

    VAPORE CHE SALE DAI TOMBINI DI NEW YORK

    costituisce uno dei tratti più identitari del panorama visivo metropolitano, un elemento quasi mitologico che trasforma le strade della città in una messinscena perenne tra il noir e l’industriale.

    Questa nebbia artificiale e calda che avvolge i passanti e taglia la luce dei lampioni non è il risultato di un fenomeno atmosferico né l’esalazione di una metropolitana surriscaldata, ma il segno tangibile di una gigantesca e invisibile infrastruttura sotterranea che pulsa sotto l’asfalto di Manhattan fin dalla fine dell’Ottocento.

    Sotto la superficie della città si snoda infatti una rete di tubature lunga centinaia di chilometri gestita dalla Consolidated Edison, all’interno della quale scorre vapore ad altissima pressione e temperatura.

    Questo sistema centralizzato serve a riscaldare migliaia di edifici, tra cui grattacieli iconici come l’Empire State Building, a far funzionare i sistemi di climatizzazione estiva e a sterilizzare le attrezzature degli ospedali.

    Il vapore visibile in superficie si genera principalmente quando l’acqua piovana o le infiltrazioni della rete idrica stradale entrano in contatto con le tubature esterne surriscaldate, evaporando istantaneamente e trovando una via di fuga naturale attraverso i fori dei tombini.

    In altre occasioni si tratta invece di piccoli rilasci controllati di sicurezza per scaricare la condensa accumulata all’interno delle condotte.

    Per evitare che questa coltre densa ostacoli la visibilità degli automobilisti o investa direttamente i pedoni, la città utilizza spesso i caratteristici fumaioli cilindrici a strisce bianche e arancioni, che canalizzano l’esalazione verso l’alto.

    Eppure, nell’immaginario collettivo e nella letteratura urbana, quel fumo basso che emerge direttamente dal suolo rimane il simbolo di una New York segreta e sotterranea, il respiro caldo di un gigante di ferro e cemento.

    Pvl

  • ADALAR

    Le Isole dei Principi, conosciute localmente come Adalar.

    Il Mar di Marmara custodisce un segreto che galleggia a breve distanza dalla frenesia di Istanbul, un frammento di tempo sospeso dove la storia si respira nell’aria salmastra.

    Le Isole dei Principi, conosciute localmente come Adalar, emergono dalle acque come un arcipelago di nove perle racchiuse in un destino comune ma frammentate in microcosmi unici.

    Questo luogo, che oggi accoglie chi cerca una pausa dal ritmo battente della metropoli turca, porta nei suoi strati geologici e culturali la memoria profonda di epoche contrastanti.

    Durante i secoli dell’Impero Bizantino, la bellezza idilliaca di queste terre si tinse di una sfumatura malinconica, diventando il palcoscenico ideale per l’esilio di principi, imperatori e membri della nobiltà caduti in disgrazia.

    Le corti fastose venivano scambiate con il silenzio dei monasteri fortificati, trasformando l’isolamento geografico in una prigione dorata dove il confino politico si fondeva con la contemplazione spirituale.

    Quello stesso isolamento che un tempo significava punizione divenne, con l’avvento degli Ottomani, un rifugio aristocratico e un mosaico di convivenza multiculturale.

    Verso la fine dell’Ottocento, l’élite benestante di Istanbul, insieme alle vibranti comunità greche, armene ed ebree, riscoprì l’arcipelago trasformandolo in una meta di villeggiatura esclusiva.

    Le coste si popolarono di eleganti dimore vittoriane e palazzi in stile Liberty, architetture in legno che ancora oggi sfidano il tempo e raccontano storie di una borghesia cosmopolita e raffinata.

    Il divieto di circolazione per i veicoli a motore, mantenuto rigorosamente nel corso degli anni, preserva un’atmosfera d’altri tempi dove il suono dei passi e il vento tra i pini marittimi sostituiscono il rumore della modernità.

    Passeggiare oggi tra le strade di Büyükada o Heybeliada significa compiere un viaggio analitico attraverso le contraddizioni della memoria e la persistenza della bellezza.

    Le Isole dei Principi restano un promemoria visivo di come la distanza fisica da una capitale possa trasformare lo spazio in un rifugio per l’anima, unendo il fascino nostalgico del passato alla quiete rigenerante di un presente senza tempo.

    Pvl

  • Molestie assillanti

    Molestie assillanti

    perpetuate attraverso i canali di comunicazione moderni rappresenta una delle derive più complesse della nostra contemporaneità tecnologica.

    Questa condotta si manifesta attraverso l’invio ossessivo di messaggi, telefonate continue a qualsiasi ora del giorno o della notte, e il monitoraggio costante delle attività digitali della vittima sui canali social.

    L’obiettivo di chi mette in atto simili comportamenti è quasi sempre quello di esercitare un controllo psicologico o di manifestare un’ossessione, portando la persona colpita a vivere in uno stato di costante ansia e alterazione delle proprie abitudini di vita.

    Il quadro normativo in Italia

    Dal punto di vista prettamente giuridico, queste azioni non rimangono impunite e trovano una precisa collocazione all’interno del codice penale italiano.

    L’articolo 612-bis c.p. (Stalking)

    Quando la condotta telefonica o digitale è sistematica e reiterata nel tempo, si configura appieno il reato di Atti Persecutori.

    La legge punisce chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, o da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

    L’uso di strumenti informatici o telematici costituisce una specifica aggravante del reato, poiché la tecnologia amplifica la pervasività della molestia, rendendo difficile per la vittima trovare un luogo isolato o sicuro.

    L’articolo 660 c.p. (Molestia o disturbo alle persone)

    Nei casi in cui la condotta non sia così continuativa da stravolgere la vita della vittima, ma si limiti a comunicazioni comunque petulanti e fastidiose, si applica la contravvenzione di Molestia o disturbo alle persone.

    Questa norma punisce chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo.

    Come tutelarsi e agire

    Di fronte a una situazione di stalking telefonico o digitale, è fondamentale non sottovalutare i primi segnali e adottare una strategia di tutela ben definita per proteggere la propria incolumità e raccogliere gli elementi necessari a una successiva azione legale.

    Conservare le prove

    Non cancellare mai messaggi, email, chat o registri delle chiamate, poiché schermate dettagliate ed esportazioni delle conversazioni costituiscono la base documentale imprescindibile per qualsiasi segnalazione alle autorità.

    Oltre alla conservazione dei dati, esistono diversi strumenti formali a disposizione della vittima per porre fine alla condotta prima ancora di arrivare a un vero e proprio processo penale.

    L’ammonimento del Questore

    rappresenta una misura amministrativa preventiva particolarmente efficace, che permette alla vittima di esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza senza procedere a una denuncia immediata, attivando un formale richiamo istituzionale nei confronti dello stalker.

    Qualora l’ammonimento non fosse sufficiente o la gravità dei fatti lo richiedesse, la strada principale resta la presentazione di una formale querela presso i Carabinieri, la Polizia di Stato o direttamente in Procura, chiedendo l’intervento dell’autorità giudiziaria per l’applicazione di eventuali misure cautelari come il divieto di avvicinamento o di comunicazione.

    Pvl

  • Stalking online

    Stalking online

    Noto comunemente come cyberstalking rappresenta l’estensione digitale di una condotta persecutoria sistematica, attuata attraverso l’uso distorto dei canali telematici per ingenerare nella vittima uno stato di ansia costante e di fondato timore per la propria incolumità.

    Questa dinamica si manifesta attraverso una pluralità di comportamenti reiterati nel tempo, che spaziano dall’invio ossessivo di messaggi e comunicazioni non gradite fino al tracciamento occulto degli spostamenti digitali e fisici del bersaglio.

    La pervasività dello spazio virtuale amplifica l’impatto psicologico della molestia, poiché abbatte i confini geografici e temporali, privando l’individuo della percezione di un luogo sicuro.

    Dinamiche e manifestazioni principali

    Il fenomeno si articola attraverso strategie diversificate, spesso sovrapposte, che mirano al controllo e alla saturazione della sfera privata della vittima.

    Monitoraggio e sorveglianza digitale

    Il controllo ossessivo dei profili sui social network, l’analisi dei commenti, delle interazioni e degli aggiornamenti di stato per ricostruire abitudini, frequentazioni e spostamenti quotidiani.

    Molestie ascellari dirette

    L’invio continuo di e-mail, messaggi istantanei o tentativi di chiamata su molteplici piattaforme, ignorando deliberatamente i tentativi di blocco o le richieste esplicite di interruzione dei contatti.

    Furto d’identità e diffamazione

    La creazione di falsi profili a nome della vittima o la diffusione di informazioni private, dati sensibili e immagini personali senza il consenso dell’interessato, con lo scopo di isolarlo socialmente o danneggiarne la reputazione professionale.

    Impiego di software spia

    L’installazione abusiva di spyware o applicazioni di tracciamento sui dispositivi della vittima, che consente l’accesso remoto a conversazioni, messaggi e coordinate geografiche in tempo reale.

    Strumenti di tutela e contrasto

    La risposta a questa forma di violenza richiede una combinazione di rigore metodologico nella conservazione delle prove e di tempestività nell’attivazione dei canali legali.

    Preservazione rigorosa delle evidenze

    È fondamentale non cancellare i messaggi, le e-mail o i post persecutori, ma procedere alla memorizzazione sistematica tramite schermate o, idealmente, mediante copie autenticate con valore legale che ne garantiscano l’inalterabilità.

    Interruzione netta delle comunicazioni

    Evitare qualsiasi forma di risposta o reazione ai tentativi di contatto, poiché l’interazione, anche se di rifiuto, spesso alimenta la condotta del persecutore.

    Restrizione della visibilità digitale

    Modificare radicalmente le impostazioni di privacy sui propri account personali, limitando l’accesso alle informazioni sensibili e verificando periodicamente i dispositivi in uso per escludere anomalie software.

    Attivazione delle autorità competenti

    La legislazione prevede strumenti specifici per contrastare tali condotte, che vanno dall’istanza di ammonimento formale davanti al Questore fino alla querela formale presso le forze dell’ordine per il reato di atti persecutori.

    La comprensione della gravità del fenomeno è il primo passo per scardinare l’isolamento in cui la vittima viene indotta a vivere, restituendo centralità alla tutela della dignità e della libertà personale.

  • MODUGNO

    Si sviluppa nell’immediato entroterra barese e rappresenta un nucleo urbano di profonda complessità storica, dove l’antica vocazione rurale ha dialogato a lungo con le successive trasformazioni industriali del dopoguerra.

    Il territorio conserva tracce antropiche rilevanti che precedono la fondazione medievale, ma trova una delle sue massime espressioni monumentali nel Casale di Balsignano.

    Questo sito, situato a pochi chilometri dal centro abitato, custodisce la pregevole chiesa di San Felice, un esempio straordinario di architettura romanica pugliese a cupola in asse che testimonia l’importanza dei monaci benedettini nella gestione del territorio agrario circostante.

    Il centro storico si articola in una fitta trama di vicoli e palazzi nobiliari che riflettono l’importanza assunta dalla città durante il Ducato sforzesco di Bari, in particolare sotto i governi di Isabella d’Aragona e Bona Sforza.

    Passeggiando tra le sue strade si incontrano architetture rinascimentali e barocche come Palazzo Scarli e la Sala del Sedile, storico fulcro della vita amministrativa cittadina dominato dalla caratteristica torre dell’orologio.

    La Chiesa Madre di Santa Maria Annunziata si impone nel panorama urbano con il suo maestoso campanile che riprende le forme romaniche.

    All’interno l’edificio conserva opere di straordinario valore artistico e devozionale, tra cui spicca l’Annunciazione di Bartolomeo Vivarini, dipinto su tavola del 1472, ed elementi pittorici di Gaspar Hovich che arricchiscono il patrimonio pittorico locale.

    A partire dagli anni Sessanta del Novecento, Modugno ha subito una radicale metamorfosi demografica ed economica con l’insediamento della grande zona industriale di Bari nel suo perimetro settentrionale.

    Questa espansione ha ridefinito il tessuto sociale della città, trasformandola in uno dei poli produttivi più rilevanti della regione senza tuttavia cancellare la memoria delle sue radici storiche, ancora visibili nelle sue piazze e nelle feste patronali dedicate a San Nicola da Tolentino e a San Rocco.

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  • RAVENNA

    Si svela come un mosaico complesso in cui la materia solida dei mattoni racchiude un universo parallelo fatto di tessere dorate e rifrazioni luminose.

    Questa città, che per tre volte fu capitale nel cuore pulsante di un’epoca di transizione, conserva nelle sue geometrie paleocristiane la memoria di una grandezza silenziosa e profonda.

    Il rigore austero delle facciate esterne, realizzate con quel laterizio lungo e piatto tipico dell’edilizia romana, contrasta deliberatamente con lo splendore teologico e visivo custodito all’interno delle sue basiliche.

    Entrando nella Basilica di San Vitale, lo spazio architettonico sembra perdere la sua gravità per farsi pura astrazione spirituale e politica.

    Le colonne si elevano verso volte che accolgono i ritratti bizantini di Giustiniano e Teodora, i cui sguardi fissi e ieratici sfidano il tempo sotto una pioggia di luce che muta a seconda delle ore del giorno.

    L’oro dei mosaici non è mai statico, ma vibra grazie alla sapiente inclinazione delle tessere, concepite dai maestri antichi per catturare e moltiplicare ogni minimo raggio di sole, trasformando la pietra in un’esperienza visiva dinamica.
    Poco distante, la penombra protettiva del Mausoleo di Galla Placidia accoglie il visitatore in una dimensione più intima e quasi ipnotica.

    La cupola, decorata da un profondo cielo notturno stellato, avvolge lo spazio in un blu cobalto che evoca l’infinito, dove la luce filtra morbida attraverso le sottili lastre di alabastro delle finestre.

    È una narrazione che fonde la sensibilità occidentale con il misticismo orientale, una sintesi culturale che Ravenna ha saputo interiorizzare e che ancora oggi si respira camminando lungo le sue strade tranquille.

    La città non si esaurisce nella sua gloriosa stagione tardoantica, ma si estende in una rete di suggestioni letterarie e storiche che toccano l’ultimo rifugio di Dante Alighieri.

    La tomba del Sommo Poeta, protetta da un piccolo tempio neoclassico, si inserisce nel tessuto urbano con la stessa discrezione colta che caratterizza l’intera atmosfera ravennate.

    L’influenza adriatica e la vicinanza a quell’antico porto di Classe, un tempo snodo fondamentale per le flotte imperiali e oggi circondato da una maestosa pineta celebrata da poeti e artisti, completano il ritratto di un luogo in cui la terra, l’acqua e l’arte si confondono da secoli.

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  • CERVIA

    CERVIA

    Si presenta allo sguardo come un mirabile equilibrio tra la geometrica razionalità delle sue saline e l’abbraccio profondo della sua pineta secolare.

    Questa cittadina adriatica, sospesa tra una millenaria storia legata all’estrazione del sale e la vocazione all’accoglienza, incarna una dimensione urbana dove il paesaggio antropico dialoga costantemente con la forza degli elementi naturali.

    Il cuore di Cervia pulsa nella sua caratteristica pianta quadrangolare, un disegno urbanistico settecentesco nato dall’esigenza di rifondare la “città di fondazione” lontano dalle originarie insalubrità delle paludi.

    I Magazzini del Sale, imponenti strutture che si affacciano sul canale, rimangono oggi i monumenti simbolici di un’epoca in cui l’oro bianco determinava le fortune economiche e geopolitiche dell’intera regione.

    Questi spazi, un tempo destinati allo stoccaggio del prezioso minerale, si sono progressivamente trasformati in contenitori culturali capaci di ospitare mostre e riflessioni contemporanee, unendo il rigore dell’archeologia industriale alle nuove sensibilità estetiche.

    L’identità di Cervia si compie tuttavia nel superamento della sua sola memoria storica.

    La pineta di Milano Marittima, che si estende come un polmone verde a ridosso del litorale, rappresenta uno spazio di sospensione e di rigenerazione dove la densità della natura offre un contrappunto ideale alla linearità delle spiagge.

    È in questo dualismo tra l’orizzonte aperto del mare e l’ombra protettiva dei pini che la città definisce la sua fenomenologia, offrendo al visitatore non un semplice luogo di transito balneare, ma un’esperienza di profonda armonia territoriale.

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  • ABBIGLIAMENTO UPPER-CASUAL

    ABBIGLIAMENTO UPPER-CASUAL

    rappresenta l’evoluzione raffinata del tempo libero.

    Si colloca in quel segmento fluido che separa il formalismo rigoroso dell’abito sartoriale dalla spensieratezza del casual quotidiano.

    È una filosofia del vestire che non accetta la rigidità della cravatta ma rifiuta categoricamente la trascuratezza di una felpa informe.

    Alla base di questo stile risiede una costante ricerca della qualità attraverso la sottrazione del superfluo.
    La struttura degli abiti si fa più morbida ed essenziale.

    Le giacche perdono le imbottiture rigide sulle spalle per diventare destrutturate e seguire le linee naturali del corpo.
    I tessuti nobili come il cashmere, il lino, la lana fredda e il cotone egiziano sostituiscono i materiali sintetici, offrendo una piacevolezza tattile e visiva che eleva immediatamente l’insieme.

    L’armonia cromatica predilige i toni neutri e della terra.

    Il blu navy, il grigio antracite, il tortora, il panna e le sfumature del beige permettono accostamenti spontanei ma mai banali.

    Un tipico esempio di questo approccio include una camicia in denim leggero o in lino accostata a un pantalone chino dal taglio sartoriale, oppure una maglia a girocollo in filato pregiato indossata sotto una giacca dritta.

    Le calzature completano l’insieme definendone il rigore.

    Si spazia dai mocassini scamosciati alle stringate morbide, fino a includere calzature sportive minimaliste in pelle bianca o scura, purché assolutamente prive di dettagli tecnici o loghi vistosi.

    In definitiva, l’upper-casual definisce un’eleganza sobria e consapevole.
    È il guardaroba ideale per contesti professionali dinamici, viaggi e incontri culturali, dove l’esigenza di decoro si sposa perfettamente con il desiderio di comfort e autenticità.

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  • Miodesopsie

    Miodesopsie

    Rappresentano una delle alterazioni visive più diffuse e comunemente percepite nella quotidianità.

    Questo fenomeno si manifesta attraverso la visione di piccole macchie, filamenti o ragnatele che fluttuano all’interno del campo visivo, seguendo i movimenti degli occhi senza mai fissarsi in un punto preciso.

    Nella maggior parte dei casi queste ombre si notano con maggiore intensità quando si rivolge lo sguardo verso superfici chiare o particolarmente illuminate, come un muro bianco, il cielo azzurro o lo schermo di un computer.

    Dal punto di vista prettamente anatomico il disturbo non è legato a un problema della retina o delle strutture esterne dell’occhio, ma deriva da mutazioni interne al corpo vitreo.

    Questa sostanza gelatinosa e perfettamente trasparente riempie lo spazio compreso tra il cristallino e la retina, mantenendo la forma sferica del bulbo oculare.

    Con il passare degli anni il corpo vitreo va incontro a un naturale processo di invecchiamento e disidratazione che ne altera la consistenza.

    Questo fenomeno di liquefazione parziale porta alla formazione di piccoli frammenti di fibre collagene che si addensano e si separano dalla componente liquida.

    Tali addensamenti cellulari fluttuano liberamente nel liquido vitreale e proiettano la loro ombra sulla retina quando la luce penetra nell’occhio.

    Lo stimolo visivo percepito dal cervello non è quindi l’oggetto in sé, ma l’ombra geometrica generata da questi minuscoli filamenti.

    Sebbene l’invecchiamento sia la causa principale e fisiologica di questo processo, esistono diversi fattori che possono anticiparne la comparsa anche in soggetti giovani.

    La miopia elevata costituisce uno dei fattori di rischio più rilevanti, poiché l’allungamento del bulbo oculare accelera la degenerazione del vitreo.

    Allo stesso modo traumi oculari, stati di grave disidratazione corporea o interventi chirurgici pregressi come la cataratta possono favorire l’insorgenza precoce del fenomeno.

    Nella quasi totalità dei casi le mosche volanti non compromettono la funzione visiva e vengono considerate una condizione benigna con cui convivere.

    Il sistema nervoso centrale tende a sviluppare nel tempo un meccanismo di adattamento neurovisivo, portando il cervello a ignorare progressivamente questi segnali superflui.

    Esistono tuttavia situazioni specifiche in cui la comparsa di tali macchie richiede una valutazione medica tempestiva e approfondita.

    Un improvviso aumento del numero di miodesopsie o la comparsa concomitante di flash luminosi e lampi di luce, noti come fosfeni, possono indicare una trazione della retina.

    Questo movimento anomalo del vitreo rischia di provocare fessurazioni o un vero e proprio distacco retinico, una condizione d’emergenza che richiede un intervento oculistico immediato per preservare l’integrità della vista.

    Un controllo periodico del fondo oculare resta la strategia migliore per monitorare la salute della struttura interna dell’occhio.

  • LIONEL MESSI

    LIONEL MESSI

    Non è semplicemente un calciatore

    ma l’incarnazione di una geometria applicata al caos del rettangolo verde.

    La sua narrazione sportiva supera i confini del rettangolo di gioco per farsi saggio visivo sulla precisione e sulla sottrazione, dove ogni tocco di palla elimina il superfluo e ridefinisce il concetto stesso di accelerazione.

    Nel calcio contemporaneo, spesso dominato da un atletismo esasperato e da una fisicità straripante, Messi ha eletto il baricentro basso a punto di leva per scardinare intere linee difensive.

    Il suo movimento non cerca mai lo scontro frontale, ma si sviluppa attraverso una sequenza di finte impercettibili e cambi di direzione microscopici che disorientano l’avversario prima ancora che l’azione si compia.

    Questa estetica del controllo trasforma la velocità in ritmo e lo spazio in un elemento malleabile, dimostrando come l’efficacia assoluta possa coincidere con la massima eleganza.

    La sua parabola agonistica rimane un punto di riferimento imprescindibile per comprendere l’evoluzione del gesto tecnico nell’era della spettacolarizzazione globale.

    Biografia

    Lionel Andrés Messi Cuccittini, noto in tutto il mondo come Leo Messi, nasce a Rosario, in Argentina, il 24 giugno 1987.

    La sua infanzia è indissolubilmente legata al pallone e ai campetti di periferia del Grandoli e del Newell’s Old Boys, dove il suo talento cristallino emerge sin dai primissimi anni di vita.

    A undici anni la sua traiettoria umana e sportiva affronta una svolta decisiva quando gli viene diagnosticata una forma di deficit dell’ormone della crescita, una condizione che richiede cure costose che la famiglia e i club locali non riescono a sostenere interamente.

    La svolta definitiva avviene nel 2000, all’età di tredici anni, quando il Barcellona intuisce le potenzialità straordinarie del ragazzo e decide di investire sul suo futuro, offrendogli di pagare le terapie mediche e accogliendolo nella celebre Masia, il settore giovanile del club catalano.

    L’esordio in prima squadra avviene nel 2004, dando inizio a un’era calcistica leggendaria che vedrà Messi conquistare con la maglia blaugrana dieci campionati spagnoli, quattro Champions League e innumerevoli altri titoli, infrangendo ogni record di gol e affermandosi come il miglior marcatore della storia del club.

    Nel 2021, dopo diciassette anni di successi irripetibili, si trasferisce al Paris Saint-Germain, dove milita per due stagioni prima di intraprendere una nuova avventura negli Stati Uniti con la maglia dell’Inter Miami, dove continua a mostrare la sua classe calcistica.

    Il legame con la nazionale argentina ha rappresentato a lungo una sfida complessa e carica di pressioni, risolta magistralmente attraverso i trionfi storici della Copa América nel 2021 e, soprattutto, del Campionato del Mondo in Qatar nel 2022, un traguardo che lo consacra definitivamente nell’olimpo del calcio mondiale accanto a Diego Armando Maradona.

    Vincitore di ben otto Palloni d’Oro, Messi non è solo un fenomeno sportivo, ma anche un’icona globale attenta al sociale, fondatore della Fundación Leo Messi e ambasciatore UNICEF dal 2010.

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  • Fondo Pensione Aperto Aureo

    costituisce uno strumento previdenziale complementare istituito da BCC Risparmio e Previdenza SGR, la cui regolamentazione è definita dal Decreto Legislativo numero 252 del 5 dicembre 2005.

    Questa forma di risparmio si prefigge l’obiettivo di favorire l’accumulo di un capitale personalizzato nel lungo periodo, integrando così l’erogazione dei trattamenti della previdenza pubblica.

    Le soluzioni di investimento proposte appaiono flessibili e orientate a criteri di natura sociale, ambientale e di governance, i quali risultano strutturati per adattarsi alle specifiche necessità e alla progressione anagrafica di ciascun partecipante alla gestione finanziaria.

    I sottoscrittori mantengono la facoltà di allocare le proprie risorse simultaneamente in molteplici comparti, garantendo in tal modo una diversificazione patrimoniale strategica che posiziona lo strumento tra i principali fondi operanti sul territorio nazionale con oltre un miliardo e mezzo di euro gestiti.

    Il Sistema Aureo si definisce storicamente come un regime monetario fondato sulla convertibilità e sull’ancoraggio della valuta a una quantità fissa e determinata di metallo prezioso.

    In questa configurazione economica la circolazione finanziaria può basarsi direttamente sull’uso dell’oro o sulla garanzia di riscatto parziale o totale dei titoli cartacei emessi dalle istituzioni bancarie centrali.

    L’adozione di tale meccanismo assicura una stabilità strutturale dei tassi di cambio fra le diverse nazioni aderenti, riducendo l’impatto dei fenomeni legati all’inflazione o alla svalutazione monetaria.

    La rigidità del modello funge da correttivo automatico per il contenimento dei deficit commerciali e per il mantenimento degli equilibri macroeconomici complessivi nel contesto degli scambi internazionali.

  • LAURA CHIATTI

    Nasce il 15 luglio 1982 a Castiglione del Lago, in provincia di Perugia

    manifestando fin da giovanissima un profondo interesse sia per la recitazione che per il canto.

    Cresciuta in Umbria, muove i primi passi nel mondo dello spettacolo partecipando a diversi concorsi di bellezza e musicali, tra cui spicca l’esperienza a Miss Italia.

    L’esordio professionale avviene nei primi anni Duemila attraverso la televisione, dove prende parte a fiction di successo come Compagni di scuola e Carabinieri.

    La vera svolta artistica si compie nel 2004 grazie al regista Paolo Sorrentino, che la sceglie per il film L’amico di famiglia, un’interpretazione intensa che la impone con forza all’attenzione della critica cinematografica.

    Da quel momento la sua carriera sul grande schermo decolla definitivamente, portandola a recitare in pellicole iconiche come Ho voglia di te nel 2007, accanto a Riccardo Scamarcio, e Io, loro e Lara nel 2010 sotto la direzione di Carlo Verdone.

    Negli anni successivi consolida la sua popolarità partecipando a produzioni di rilievo, tra cui Manuale d’amore 3, il drammatico Romanzo di una strage, Pane e burlesque e il lungometraggio Netflix Lo spietato.

    Oltre alle doti recitative, dimostra una grande versatilità artistica prestando la sua voce al personaggio di Rapunzel nel celebre film d’animazione Disney del 2010, Rapunzel – L’intreccio della torre.

    Sul piano personale, dal 2014 è legata in matrimonio al collega Marco Bocci, una delle coppie più affiatate e amate dello spettacolo italiano, dalla cui unione sono nati i figli Enea e Pablo.

    Nel 2025 l’attrice sceglie di condividere pubblicamente la propria esperienza con l’ADHD, la dislessia e la disgrafia, un gesto di grande sincerità che le vale una vasta ondata di stima e sostegno da parte del pubblico.

    Sempre nel 2025 viene annunciata come conduttrice del Torino Film Festival, a testimonianza di un percorso artistico in continua evoluzione che la conferma come una delle interpreti più eclettiche della sua generazione.

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  • PARKINSON/I PRIMISSIMI SEGNALI

    PARKINSON/I PRIMISSIMI SEGNALI

    della malattia di Parkinson si manifestano spesso in modo estremamente sfumato e graduale, tanto da essere frequentemente confusi con i normali processi di invecchiamento o con stati di affaticamento generale.

    Nelle fasi iniziali della patologia i sintomi si presentano quasi sempre in modo asimmetrico, interessando un solo lato del corpo prima di estendersi, con il passare del tempo, anche alla parte opposta.

    Uno dei riscontri più precoci e comuni riguarda la progressiva riduzione o la perdita totale dell’olfatto, un disturbo noto clinicamente come iposmia o anosmia.

    Questo sintomo può precedere anche di diversi anni la comparsa dei problemi motori più evidenti e si manifesta con la difficoltà a percepire odori quotidiani e specifici, come quelli del cibo o del caffè.

    Un altro indicatore iniziale si osserva durante la deambulazione, dove si nota una caratteristica tendenza a non far oscillare uno dei due arti superiori.

    Mentre si cammina, il braccio interessato dal disturbo tende a rimanere rigido, semipronato e più vicino al tronco rispetto all’altro, alterando quella naturale armonia motoria che caratterizza il movimento fluido del corpo.

    La scrittura subisce spesso una modificazione molto evidente definita micrografia, un fenomeno per cui le parole tendono a diventare progressivamente più piccole e i caratteri appaiono progressivamente più rimpiccioliti e vicini tra loro man mano che si procede nella stesura di un testo.

    Questo cambiamento grafico è l’espressione diretta di una difficoltà iniziale nel controllo e nella precisione dei movimenti fini delle dita.

    A livello muscolare si può registrare una sensazione diffusa di rigidità o di lieve tensione che inizialmente colpisce l’articolazione della spalla o dell’anca, talvolta scambiata erroneamente per un comune disturbo ortopedico o per una rigidità muscolare passeggera.

    A questa si associa spesso una lieve riduzione dell’espressività facciale, definita amimia, caratterizzata da un ammiccamento meno frequente e da un volto che appare meno reattivo dal punto di vista emotivo.

    I disturbi del sonno rappresentano un ulteriore segnale precoce molto rilevante, in particolare le alterazioni della fase REM note come disturbi del comportamento del sonno REM.

    Chi ne è colpito tende a vivere fisicamente i propri sogni attraverso movimenti bruschi delle braccia e delle gambe, scalciando, parlando ad alta voce o gridando durante il riposo notturno.

    Infine, il classico tremore a riposo, che nell’immaginario comune rappresenta il sintomo principale del Parkinson, si presenta all’inizio solo in una percentuale di casi e si localizza tipicamente a una mano o a un singolo dito, manifestandosi principalmente quando l’arto è rilassato e scomparendo temporaneamente quando si esegue un movimento volontario o finalizzato.

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  • MARTA GASTINI

    MARTA GASTINI

    E’ un’attrice italiana nata ad Alessandria nel 1989.

    La sua carriera si sviluppa sia nel cinema che nella televisione, con importanti esperienze anche a livello internazionale.

    Il suo debutto sul grande schermo avviene nel 2009 nella commedia Io & Marilyn di Leonardo Pieraccioni.

    Poco dopo ottiene una forte visibilità internazionale recitando accanto ad Anthony Hopkins nel thriller horror Il rito del 2011, interpretazione che le vale una candidatura ai Nastri d’argento come miglior attrice non protagonista.

    In seguito lavora con Dario Argento in Dracula 3D e partecipa a diverse produzioni cinematografiche italiane, tra cui Questi giorni di Giuseppe Piccioni, Moglie e marito, Bentornato Presidente! e il recente Zamora del 2023 sotto la regia di Neri Marcorè.

    Sul fronte televisivo è nota soprattutto per il ruolo di Giulia Farnese nella serie televisiva franco-tedesca I Borgia.

    Ha inoltre fatto parte del cast di altre serie e miniserie italiane di successo, come Catturandi – Nel nome del padre, Lampedusa – Dall’orizzonte in poi e la serie Tutta colpa di Freud.

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  • FORMATTARE

    FORMATTARE

    La parola formattare assume significati diversi a seconda del contesto in cui viene utilizzata, ma in linea generale si riferisce all’atto di dare una forma, una struttura o un ordine specifico a qualcosa.

    In informatica, ad esempio, questo termine indica la cancellazione totale di tutti i dati presenti all’interno di un’unità di memoria, come un disco rigido o una chiave USB, al fine di preparare il supporto a ospitare nuovi file, reinizializzando lo spazio disponibile e ripristinando le condizioni di utilizzo iniziali del dispositivo.

    Nell’ambito della videoscrittura e della gestione dei testi, invece, formattare significa modificare l’aspetto visivo di un documento per renderlo più leggibile e organizzato, intervenendo sulla scelta dei caratteri, sulle dimensioni del testo, sull’uso del grassetto, sull’allineamento dei paragrafi e sulla corretta gestione degli spazi vuoti.

    Esiste poi un uso figurato del termine, spesso impiegato nel linguaggio comune, che indica la necessità di fare tabula rasa, resettare i propri pensieri o riorganizzare da zero un progetto o una situazione complessa.

  • VOLTERRA/ALABASTRO

    Rappresenta una delle sintesi più alte tra la geologia del territorio toscano e la millenaria sapienza artigianale dell’uomo.

    Questa pietra calcarea tenera, formatasi circa sei milioni di anni fa nel periodo miocenico, si distingue nettamente dall’alabastro orientale per la sua composizione gessosa di solfato di calcio diidrato.

    La caratteristica principale che lo rende unico nel panorama scultoreo è la sua straordinaria duttilità, unita a una trasparenza lattiginosa che permette alla luce di penetrare la materia, conferendo ai manufatti una parvenza quasi vitale.

    La storia di questo materiale si intreccia indissolubilmente con la civiltà etrusca, che per prima ne intuì le potenzialità plastiche ed estetiche, utilizzandolo per la creazione di urne cinerarie decorate con bassorilievi mitologici.

    I maestri volterrani seppero sviluppare una tecnica estrattiva e di intaglio che ha superato i secoli, attraversando il Rinascimento fino a raggiungere l’apice commerciale e artistico tra il Settecento e l’Ottocento.

    In quel periodo la città si trasformò in una vera e propria officina a cielo aperto, capace di esportare manufatti in tutto il mondo grazie alla versatilità stilistica dei suoi artigiani.

    Oggi la lavorazione dell’alabastro vive una complessa fase di transizione, sospesa tra la salvaguardia di un patrimonio tradizionale unico e la necessità di dialogare con i linguaggi del design contemporaneo.

    La varietà dei filoni estrattivi, dal pregiato “bardiglio” venato al purissimo “scaglione”, offre ancora agli scultori una tavolozza materica di rara suggestione visiva.

    La sfida attuale risiede proprio nel sottrarre questa pietra alla dimensione del souvenir seriale, restituendole quel ruolo di nobile medium espressivo che possiede fin dall’antichità.

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  • Vaisnavismo Gaudiya

    Vaisnavismo Gaudiya

    E’ un movimento monoteista indù nato nel XVI secolo in Bengala, regione storicamente nota come Gauda-desa.

    La corrente si inserisce nell’ampio alveo della Bhakti, la via della devozione amorosa verso la Divinità, e si focalizza sul culto di Krishna, considerato non come un semplice avatar o manifestazione di Vishnu, ma come la Personalità Suprema e la fonte originaria di tutte le emanazioni divine.

    Il fondatore e motore spirituale del movimento fu Chaitanya Mahaprabhu, vissuto tra il 1486 e il 1534, il quale viene venerato dai fedeli come l’incarnazione congiunta di Krishna e della sua eterna controparte spirituale, Radha.

    Chaitanya rivoluzionò la pratica religiosa dell’epoca ponendo l’accento sul sankirtana, il canto pubblico e congregazionale dei santi nomi di Dio, in particolare del Maha-Mantra “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare”.

    La dottrina teologica ed epistemologica del movimento venne successivamente sistematizzata dai sei Goswami di Vrindavana, un gruppo di eruditi discepoli scelti da Chaitanya per riscoprire i luoghi sacri legati alla vita terrena di Krishna e per redigere i testi filosofici di riferimento.

    Il pilastro filosofico del Vaisnavismo Gaudiya è espresso dal concetto di Acintya-Bhedabheda-Tattva, che si traduce come “inconcepibile simultanea identità e differenza” tra l’anima individuale e il Signore Supremo.

    Secondo questa visione, le anime condividono la stessa natura qualitativa di Dio, essendo scintille spirituali della sua stessa essenza, ma ne rimangono eternamente distinte dal punto di vista quantitativo e della potenza.

    La meta ultima del praticante non è la fusione impersonale nel tutto, bensì lo sviluppo del prema, l’amore puro disinteressato che permette all’anima di partecipare eternamente ai passatempi spirituali di Krishna nel mondo trascendentale.

    Dopo un periodo di declino nei secoli successivi, il movimento visse una potente rinascita spirituale e intellettuale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento grazie all’opera di Bhaktivinoda Thakura e di suo figlio Bhaktisiddhanta Sarasvati Prabhupada.

    Quest’ultimo riorganizzò la predicazione fondando il Gaudiya Math e preparando il terreno per la successiva diffusione globale del vaisnavismo in Occidente, avvenuta negli anni Sessanta attraverso la fondazione dell’ISKCON da parte di Bhaktivedanta Swami Prabhupada.

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  • REBECCA STAFFELLI

    E’ una conduttrice radiofonica, presentatrice televisiva e modella italiana, nata a Roma il 22 maggio 1998.

    È una figlia d’arte ben nota al pubblico televisivo, essendo nata dall’unione tra Valerio Staffelli, storico inviato del tg satirico Striscia la Notizia, e Matilde Zarcone, ex showgirl e valletta televisiva degli anni Novanta.

    Il suo percorso professionale si è sviluppato con determinazione sia dietro i microfoni delle emittenti radiofoniche che davanti alle telecamere.

    Nel mondo della radio ha consolidato la sua presenza all’interno del gruppo RadioMediaset.

    Dopo aver condotto per diversi anni il programma serale 105 Night Express su Radio 105, è passata alla conduzione nel palinsesto di R101, dove presenta la trasmissione Belli felici.

    Sul piccolo schermo ha ottenuto una notevole visibilità televisiva partecipando alle recenti edizioni del Grande Fratello su Canale 5.

    All’interno del reality show di Alfonso Signorini ha ricoperto il ruolo di inviata social in studio, con il compito di monitorare il sentiment del web e leggere in diretta i commenti e i meme più rilevanti provenienti dalle piattaforme digitali.

    La sua carriera televisiva vanta anche altre esperienze significative, tra cui la conduzione di eventi musicali estivi come Yoga Radio Estate e la partecipazione a programmi come Amici di Maria De Filippi in veste di rappresentante radiofonica, oltre a piccoli ruoli come attrice in alcuni film per la televisione.

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  • CHIARA FERRAGNI

    LA PARABOLA CONTEMPORANEA

    Chiara ha smesso da tempo di essere una semplice cronaca di costume per trasformarsi in un sofisticato caso di studio sulla resilienza dell’immagine.

    Dopo la tempesta mediatica e giudiziaria che ha ridefinito i confini del suo impero digitale la narrazione non si è interrotta ma ha trovato una nuova e più consapevole direzione.

    Oggi il racconto si muove su un binario di calcolata normalizzazione dove il glamour non urla più ma sceglie la via della solidità istituzionale.

    Il recente ritorno sul red carpet del Festival di Cannes con un abito d’archivio firmato Roberto Cavalli e il ruolo di volto globale per la campagna Guess testimoniano la volontà di ricollocare il brand Ferragni all’interno di una cornice di eleganza classica e meno legata all’istantaneità del feed.

    Allo stesso tempo la dimensione privata della sua vita sembra cercare un equilibrio inedito lontano dai fasti del passato e più vicino a una ritrovata quotidianità.

    La recente ufficializzazione della sua nuova relazione e le apparizioni pubbliche più spontanee descrivono il tentativo di ridefinire il concetto stesso di influenza pubblica.

    Non si tratta più di abitare lo spazio digitale con una presenza totalizzante ma di selezionare i frammenti di una rinascita che passa attraverso il lavoro e la ridefinizione dei propri confini personali.

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  • ARCHITETTURA ISLAMICA CONTEMPORANEA

    Moschea Faisal di Islamabad

    non è semplicemente un luogo di culto, ma rappresenta una delle espressioni più audaci dell’architettura islamica contemporanea.

    Disegnata dall’architetto turco Vedat Dalokay e completata nel 1986, questa imponente struttura si distacca radicalmente dalle tradizionali cupole che hanno storicamente definito il paesaggio sacro dell’Islam.

    La sua forma geometrica si ispira direttamente a una tenda beduina nel deserto, fondendo in modo straordinario la sacralità della tradizione nomade con le linee pulite del modernismo internazionale.

    Adagiata ai piedi delle colline Margalla, la moschea si impone nel panorama della capitale pakistana con i suoi quattro minareti slanciati, che richiamano la verticalità della tradizione ottomana ma vengono reinterpretati attraverso superfici lineari e spigoli vivi.

    La scelta di rinunciare alla cupola centrale per fare spazio a una struttura a tenda a otto facce crea un legame visivo immediato con la natura circostante, quasi come se l’edificio fosse un’estensione geometrica delle montagne retrostanti.

    Questo dialogo tra l’opera umana e l’orizzonte naturale conferisce al complesso un senso di solennità assoluta, dove il cemento bianco riflette la luce del sole trasformando la struttura in un faro visibile da ogni angolo della città.

    L’interno della sala di preghiera rivela una spazialità altrettanto rivoluzionaria, dove la vastità del vuoto invita alla contemplazione e al silenzio.

    Le pareti sono decorate con mosaici sofisticati e calligrafie delicate realizzate dal celebre artista pakistano Sadequain, che riescono a mitigare la monumentalità della struttura con la grazia della parola sacra.

    Un gigantesco lampadario dorato, sospeso al centro dello spazio, illumina la sala principale accentuando la sensazione di trovarsi sotto una volta celeste artificiale, concepita per accogliere decine di migliaia di fedeli in un abbraccio collettivo.

    Oggi la Moschea Faisal non è soltanto un simbolo di identità nazionale per il Pakistan, ma è un punto di riferimento cruciale per la riflessione sull’evoluzione dell’estetica sacra.

    Il progetto di Dalokay ha dimostrato che la spiritualità può abitare forme inedite e dialogare con il futuro, senza per questo smarrire la propria radice profonda.

    Resta un’opera concettualmente complessa e visivamente splendida, capace di ridefinire il concetto di monumento nel cuore della modernità asiatica.

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  • TUNISIA/GALLERIE D’ARTE CONTEMPORANEA

    La Marsa e Sidi Bou Said non sono soltanto i custodi di una luce mediterranea che ha ammaliato generazioni di artisti europei nel secolo scorso, ma rappresentano oggi i veri laboratori di una rigenerazione culturale profonda.

    Lungo le scogliere di Sidi Bou Said e tra i viali vibranti di La Marsa, una costellazione di gallerie d’arte contemporanea, spazi espositivi indipendenti e collezionisti lungimiranti sta silenziosamente riscrivendo il racconto estetico della Tunisia contemporanea.

    Questa nuova ondata non si limita a preservare la memoria visiva del paese, ma la interroga e la scompone attraverso i linguaggi della modernità globale.

    Il fenomeno non è puramente decorativo, bensì profondamente strutturale e identitario.

    In questi spazi la pittura, l’installazione e la fotografia diventano gli strumenti per esplorare le complessità di una società sospesa tra la ricchezza delle proprie radici storiche e le tensioni della contemporaneità.

    I collezionisti locali, un tempo orientati verso un collezionismo di stampo tradizionale e orientalista, dimostrano oggi un’attenzione acuta per le voci più radicali e sperimentali della scena artistica, favorendo la nascita di un mercato interno solido e consapevole.

    Ciò che emerge da questa vivace enclave costiera è una narrazione visiva che rifiuta gli stereotipi folcloristici per abbracciare una complessità estetica inedita.

    La Marsa e Sidi Bou Said si configurano così come ponti ideali tra le sponde del Mediterraneo, dove la periferia geografica si trasforma in un centro nevralgico di riflessione critica e innovazione visiva.

    Attraverso la determinazione di galleristi e curatori, Tunisi sta ridefinendo il proprio posizionamento sulla mappa internazionale dell’arte, dimostrando che l’estetica può essere il motore più potente per reinventare l’immaginario di un’intera nazione.

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  • FARAH DIBA

    Rappresenta una delle figure più affascinanti e complesse della storia mediorientale e internazionale del ventesimo secolo.

    Nata a Teheran nel millenovecentotrentotto da una famiglia dell’alta borghesia iraniana compì i suoi studi in Francia dove rimase affascinata dall’architettura e dall’arte occidentale prima che il destino la ponesse al centro della scena geopolitica mondiale.

    Il matrimonio nel millenovecentocinquantanove con lo Scià Mohammad Reza Pahlavi la trasformò non solo nella regina consorte ma nel simbolo stesso di un Iran che cercava disperatamente una sintesi tra la modernizzazione accelerata e le sue millenarie radici culturali.

    Nel millenovecentosessantasette fu incoronata con il titolo inedito di Shahbanu un riconoscimento formale che non era semplicemente onorifico ma che sottolineava il suo ruolo attivo nella transizione sociale del Paese e la legittimava alla reggenza in caso di necessità.

    Il suo impegno principale si manifestò nel campo della cultura e del mecenatismo artistico attraverso una visione illuminata che portò alla nascita del Museo d’Arte Contemporanea di Teheran.

    Sotto la sua direzione la fondazione accumulò una delle collezioni d’arte occidentale moderna più preziose e complete al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti acquistando capolavori che spaziavano dall’impressionismo all’espressionismo astratto in un dialogo costante con la valorizzazione dell’artigianato e della pittura tradizionale persiana.

    Questa stagione di straordinario fervore estetico e di emancipazione sociale fu tuttavia interrotta bruscamente dall’avvento della Rivoluzione Islamica del millenovecentosettantanove che costrinse la famiglia reale all’esilio definitivo.

    La fine del regno e la successiva perdita del consorte e di due figli hanno segnato profondamente la sua biografia trasformandola in una testimone silenziosa e resiliente di un mondo scomparso.

    Oggi Farah Diba vive tra la Francia e gli Stati Uniti continuando a rappresentare un punto di riferimento culturale e un simbolo di eleganza intellettuale che sopravvive ai drammatici mutamenti storici del suo Paese d’origine.

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  • ISLAMABAD/MAGICA

    ISLAMABAD/MAGICA

    si estende su una griglia geometrica ai piedi delle colline Margalla, dove l’ordine urbanistico razionale rompe definitivamente la vivace frammentazione caotica tipica delle altre storiche metropoli pakistane.

    La capitale

    è strutturata in settori indipendenti e autosufficienti, ciascuno dotato di proprie aree commerciali chiamate markaz, che garantiscono una vivibilità bilanciata e armoniosa tra ampi viali alberati e zone residenziali immerse nel verde.

    L’architettura

    civile si fonde con la natura circostante in un dialogo continuo, trovando il suo culmine visivo nella maestosa Moschea Faisal, un’opera straordinaria che sfida i canoni classici con le sue linee affilate e la totale assenza di cupole tradizionali.

    Salendo

    verso il punto panoramico di Daman-e-Koh, lo sguardo abbraccia l’intera pianta urbana fino a raggiungere il lago Rawal, rivelando un paesaggio geometrico dove l’edificato non prevarica mai l’elemento boschivo dell’altopiano.

    Rispetto

    alla frenesia storica e densa della vicina Rawalpindi, questa capitale appare come un esperimento riuscito di modernità silenziosa e riflessiva, costantemente sospesa tra il rigore geometrico delle istituzioni e la pace profonda dei parchi pubblici.

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  • SAVELLETRI/CRAZY PIZZA

    FLAVIO BRIATORE

    Turismo di elite

    Il fenomeno del turismo d’élite ridisegna i confini geografici della Puglia e trasforma borghi un tempo legati solo alla tradizione marittima in capitali del lusso globale.

    L’apertura del nuovo Crazy Pizza a Savelletri

    affacciato sul porticciolo, sancisce definitivamente l’ingresso di questo tratto di costa adriatica nel circuito esclusivo delle destinazioni internazionali, accostandola a icone storiche come Capri e Porto Cervo.

    La metamorfosi di questa frazione fasanese

    riflette una strategia di posizionamento che punta dichiaratamente a un target elevato, dove l’esclusività dell’offerta giustifica prezzi commisurati a standard globali e dove il registro del tutto esaurito diventa la norma ben prima dell’inizio formale della stagione.

    Le dinamiche attrattive del territorio

    non rispondono più soltanto alle logiche del turismo stagionale o paesaggistico, ma si integrano in un sistema di accoglienza glamour in cui la ristorazione scenografica e l’intrattenimento di lusso fungono da catalizzatori per flussi finanziari e celebrità internazionali.

    Questo modello di sviluppo economico solleva riflessioni profonde sull’evoluzione delle identità locali e sulla sostenibilità di un mercato che tende a ricalcare i canoni consolidati delle più note località balneari del Mediterraneo, proiettando la regione verso una dimensione estetica e commerciale profondamente rinnovata.

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  • VERTIGINE POSTURALE FOBICA

    VERTIGINE POSTURALE FOBICA

    Descritta per la prima volta negli anni ottanta dal neurologo tedesco Thomas Brandt, rappresenta una delle cause più frequenti di vertigine cronica, specialmente tra i soggetti giovani e di mezza età.

    Questa condizione non è legata a una lesione organica dell’orecchio interno o del sistema nervoso centrale, ma si configura come un disturbo funzionale in cui il meccanismo di controllo dell’equilibrio si ritrova improvvisamente alterato.

    Il quadro clinico tipico si manifesta con una sensazione costante di instabilità, di sbandamento o di cammino “sulle uova”, spesso accompagnata da brevi attacchi di vertigine soggettiva che insorgono in situazioni ambientali specifiche, come spazi aperti, luoghi affollati, ponti o lunghi corridoi.

    La diagnosi si basa sull’esclusione di patologie vestibolari o neurologiche sottostanti e sul riscontro di una discrepanza tra la gravità dei sintomi riferiti dal paziente e la sostanziale normalità dei test clinici e strumentali dell’equilibrio.

    L’approccio terapeutico più efficace è di tipo multidisciplinare, combinando una corretta informazione del paziente sul carattere benigno del disturbo, cicli di riabilitazione vestibolare per ricalibrare i riflessi posturali e, se necessario, un supporto psicoterapeutico cognitivo-comportamentale per scardinare i meccanismi d’ansia e di evitamento che alimentano la vertigine.

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  • ROMA / GALLERIA GEORGE LESTER

    E’ stata una realtà espositiva privata di rilievo nel panorama culturale di Roma, attiva principalmente durante i primi anni Sessanta.

    In via Mario de’ Fiori una via situata nel cuore del centro storico romano, a brevissima distanza da Piazza di Spagna, un’area che in quel decennio rappresentava uno dei fulcri cruciali per l’incontro tra l’avanguardia artistica italiana e internazionale.

    La galleria è passata alla storia dell’arte soprattutto per aver ospitato nel luglio del 1961 la prima mostra personale in assoluto di un giovanissimo Robert Smithson, allora ventitreenne, molto prima che diventasse uno dei massimi esponenti della Land Art mondiale.

    Quella mostra romana presentava una serie di opere a tema religioso e spirituale influenzate dal pensiero bizantino e dal cattolicesimo, segnando un momento di profonda riflessione e transizione nel percorso dell’artista americano.

    Oltre all’esposizione storica di Smithson la programmazione della galleria si distinse per una spiccata apertura internazionale e per l’attenzione verso le nuove tendenze dell’astrazione e della sperimentazione grafica, ospitando mostre di rilievo come quelle dell’artista giapponese Nobuya Abe o degli italiani Giustino Vaglieri, introdotto in catalogo da Emilio Tadini nel 1962, e Claudio Olivieri.

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  • CECILIA GATTO TROCCHI

    Antropologa e scrittrice italiana, ha dedicato gran parte della sua ricerca allo studio dei processi culturali, demo-antropologici e rituali

    con un particolare interesse per la dimensione sciamanica e magica delle culture tradizionali. 

    La sua opera si contraddistingue per una lettura profondamente fenomenologica ed estetica del rituale, che si manifesta come espressione e aspirazione della realtà magica nei popoli.

    La ricerca di Gatto Trocchi

    si muove nella direzione dell’armonia, del mistero e della profondità simbolica del fuoco, della fiamma e del falò, intesi come elementi sacri capaci di rivelare il segreto dell’anima e dell’essere. 

    Ella interpreta la magia non solo come un fenomeno antropologico, ma come un’esperienza esistenziale che attraversa il sogno e l’inverosimile, elementi costitutivi della cultura e della letteratura .

    L’approccio

    di Cecilia Gatto Trocchi si distingue per una chiave di lettura che unisce storia, estetica e fenomenologia: l’antropologia dell’anima, in cui l’anima stessa diventa metafisica, raccordando la conoscenza alla coscienza. 

    La sua interpretazione non rimane confinata allo studio accademico ma si spinge verso un coinvolgimento diretto con i fenomeni esoterici, lo spiritismo e le sette, ambiti nei quali si è inserita anche con osservazione partecipante, vivendo esperienze in prima persona e testimoniando percorsi pseudoiniziatici e manipolatori .

    Nelle sue analisi letterarie

    Gatto Trocchi rileva una presenza decisa di influenze esoteriche in autori come Alessandro Manzoni, Gabriele D’Annunzio e Luigi Capuana. 

    In particolare, allontana Capuana dalla sua tradizionale collocazione verista, ponendolo in relazione con la cultura dello spiritismo, e interpreta il Decadentismo come un contesto permeato da occulto e magia, elementi ricorrenti anche nello spirito sciamanico della sensualità e dell’alchimia estetica .

    Un pilastro della sua riflessione è la nozione di rituale magico come un “caposaldo” che esprime la forza e la potenza immutabile della cultura magica nei popoli. 

    Gatto Trocchi si differenzia

    da altri studiosi come Ernesto De Martino, proponendo invece autori come Lévi-Strauss e Marcel Mauss per interpretare la cultura magico-rituale in una prospettiva demo-etno-antropologica innovativa e meno tradizionale .

    In sintesi

    il modello sciamanico e rituale nella ricerca di Cecilia Gatto Trocchi si configura come un viaggio attraverso le selve dei sogni e delle tradizioni, dove il magico si coniuga con l’estetico e l’esperienziale, e dove il rituale è la chiave di accesso a una realtà simbolica che supera la mera spiegazione scientifica per divenire esperienza viva e trasformativa.


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  • Cavo USB-C

    Cavo USB-C

    La tecnologia contemporanea ci ha abituati a una standardizzazione apparente, una rassicurante uniformità visiva che spesso nasconde complessità profonde e asimmetrie funzionali.

    Il cavo USB-C rappresenta perfettamente questo paradosso, poiché dietro una forma geometrica identica e simmetrica si cela un ecosistema di prestazioni radicalmente differenti, dove la velocità di ricarica non è mai un dato scontato ma il risultato di variabili strutturali precise.

    Troppo spesso si attribuisce l’efficienza di una ricarica rapida esclusivamente alla potenza del blocco alimentatore o alla capacità del dispositivo ricevente, trascurando l’elemento lineare di mediazione, ovvero il cavo stesso.

    In realtà l’infrastruttura interna di un filo determina in modo vincolante il flusso energetico, poiché la fisica dei materiali e i protocolli logici integrati agiscono come un vero filtro selettivo.

    Il primo elemento di differenziazione risiede nella sezione e nella qualità dei conduttori interni in rame, misurati secondo lo standard del calibro dei fili, dove un diametro inferiore offre una resistenza elettrica maggiore.

    Una resistenza elevata non solo disperde l’energia sotto forma di calore ma riduce drasticamente la tensione che raggiunge il dispositivo, costringendo il sistema a una ricarica lenta e inefficiente per ragioni di pura sicurezza termica.

    Un ulteriore livello di complessità è introdotto dalla presenza dei chip di tracciamento e negoziazione energetica, noti come E-marker, integrati direttamente all’interno dei connettori dei cavi più performanti.

    Questi microcircuiti dialogano attivamente con l’alimentatore e lo smartphone per validare il passaggio di correnti superiori ai 3 Ampere, sbloccando le potenze più elevate previste dai moderni protocolli di ricarica.

    Senza questo riconoscimento digitale intelligente, il sistema si attesta prudenzialmente su livelli energetici minimi e standardizzati, rendendo inutile anche il caricabatterie più sofisticato.

    La lunghezza stessa del supporto rappresenta un ostacolo geometrico e strutturale intrinseco alla conducibilità, poiché all’aumentare della distanza percorsa dalla corrente aumentano proporzionalmente la resistenza complessiva e le relative cadute di potenziale.

    I cavi progettati per garantire prestazioni massime devono bilanciare l’estensione lineare con un irrigidimento e un ispessimento dei materiali interni, elementi che ne giustificano la diversità costruttiva e i costi differenti sul mercato.

    Comprendere che la ricarica rapida non è un attributo del singolo accessorio ma una catena sinergica di elementi significa superare l’illusione della pura compatibilità estetica per calarsi nella logica della funzionalità tecnica.

    Il cavo non è più un semplice conduttore passivo ma un componente attivo e determinante, la cui scelta definisce il confine tra un’efficienza ottimale e una lentezza anacronistica.

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  • Banca Patrimoni Sella & C.

    Banca Patrimoni Sella & C.

    Rappresenta oggi un punto di riferimento imprescindibile nel panorama del private banking italiano unendo la solidità di una tradizione ultra-centenaria alla capacità di anticipare le complesse dinamiche dei mercati contemporanei.

    L’istituto si distingue per un approccio sartoriale alla gestione del risparmio, dove la tutela del patrimonio familiare e aziendale non si limita alla semplice ottimizzazione finanziaria, ma si estende a una visione olistica e lungimirante del passaggio generazionale.

    Attraverso una fitta rete di professionisti e una profonda cultura del servizio, la banca ha saputo costruire un ecosistema di fiducia che va oltre la consulenza tradizionale, integrando l’analisi dei mercati globali con una vicinanza autentica alle esigenze reali dei propri clienti.

    La combinazione tra l’indipendenza decisionale e l’appartenenza a un gruppo storico permette di navigare le incertezze economiche con una stabilità rara, trasformando la gestione patrimoniale in un’opera di precisione strategica e di costante valorizzazione delle risorse.

  • MARISA SANTAMARIA VILLANI

    MARISA SANTAMARIA VILLANI

    Notevole spessore culturale nel panorama dell’insegnamento e della conservazione della memoria storica pugliese.

    La sua lunga carriera come docente di lettere ha lasciato un’impronta indelebile nella formazione di intere generazioni, unendo la passione per la letteratura a un impegno civile costante.

    La sua attività si è sempre intrecciata con il fermento intellettuale del territorio di Conversano e della provincia di Bari.

    Il suo approccio didattico non si è mai limitato alla semplice trasmissione del sapere accademico, ma ha sempre cercato di stimolare nei giovani una coscienza critica e un forte legame con le radici culturali locali.

    Oltre all’insegnamento, la sua figura è riconosciuta per la capacità di tessere relazioni significative all’interno di importanti circoli culturali, favorendo il dialogo tra diverse espressioni artistiche e letterarie.

    La pensione ha semplicemente trasferito questa sua naturale vocazione educativa dalla cattedra alla vita sociale, dove continua a essere un punto di riferimento intellettuale e una custode di memorie storiche preziose.

    Pvl

  • Anca

    Anca

    Dolore e rigidità’

    rappresentano una condizione complessa che può incidere profondamente sulla fluidità dei movimenti quotidiani.

    La struttura di questa articolazione fondamentale per il sostegno del peso corporeo, può essere interessata da diverse patologie che richiedono un’attenta valutazione diagnostica.

    Spesso l’origine del disturbo risiede nell’artrosi, un processo degenerativo della cartilagine che provoca un progressivo attrito tra le superfici ossee.

    In altri contesti il problema può derivare da tendiniti, borsiti o da un conflitto femoro-acetabolare, condizioni che limitano l’ampiezza del movimento e generano un fastidio localizzato sia nella zona inguinale sia lateralmente.

    Per comprendere la natura specifica della sofferenza articolare e impostare un percorso terapeutico corretto, è sempre indispensabile consultare uno specialista ortopedico.

    Un esame clinico approfondito, supportato da indagini radiologiche o risonanze magnetiche, permette di individuare le cause esatte e di pianificare l’approccio più idoneo, che può variare dalla fisioterapia mirata fino, nei casi più avanzati, a soluzioni di tipo chirurgico.

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  • PIERO VILLANI / ARTE ASTRATTA E SPIRITUALITA’

    Il percorso di Piero Villani, che ha sempre rappresentato un terreno di ricerca incredibilmente fertile, si intreccia con l’esperienza filosofica e pratica degli Hare Krishna, in un’incessante ricerca dell’assoluto.

    Questa vicinanza non va intesa come una formale conversione religiosa, bensì come un profondo e intimo attraversamento di una disciplina ascetica che ha lasciato un’impronta indelebile sulla sua percezione del mondo e, di riflesso, sulla sua stessa urgenza creativa.

    L’immersione nei ritmi, nei canti e nella meditazione della coscienza di Krishna ha offerto all’artista un prezioso filtro per decodificare il reale e per spogliare la materia del superfluo, guidandolo verso una comprensione più profonda della vibrazione interiore.

    La pratica del mantra e la rigorosa disciplina quotidiana

    vissute in quel contesto si sono rivelate una vera e propria ascesi dello sguardo, un esercizio di purificazione visiva e mentale che ha trovato una perfetta corrispondenza formale nella sua pittura.

    La ricerca geometrica e la modulazione della luce sulla tela sono diventate, in questo modo, lo specchio di quel silenzio interiore e di quella devozione scoperti durante l’esperienza spirituale.

    Per Piero Villani, il rigore delle forme astratte non è mai freddo calcolo geometrico, ma un tentativo di tradurre visivamente un’armonia cosmica e una trascendenza che fuggono la frammentazione caotica della vita quotidiana.

    Questo frammento di vita vissuta si inserisce così nel bagaglio dell’artista non come un elemento isolato, ma come una chiave di lettura essenziale per comprenderne la maturità intellettuale e la profondità analitica.

    L’esperienza presso gli Hare Krishna ha depositato nel suo animo una spiccata attitudine alla contemplazione e al distacco, elementi che continuano a fluire tanto nelle sue riflessioni teoriche quanto nella sua produzione estetica, trasformando l’atto del dipingere in un autentico rituale di connessione con il sacro.

    PvlH

  • MONOPOLI / IL FENOMENO DELLA LONGEVITÀ

    non rappresenta soltanto un dato statistico degno di nota, ma si configura come un vero e proprio saggio antropologico a cielo aperto.

    Attualmente la comunità adriatica vanta diciannove cittadini ultracentenari, una cifra destinata ad aumentare entro la fine dell’anno con l’ingresso di altri sei residenti nel club dei centenari.

    Questa concentrazione di esistenze ultracentenarie, tra cui si contano quattordici donne, trasforma la città in un laboratorio naturale dove il respiro del mare e i ritmi della quotidianità sembrano sospendere il corso ordinario del tempo.

    Simbolo vivente di questa eccezionale condizione è Cosimo Aprile, conosciuto da tutti con il soprannome storico di Gèghèniddè, che ha recentemente festeggiato il traguardo dei centosei anni.

    Ex commerciante di tessuti nella centralissima piazza Manzoni, la sua figura incarna la continuità storica e la vitalità di una comunità che non isola il proprio passato, ma lo mantiene integrato nel tessuto vivo del presente.

    La consegna di una pergamena celebrativa da parte delle istituzioni locali non è che l’atto formale di un riconoscimento quotidiano, tributato a chi ha attraversato un secolo di mutamenti conservando una lucidità e una fede incrollabili.

    L’analisi di questo primato monopolitano solleva interrogativi profondi sul rapporto tra ambiente, alimentazione e stili di vita nelle dinamiche dell’invecchiamento attivo.

    Non si tratta unicamente di una combinazione di fattori genetici favorevoli, ma di un ecosistema urbano e relazionale che protegge e valorizza l’anziano come custode di una memoria collettiva imprescindibile.

    In un’epoca caratterizzata dalla frammentazione dei legami sociali e dalla velocità dei consumi, la resistenza di questi patriarchi offre una prospettiva capovolta, dove la durata dell’esistenza diventa la misura della qualità del vivere condiviso.

    Pvl

  • Focaccia

    FOCACCIA ALLA BARESE

    La tradizione gastronomica pugliese si trova oggi ad affrontare una sfida legata ai rincari, eppure l’identità culinaria resiste radicata nelle abitudini quotidiane.

    La focaccia barese, simbolo indiscusso dello street food locale e patrimonio culturale condiviso, sta registrando un progressivo aumento dei prezzi che tocca da vicino consumatori e panificatori.

    I dati attuali evidenziano come una singola ruota di focaccia possa ormai raggiungere il costo di dodici euro, mentre un semplice trancio viene venduto anche a quattro euro.

    Questo incremento si inserisce in una dinamica più ampia di inflazione e aumento delle materie prime, che costringe le attività artigianali a rivedere i propri listini per far fronte alle spese di gestione.

    Nonostante la crescita dei prezzi possa apparire disincentivante, il legame con questo alimento fondamentale non accenna a indebolirsi.

    Nessuno sembra intenzionato a rinunciare a un rito che unisce generazioni, dimostrando come il valore antropologico del cibo riesca spesso a prevalere sulle pure logiche economiche di mercato.