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    Codice pagina : pvl1362

    pierovillani.com

    E’ un archivio internazionale indipendente ideato, fondato e diretto da Piero Villani, finalizzato alla documentazione e alla libera riflessione sulla cultura contemporanea.

    Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.

  • LO SLOGAN : NO FUTURE

    No Future nasce come l’eco disperato e potente del movimento punk dei tardi anni Settanta, incarnato celebremente dal brano God Save the Queen dei Sex Pistols.

    In origine rappresentava il grido di una generazione che rifiutava il falso ottimismo sociale, denunciando la mancanza di prospettive economiche ed esistenziali per i giovani dell’epoca.

    Con il tempo il motto si è evoluto, diventando un concetto estetico e filosofico centrale sia nella cultura giovanile e nella musica, sia nella teoria critica e nelle riflessioni sul cyberpunk, simboleggiando la sfiducia in un domani radioso e il rifiuto dei modelli di progresso tradizionali.

  • SUBMARINE SANDWICH

    •Il submarine sandwich (comunemente noto come sub) è uno dei panini più iconici della tradizione gastronomica italo-americana.

    La sua caratteristica principale è l’utilizzo di un filone di pane lungo e stretto, tagliato orizzontalmente e farcito con un’ampia varietà di salumi, formaggi, verdure e condimenti.

    La forma allungata del pane richiama la sagoma di un sottomarino, elemento da cui deriva il nome.

    •Storia e Origini

    L’origine del panino risale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, legata all’immigrazione italiana nelle regioni nord-orientali degli Stati Uniti.

    Gli immigrati italiani adattarono le proprie tradizioni panificatorie creando un pasto ricco, sostanzioso ed economico per la classe operaia.

    Esistono diverse teorie sulla nascita specifica del termine :

    •Una delle versioni più accreditate attribuisce l’invenzione al commerciante italiano Dominic Conti, il quale, vedendo un sottomarino conservato nel fiume Passaic nel New Jersey intorno al 1927, notò la somiglianza con i panini da lui venduti e decise di chiamarli “submarine”.

    •Un’altra storia colloca la nascita del nome a New London, in Connecticut, sede di un’importante base navale per sottomarini, dove i ristoratori locali servivano questi panini ai marinai durante la Seconda Guerra Mondiale.

    •Ingredienti Tipici

    Sebbene esistano infinite varianti, la versione classica (spesso chiamata Italian Sub) comprende:

    •Pane

    Filone morbido o croccante di tipo italiano o francese.

    •Salumi

    Prosciutto, salame, mortadella, capocollo o tacchino.

    •Formaggi

    Provola, provolone o svizzero.

    •Verdure

    Lattuga, pomodoro, cipolla affettata finemente e peperoncini sott’olio.

    •Condimento

    Olio d’oliva, aceto di vino bianco o rosso, origano, sale e pepe.

      Variante Regionale e Nomi Locali

      Negli Stati Uniti il submarine sandwich assume nomi diversi a seconda della zona geografica:

      •Hoagie

      Diffuso a Philadelphia e in Pennsylvania, legato storicamente ai lavoratori dei cantieri navali di Hog Island.

      •Hero

      Il termine utilizzato principalmente nell’area metropolitana di New York.

      • Grinder

      Utilizzato nel New England, spesso per indicare la versione scaldata o ripassata al forno.

      •Po’ Boy

      Variante tipica di New Orleans e della Louisiana, preparata solitamente con pane francese e farcita con frutti di mare fritti o carne d’arrosto.

    • Il karakou

      Il karakou è uno dei capi più emblematici della sartoria tradizionale algerina, originario della capitale Algeri.

      Rappresenta un simbolo di raffinatezza, storia e prestigio artigianale, nato dall’evoluzione della ghlila e perfezionatosi nel corso dei secoli attraverso influenze mediterranee, ottomane e andaluse.

      •Composizione del capo

      Il karakou si distingue per essere un abito strutturato composto da due elementi principali:

      •La giacca (Veste)

      La parte superiore è una giacca aderente e sagomata sulla vita, realizzata quasi esclusivamente in prezioso velluto rigido (tradizionalmente in tonalità scure come nero, verde smeraldo, blu notte o bordeaux).

      La giacca è ricamata interamente a mano con fili d’oro o d’argento secondo tecniche di altissima oreficeria tessile :

      •Majboud

      un tipo di ricamo dorato denso e rigido eseguito su supporto.

      •Fetla

      una tecnica a filo d’oro intrecciato che crea motivi floreali e arabeschi in rilievo.

      •I pantaloni (Seroual)

      La parte inferiore si abbina alla giacca attraverso due varianti di pantaloni tradizionali in seta o raso :

      •Seroual chelka

      un pantalone dritto e fluido con spacco laterale.

      •Seroual mdouer

      un pantalone ampiamente sbuffato e arricciato.

      •Origine e significato culturale

      La sua storia affonda le radici nella Casbah di Algeri tra il XV e il XIX secolo, dove costituiva l’abito da cerimonia delle donne delle famiglie aristocratiche.

      Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento la silhouette si è definita nella forma cintrata e regale che conosciamo oggi.

      Oggi il karakou è il pezzo centrale del corredo nuziale algerino (il tesdjira) e viene indossato durante i matrimoni, le celebrazioni ufficiali e i grandi eventi culturali.

      Spesso è accompagnato dal Khit er-rouh, un sottile gioiello frontale incastonato sulla fronte o attorno alla testa.

      •Evoluzione contemporanea

      Negli ultimi decenni, il karakou ha valicato i confini dell’Algeria, attirando l’attenzione della haute couture internazionale.

      Gli stilisti contemporanei ne rielaborano le proporzioni, integrando trasparenze, pietre preziose e nuovi tagli, mantenendo però inalterata la complessità del ricamo artigianale a filo d’oro.

    • RIFLETTERE SUI PROPRI ERRORI

      Riflettere sui propri errori non è un esercizio di autocritica sterile, ma un atto di profonda onestà intellettuale e di crescita personale.

      Quando ci soffermiamo a riesaminare ciò che non è andato come previsto, trasformiamo lo sbaglio da un peso emotivo a un dato di realtà.

      L’errore smette di essere un fallimento dell’identità per diventare, semplicemente, una tappa del percorso.

      In questa prospettiva, la rilettura delle proprie sviste richiede il coraggio di guardare le cose per quelle che sono, senza giustificazioni né severità eccessive.

      Si tratta di comprendere le dinamiche, le decisioni affrettate o le valutazioni errate che hanno guidato un determinato momento, per poter trarre una consapevolezza più nitida.

      È proprio attraverso questa revisione lucida che la memoria del passato smette di condizionare il presente e diventa uno strumento per orientare con maggiore chiarezza le scelte future.

    • FAI DA TE CULTURALE

      Non è una semplice scorciatoia né un ripiego guidato dal caso.

      Rappresenta una scelta di autonomia intellettuale, un modo per riappropriarsi dei tempi e dei percorsi della conoscenza senza subire le direttive dei percorsi precostituiti.

      Praticare questo approccio significa trasformare la curiosità in un cantiere aperto, dove ogni lettura, ogni visione e ogni appunto personale contribuiscono a costruire una visione del mondo singolare e irripetibile.

      Non si tratta di accumulare nozioni in modo nozionistico, ma di intrecciare saperi apparentemente distanti per rintracciare un filo conduttore strettamente personale.

      La ricerca si libera così dagli schemi accademici o dalle tendenze del momento per diventare un’esperienza quotidiana e viva.

      Ogni testo esplorato, ogni intuizione annotata a margine e ogni confronto diventano i tasselli di un mosaico espressivo che riflette fedelmente la propria sensibilità e la propria libertà di pensiero.

    • CHI SONO I PUNK OGGI ?

      Il punk oggi non è più il movimento di rottura rumorosa e nichilista nato alla fine degli anni Settanta tra Londra e New York.

      È diventato una condizione pulviscolare, un atteggiamento diffuso che ha smesso di indossare la divisa codificata delle giacche di pelle chiodate e delle creste colorate per mimetizzarsi nel tessuto contemporaneo.

      Negli anni Settanta il punk era una rivolta frontale contro l’industria musicale e le convenzioni borghesi sintetizzata nello slogan del No Future.

      Oggi quella stessa urgenza si è frammentata in una miriade di micro-resistenze quotidiane che rifiutano l’omologazione algoritmica e la mercificazione totale dell’esperienza umana.

      I punk di oggi sono spesso invisibili a un primo sguardo perché non rispondono più a un’estetica unica e riconoscibile.

      Vivono nelle nicchie digitali e materiali, praticano il fai da te culturale attraverso la gestione indipendente di spazi, etichette discografiche minuscole, fanzine digitali o cartacee e forme di economia di prossimità che evitano le grandi piattaforme commerciali.

      Sul piano ideologico e sociale, l’attitudine punk si è spostata verso la difesa radicale della privacy, il rifiuto del lavoro inteso come unica realizzazione esistenziale, il ritorno a forme di autoproduzione materiale e l’opposizione critica nei confronti di un mondo dominato dalla sorveglianza tecnologica e dalla velocità artificiale.

      È un punk riflessivo, a volte disincantato, che ha perso la rabbia adolescenziale per trasformarsi in una forma di resistenza civile e sotterranea.

      Non si tratta più di distruggere il sistema con un accordo distorto di chitarra, ma di trovare spazi di autonomia mentale e fisica in un presente che tende a fagocitare ogni forma di diversità.

      Oggi è punk chi sceglie la lentezza contro la frenesia, chi pratica l’autenticità in un’epoca di simulacri digitali e chi continua a pensare con la propria testa ai margini dei grandi flussi dell’opinione pubblica.

    • Cultura queer underground

      La cultura queer underground è prima di tutto uno spazio di resistenza, un ecosistema politico, estetico e sociale nato nell’ombra per necessità di sopravvivenza e libertà.

      Storicamente, quando le identità non conformi erano criminalizzate o emarginate dalla società egemone, la dimensione “underground” non rappresentava solo una scelta stilistica, ma l’unico rifugio possibile in cui costruire comunità, inventare nuovi linguaggi ed esprimere la propria esistenza senza censure.

      I luoghi fisici e simbolici di questa cultura sono stati gli speakeasy, i club sotterranei, i centri occupati, i cabaret clandestini e le piste da ballo alternative.

      È in questi contesti marginali che si sono sviluppati alcuni dei fenomeni artistici e culturali più dirompenti del Novecento e della contemporaneità.

      Un esempio centrale è la ballroom culture, nata ad Harlem tra le comunità afroamericane e latine marginalizzate.

      Nelle ballroom, l’invenzione di pratiche performative come il voguing o la strutturazione in Houses (famiglie elettive che offrivano riparo ai giovani cacciati di casa) trasformavano la discriminazione in un’estetica della celebrazione e della provocazione.

      Nel campo delle arti visive e della musica, la cultura queer underground ha costantemente decostruito le norme borghesi.

      Dal movimento Queercore negli anni ’80 e ’90 — una risposta polemica sia alla commercializzazione della musica che all’omofobia della scena punk ortodossa — fino alla fotografia intimista di Nan Goldin o al cinema di Derek Jarman, il corpo, la sessualità e il trauma sono stati rielaborati come strumenti di critica politica e poetica.

      I tratti distintivi della cultura queer underground si possono riassumere in alcuni assi fondamentali.

      La creazione di spazi sicuri e zone temporaneamente autonome, in cui ridefinire i concetti di genere, affettività e appartenenza al di fuori delle logiche del mercato.

      L’uso della performance e del travestimento non come puro intrattenimento, ma come smantellamento delle categorie rigide di maschile e femminile.

      L’intersezionalità nativa, poiché le radici dell’underground queer sono indissolubilmente legate alle lotte di classe, alle minoranze razziali e ai movimenti controculturali ed esplicitamente politicizzati.

      Con la progressiva integrazione di molti elementi queer nella cultura mainstream e nella comunicazione di massa, il carattere squisitamente underground si è continuamente riposizionato.

      Oggi la vera matrice underground sopravvive negli spazi indipendenti, nelle etichette musicali autoprodotte, nelle fanzine e nelle forme di arte comunitaria che rifiutano la mercificazione dell’identità, continuando a rivendicare il valore della provocazione e della disubbidienza estetica.

    • TRAMONTI SULL’OCEANO ATLANTICO

      L’oceano Atlantico non custodisce semplicemente la fine del giorno, ma apre uno spazio visivo dove la luce si scompone in infinite gradazioni di blu profondo e di fuoco.

      Osservare il sole che scivola oltre l’orizzonte oceanico significa assistere a un mutamento continuo della materia cromatica, un’esperienza che richiama la solennità e l’immensità degli spazi aperti.

      Le coste sferzate dal vento, dalle scogliere aspre del Portogallo fino alle distese sabbiose che guardano verso le Americhe, diventano il teatro silenzioso di questo rito quotidiano.

      Il cielo si incendia di tonalità calde che vanno dall’ocra al carminio, riflettendosi sulla superficie mobile dell’acqua in un gioco di tensioni e armonie.

      In quel preciso istante la linea dell’orizzonte svanisce, dissolvendo i confini tra cielo e mare e restituendo allo spettatore un senso di quiete assoluta.

    • Dal 2027 le Torri dell Eur a Roma

      tornano in attività

      La vicenda delle iconiche torri razionaliste dell’Eur progettate da Cesare Ligini giunge a una svolta decisiva dopo circa vent’anni di abbandono e di vicende alterne.

      Il complesso architettonico, restituito alla città a seguito di un importante intervento di rigenerazione urbana curato dal Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, si appresta ad accogliere a partire dal 2027 la sede centrale dell’Agenzia delle Entrate.

      Questo recupero rappresenta un tassello fondamentale per la trasformazione del distretto dell’Eur, restituendo centralità e valore storico a uno dei luoghi simbolo del moderno tessuto direzionale della capitale senza ricorrere a ulteriore consumo di suolo.

    • PALAZZO GRASSI E FRANÇOIS PINAULT

      La svolta espositiva di Palazzo Grassi a Venezia.

      A vent’anni dalla riapertura veneziana avvenuta nel 2006, François Pinault decide di ridefinire radicalmente l’assetto espositivo delle sue sedi in Laguna.

      Palazzo Grassi abbandonerà la fortunata formula delle mostre temporanee a rotazione per trasformarsi, a partire dal marzo 2027, nella dimora permanente della Collezione Pinault.

      La decisione del collezionista e mecenate francese segna il passaggio da una dimensione dinamica ed effimera a una vera e propria musealizzazione duratura.

      Il percorso della nuova esposizione permanente raccoglierà oltre cento opere chiave di cinquantaquattro artisti centrali della scena contemporanea, permettendo di offrire ai visitatori uno sguardo consolidato sui capolavori costitutivi della raccolta.

      Mentre Palazzo Grassi assumerà questo ruolo di scrigno permanente, l’attività temporanea non si fermerà affatto a Venezia ma troverà un suo nuovo equilibrio a Punta della Dogana.

      La sede prospiciente il Bacino di San Marco continuerà infatti a essere il motore della sperimentazione e delle grandi mostre temporanee, accogliendo in concomitanza anche un imponente progetto espositivo dedicato all’architetto Tadao Ando, figura indissolubilmente legata alla trasformazione spaziale dei musei della Pinault Collection.

      Questa evoluzione istituzionale riflette il desiderio di non congelare le opere in una fruizione statica, bensì di permettere loro di dialogare nel tempo con lo spazio storico del palazzo patrizio.

      Si consolida così un modello curatoriale capace di unire la permanenza della memoria artistica alla continua rigenerazione dello sguardo critico contemporaneo.

    • HANOI

      Hanoi, la capitale del Vietnam, si adagia lungo le anse del Fiume Rosso rivelando un’identità complessa, intessuta di stratificazioni storiche, memorie coloniali e un dinamismo contemporaneo che attraversa ogni suo angolo.

      È una metropoli in cui il tempo sembra muoversi a due velocità distinte: da un lato la frenesia della vita quotidiana che scorre fluida tra le strade, dall’altro la contemplazione silenziosa custodita all’interno dei suoi templi millenari e attorno ai suoi bacini d’acqua.

      Il cuore pulsante della città risiede nel Quartiere Vecchio, un labirinto urbano formato da trentasei vie storiche, ciascuna originariamente dedicata a una specifica arte o corporazione artigianale.

      Camminando tra questi vicoli si percepisce ancora il richiamo di quell’antica organizzazione commerciale, dove le botteghe di tessuti, di spezie, di carta e di metalli lavorati si susseguono senza soluzione di continuità.

      Le architetture tipiche, denominate “case-tubo” per la loro struttura stretta e profonda sviluppata nei secoli per ottimizzare lo spazio fiscale sulla strada, convivono con la presenza costante di mercati all’aperto e piccoli scorci di vita domestica che si proiettano direttamente sui marciapiedi.

      Accanto all’eredità indigena si innesta il segno tangibile dell’epoca coloniale francese, visibile nei grandi viali alberati e negli edifici in stile neoclassico e neogotico.

      Il Teatro dell’Opera, con le sue forme ispirate all’architettura parigina, e la Cattedrale di San Giuseppe, che richiama le linee di Notre-Dame, rappresentano testimonianze visive di questa sovrapposizione culturale.

      Poco distante, la piazza Ba Đình costituisce invece il centro politico e monumentale della nazione, dominata dalla presenza austera del Mausoleo di Ho Chi Minh e dagli ampi spazi dedicati alle cerimonie civiche.

      La dimensione acquatica è un altro elemento essenziale che definisce la geografia e l’atmosfera di Hanoi.

      Il lago Hoàn Kiếm, situato al confine con il Quartiere Vecchio, rappresenta un punto di riferimento simbolico e sociale, ideale per le passeggiate mattutine e per la meditazione urbana.

      Al suo interno sorge l’isolotto con il tempio Ngụ Sơn, raggiungibile attraverso il caratteristico ponte di legno rosso Hướng Thê.

      Più a nord, il vasto Lago dell’Ovest offre uno sguardo più ampio e rilassato, ospitando sulla sua sponda la pagoda Trấn Quốc, la più antica della città, risalente al VI secolo.

      Dal punto di vista culturale e intellettuale, Hanoi conserva uno dei complessi storici più significativi del Paese: il Tempio della Letteratura. Fondato nel 1070 e dedicato a Confucio, l’edificio ha ospitato la prima università imperiale del Vietnam, testimoniando la profonda venerazione della cultura locale per lo studio, la calligrafia e l’insegnamento scolastico.

      I suoi cortili interni, le stele in pietra adagiate sulle sculture di tartaruga e i giardini curati offrono un’esperienza immersiva nella tradizione classica vietnamita.

      La vita sociale della città trova una delle sue espressioni più autentiche nella cultura culinaria di strada.

      Le vie si animano a qualsiasi ora del giorno grazie a piccoli banchi di ristoro dove si preparano pietanze tradizionali rigorosamente fresche.

      Oltre al celebre phở, la tipica zuppa di noodle in brodo aromatico, la cucina locale si distingue per il bún chả, con maiale grigliato su carboni attivi e spaghettini di riso, e per le particolari bevande come il caffè all’uovo, nato dalla creatività artigianale per unire l’intensità della miscela robusta alla morbidezza di una crema montata.

    • Tecnica di neutralizzazione

      La tecnica di neutralizzazione è un concetto fondamentale della sociologia della devianza e della criminologia, introdotto nel 1957 dai sociologi statunitensi Gresham Sykes e David Matza.

      La tesi centrale degli autori è che le persone che compiono atti devianti o illeciti non rifiutano necessariamente i valori e le norme della società dominante.

      Al contrario, condividono spesso i principi morali comuni, ma sviluppano una serie di razionalizzazioni psicologiche e sociali per giustificare i propri comportamenti scorretti prima o dopo averli commessi.

      In questo modo, riescono a neutralizzare il senso di colpa, la vergogna e l’autocensura morale, preservando un’immagine positiva di se stessi.

      Sykes e Matza hanno individuato cinque tecniche principali di neutralizzazione.

      • Negazione della responsabilità

      L’individuo definisce se stesso come una vittima incontrollabile delle circostanze, dell’ambiente sociale, della povertà o della sfortuna.

      Il gesto deviante viene rappresentato come un evento inevitabile, causato da forze esterne più grandi del singolo.

      •Negazione del danno

      La persona minimizza le conseguenze reali dell’azione, sostenendo che nessuno si sia fatto male o che il danno economico sia insignificante.

      L’illecito viene riqualificato come una semplice bravata, un gioco o un atto privo di reali conseguenze negative.

      •Negazione della vittima

      L’atto viene giustificato sostenendo che la vittima meritasse la punizione o la sofferenza subita.

      La vittima viene trasformata nel vero colpevole, mentre chi compie l’azione si percepisce come un vendicatore morale o un distributore di giustizia.

      •Condanna di chi condanna

      L’attenzione viene spostata dall’atto deviante al comportamento di chi giudica, come le forze dell’ordine, i magistrati o le istituzioni.

      Chi compie l’illecito accusa la società e le autorità di corruzione, ipocrisia o parzialità, delegittimando così la loro autorità morale.

      •Richiamo a lealtà superiori

      Le norme sociali generali vengono violate per soddisfare le richieste o le aspettative di un gruppo di appartenenza ristretto, come la famiglia, un clan o una banda.

      La lealtà verso il gruppo circoscritto viene considerata un valore morale prioritario rispetto alla legge o alle regole collettive.

      In seguito, la sociologia e la criminologia contemporanea hanno ampliato questo modello, applicando le tecniche di neutralizzazione anche allo studio dei reati colletti bianchi, dei crimini informatici e delle dinamiche di razionalizzazione nella politica e nell’economia.

    • Greasy spoons

      Un locale senza fronzoli, un’insegna sbiadita dal tempo, tavoli di formica e quell’odore inconfondibile di caffè lungo e frittura che si mescola alla carta dei giornali del mattino.

      Nel Regno Unito la chiamano greasy spoon.

      È l’istituzione del comfort food popolare, del bacon croccante, delle uova al tegolino e delle salsicce sfrigolanti servite senza cerimonie su piatti di ceramica spessa.

      Non c’è design, non c’è ricerca estetica se non quella involontaria della ruggine e del vissuto.

      C’è solo la certezza di un pasto calorico, immediato, democratico, rifugio di operai, tassisti e nottambuli in cerca di tregua.

      Negli Stati Uniti corrisponde al diner di periferia, quello aperto ventiquattr’ore su ventiquattr’ore lungo le strade secondarie, con i banchi in ecopelle rossa e la tazza di caffè sempre piena.

      In Italia assume le forme più diverse ma conserva lo spirito: la vecchia trattoria di scalo merci, il bar di paese dove il bancone è un parlatorio e la cucina non ha segreti.

      Spazi che resistono alla patina del moderno custodendo una forma di autenticità ruvida e rassicurante.

    • LE TAVOLE CALDE NEWYORKESI

      FESTA METROPOLITANA DELLA TRASCURATEZZA

      In mezzo alla vertigine dei grattacieli di Midtown, l’ossessione tutta americana per l’efficienza e la pulizia formale crolla spesso dietro il banco di certe tavole calde e greasy spoons sottratti all’estetica patinata.

      Anche nel cuore battente di Manhattan resistono spazi sotterranei o incastrati tra due palazzi di vetro dove il tempo sembra essersi fermato negli anni Settanta.

      Il bancone in Formica consunta e opaca porta i segni di decenni di gomiti, tazze strisciate e stratificazioni di grasso.

      Sulle piastre in acciaio mai completamente prive di incrostazioni frigge un’interminabile sequenza di uova, bacon e hamburger, diffondendo un odore denso che penetra nei vestiti e nell’aria stantia del locale.

      Non è solo una questione di trascuratezza; è una precisa liturgia urbana.

      La fretta imposta dalla città cancella l’igiene visiva in favore di una velocità brutale: il barista pulisce il bancone passandoci sopra uno straccio umido e già saturo, lasciando aloni lucidi che si asciugano sotto la luce al neon fredda dei tubi a soffitto.

      I vetri delle vetrinette espositive, opacizzati dalle ditate e dai vapori di frittura, custodiscono fette di torta e sandwich pronti per essere afferrati e consumati in pochi minuti da un’umanità eterogenea — impiegati in giacca, operai, turisti di passaggio.

      È la New York che rifiuta la sterilizzazione del gentrificato modernismo, conservando nei suoi angoli più centrali una rozza, autentica e talvolta sconcertante decadenza quotidiana.

    • QUANDO IL COLORE ACRILICO

      SPESSO DIVENTA POESIA

      Il colore acrilico, steso con spessore e materia sulla superficie, smette di essere soltanto un mezzo pittorico per diventare presenza tridimensionale.

      La corposità del pigmento trattiene la traccia del gesto e l’energia dell’impatto con il supporto.

      Trasforma la densità della materia in un linguaggio visivo denso di significato.

      Nelle stratificazioni e nei rilievi geometrici o informali, la luce incontra la superficie increspata creando ombre vive.

      Ombre capaci di mutare al variare dell’angolo di visuale.

      Questa tensione costante tra consistenza fisica e suggestione lirica permette alla pittura di superare la pura rappresentazione.

      La materia si fa canto, architettura silenziosa, poesia autonoma.

      La spatola incide il tempo sul legno e sulla carta.

      I rilievi si sollevano come faglie di un territorio interiore.

      Il colore non descrive più il mondo, ma costruisce un mondo. Diventa corpo, memoria solida, vibrazione pura che parla nel silenzio.

    • CINTURONI WESTERN

      I cinturoni western rappresentano un elemento iconico dell’immaginario della Frontiera americana, unendo fin dall’Ottocento funzionalità pratica e identità visiva.

      •Origini e Funzione Tradizionale

      Nati per l’uso pratico nei ranch e lungo le rotte dei bovari, i cinturoni erano concepiti per sostenere il peso della fondina e distribuire il carico sul bacino.

      La struttura classica prevede cuoio ad alto spessore, finiture cucite a mano e passanti integrati per le cartucce.

      Caratteristiche Costruttive

      •Cuoio Rigido e Lavorato

      Utilizzo prevalentemente di cuoio bovino conciato al vegetale, spesso lavorato con incisioni artigianali (floral tooling o sheridan style).

      •Fibbia Intercambiabile

      Presenza di bottoni a pressione o viti per sostituire rapidamente la fibbia, elemento distintivo in argento, ottone o leghe decorate.

      • Fondina Integrata o Sospesa

      Configurazione classica con fondina ad estrazione rapida (low-slung o ad altezza vita).

      Tipi di Utilizzo Oggi

      •Artigianato e Collezione

      Pezzi realizzati da sellerie storiche, apprezzati per la fattura e la qualità della pelle.

      •Sport e Rievocazione

      Utilizzo nelle discipline di tiro dinamico western (Cowboy Action Shooting) e nelle manifestazioni equestri.

      •Moda e Costume

      Cinturoni riadattati con linee più leggere per uso quotidiano, conservando stilemi e dettagli della tradizione americana.

    • QUANDO LA CROMIA CANTA A SQUARCIAGOLA

      Quando la cromia canta a squarciagola non si tratta più soltanto di colore o di accostamento visivo.

      È l’istante in cui la materia pittorica rompe ogni indugio e si fa suono puro, un urlo necessario che squarcia il silenzio della superficie.

      Le tonalità non si accontentano di stare al loro posto o di decorare uno spazio, ma avanzano con violenza espressiva e con una forza acustica visibile.

      È la vibrazione di una tinta che rifiuta la misura e la prudenza, imponendosi come presenza viva e innegabile.

      In quel canto teso e scoperto la forma passa in secondo piano, cedendo il passo al ritmo e alla pulsione interiore di chi ha steso il colore.

      Rimane soltanto una risonanza spinta all’estremo, un’esplosione cromatica che chiede di essere ascoltata prima ancora di essere guardata.

    • QUANDO IL GRAFFIO DIVENTA SANGUE

      L’esistenza non si misura con la superficie levigata delle cose ma con la profondità delle ferite che sa accogliere.

      C’è un momento preciso in cui il semplice segno tracciato sulla materia cessa di essere un esercizio estetico e si trasforma in una testimonianza organica.

      Il graffio è l’irruzione della coscienza nel caos del mondo.

      Quando è superficiale appartiene alla cronaca della distrazione.

      Quando affonda la sua lama invisibile fino a toccare il pulviscolo dell’esperienza umana muta la sua natura.

      Diventa sangue.

      Non nel senso macabro della cronaca ma come metafora assoluta della verità che affiora.

      Ogni artista autentico scava nella propria carne prima ancora che sul supporto.

      Il colore non è mai un semplice rivestimento decorativo ma la crosta protettiva sopra un taglio mai del tutto rimarginato.

      Il supporto ligneo o la carta accolgono questo spasmo e lo trattengono restituendolo allo sguardo sotto forma di geometria dolente o di segno irriducibile.

      La civiltà contemporanea anestetizza il dolore per renderlo digeribile e consumabile.

      Il pensiero critico e l’arte vera fanno esattamente il contrario.

      Riaprono le cicatrici per ricordarci che siamo vivi.

      Il graffio che diventa sangue è il marchio indelebile di chi non accetta la neutralità del visibile.

      È la traccia lasciata da un passaggio che non ammette sconti.

      Chi guarda quell’opera non osserva soltanto una composizione cromatica ma partecipa a un rito di svelamento.

      La materia grida ciò che le parole non riescono più a contenere.

      In quel punto esatto l’arte smette di essere rappresentazione e ritorna a essere ferita aperta nel corpo del mondo.

    • Namsal Siedlecki

      Namsal Siedlecki è una delle figure più originali e rigorose nel panorama dell’arte contemporanea italiana della sua generazione.

      La sua ricerca si muove al confine sottile tra scultura, alchimia e trasformazione della materia, interrogando continuamente il concetto di tempo, consumo e permanenza dell’opera d’arte.

      •Processo e Trasformazione Materica

      Al centro della prassi artistica di Siedlecki vi è il trattamento dei materiali non come elementi statici, ma come entità vive e in costante evoluzione.

      Attraverso processi chimici, galvanici e soluzioni di vasca, l’artista sottopone manufatti, reperti archeologici o oggetti quotidiani a trasmutazioni che ne alterano l’identità superficiale e la natura strutturale.

      I metalli, i sali, i cera e i residui organici diventano strumenti per far affiorare la stratificazione temporale insita nell’oggetto.

      •Archeologia del Presente e Passato

      Il lavoro di Siedlecki esplora la tensione tra il manufatto storico e il rifiuto contemporaneo, trattandoli con un medesimo approccio fenomenologico.

      Non vi è una gerarchia tra ciò che è antico e ciò che è industriale o effimero; ciò che interessa all’artista è il valore di deposito che la materia porta con sé.

      L’opera diviene così un dispositivo di attesa e reazione, dove il gesto dell’autore si dissolve per fare spazio al libero agire degli agenti chimici e temporali.

      •Riduzione ed Essenzialità Formale

      L’estetica di Siedlecki si caratterizza per una profonda sobrietà formale, dove l’apparente essenzialità nasconde un processo concettuale denso e stratificato.

      La forma non è mai imposta a priori, ma emerge come risultato alchemico e naturale del trattamento a cui il supporto viene esposto.

    • IL PRELATO DISATTENTO

      Il prelato disattento cammina tra le navate d’ombra della sua chiesa antica con il passo lento di chi conosce a memoria ogni singola piastrella di marmo consumato.

      Ha le mani intrecciate dietro la schiena e la mente smarrita in un labirinto di pensieri terreni che poco condividono la solennità delle sacre scritture.

      Mentre una luce fioca e polverosa filtra dalle vetrate istoriate tagliando la penombra in diagonale egli sfila davanti agli altari laterali senza dedicare nemmeno uno sguardo ai santi dipinti sulla tela.

      Un fedele sosta in silenzio nell’ultimo banco in attesa di un segno o di un gesto di conforto umano ma il prelato gli passa accanto distratto sfiorando appena il legno intagliato senza cogliere quella richiesta muta.

      La sua veste talare produce un fruscio secco e ritmico lungo il pavimento freddo interrompendo un silenzio che pare solido e immutabile come le pietre della sagrestia.

      È una figura incapsulata nei propri frammenti di quotidianità incapacitata a scorgere i piccoli dettagli del mondo circostante che pure continua a fluire a un millimetro dalle sue dita.

      Quando giunge finalmente davanti all’altare maggiore si ferma per un istante fugace come se avesse dimenticato l’origine stessa del suo cammino o la parola esatta per iniziare la preghiera.

      Dall’esterno giunge il rumore sordo della città che vive mentre all’interno rimane soltanto quel movimento meccanico di un uomo avvolto dal proprio silenzio invisibile.

    • BARI E LE SUE INCONGRUENZE

      Bari è una città che racchiude in sé una geografia di forze opposte, un laboratorio urbano dove l’ordine e l’imprevisto si sovrappongono senza mai annullarsi a vicenda.

      Da una parte c’è la struttura del quartiere Murat, un tracciato di linee dritto e sequenziale che risponde a una logica di rigore formale, di commercio e di compostezza borghese.

      Dall’altra parte sopravvive l’impianto viscerale della città vecchia, una massa di vicoli chiusi e sovrapposti che risponde soltanto a leggi arcaiche, a un ritmo sociale che rifiuta la fretta e difende la propria identità dietro pareti d’intonaco bianco e pietre consumate dal sale.

      Il rapporto con la costa accentua questo corto circuito visivo.

      Il lungomare, imponendosi con la sua ampiezza scenografica e la sua apertura verso l’orizzonte mediterraneo, suggerisce un’idea di cosmopolitismo e di grande respiro culturale.

      Eppure, basta addentrarsi di pochi metri verso l’interno per ritrovare una dimensione domestica, quasi paesana, dove la vita privata si riversa senza filtri sulla strada e il quotidiano esibisce le proprie abitudini con disarmante naturalezza.

      Bari non tenta mai di ricomporre queste fratture in una sintesi pacifica.

      La sua bellezza risiede proprio nella coesistenza di queste difformità, in una tensione continua tra l’aspirazione al moderno e la persistenza di una memoria popolare che resiste a qualunque omologazione.

    • ENOGEOTURISMO

      Il vino non è soltanto la memoria di una vendemmia né un semplice esercizio di cantina, perché prim’ancora di essere sorso e materia esso conserva l’impronta geologica del suolo da cui germoglia.

      Comprendere il terroir significa addentrarsi nella stratificazione delle rocce, ascoltare le trasformazioni millenarie del paesaggio e riconoscerne la sagoma profonda all’interno di ogni sfumatura di sapore.

      La pratica dell’enogeoturismo

      traccia un cammino inedito lungo la penisola italiana, unendo la percezione del paesaggio alla lettura della terra sottostante.

      Nelle Langhe il circuito outdoor del Bar to Bar attraversa terreni sedimentari nati dal fondale di antichi mari, dove l’alternarsi di arenarie, marne e argille definisce la natura del Barolo e del Barbaresco.

      In Toscana il tracciato dell’Eroica svela la composizione argillosa e limosa delle colline del Chianti Classico e del Brunello di Montalcino, trasformando il percorso cicloturistico in una riflessione visiva sul profilo della terra.

      In Sicilia l’incontro tra le argille scagliose dei Peloritani e le calcareniti di Floresta restituisce linfa al vitigno autoctono del Nocera, unendo la persistenza della pietra marina al paesaggio antico di Tindari.

    • DANZA DEL VENTRE

      La danza del ventre, nota nel mondo arabo come raqs sharqi o danza orientale, rappresenta una delle espressioni corporee più antiche e stratificate della storia umana.

      Le sue radici storiche affondano nei riti di fertilità e nelle celebrazioni sacre del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente.

      Lontana dall’essere una semplice forma di intrattenimento, questa pratica nasceva originariamente come un linguaggio gestuale profondo, legato ai cicli della natura e alla celebrazione della vita.

      I movimenti rotatori del bacino e la fluida articolazione del tronco richiamano la gestualità simbolica di antiche devozioni rivolte al femminile sacro.

      Nel corso dei secoli la disciplina ha attraversato molteplici trasformazioni sociali e culturali.

      L’Egitto ha svolto un ruolo centrale nella definizione della sua estetica contemporanea, muovendosi tra la dimensione popolare delle ḡawāzī e la raffinata tradizione musicale delle awālim.

      Durante il Novecento la danza orientale ha vissuto un’ulteriore evoluzione scenica, integrando elementi della danza classica e moderna e conquistando un respiro internazionale.

      Sul piano corporeo e percettivo la danza del ventre si fonda sulla tecnica dell’isolamento muscolare e sul controllo del centro di gravità.

      Il movimento non viene imposto dall’esterno ma si sviluppa dal centro del corpo, generando una tensione dinamica tra stasi e movimento, grazia e forza strutturale.

      Attraverso questa architettura di gesti la danzatrice esplora la propria presenza nello spazio, trasformando l’espressione corporea in un’indagine formale sulla fluidità e sul ritmo.

    • BARI

      PALAZZO MINCUZZI / TESTO

      Il Palazzo Mincuzzi sorge nel cuore del quartiere Murat di Bari, all’angolo tra la celebre via Sparano e via Putignani, e rappresenta uno dei massimi e più originali esempi di architettura tardo-liberty (o eclettica) del Sud Italia.

      •Genesi e costruzione

      L’edificio fu fortemente voluto dalla famiglia Mincuzzi, originaria di Conversano e affermatasi a Bari nel settore commerciale e tessile.

      Il progetto fu affidato all’architetto Aldo Forcignanò e all’ingegnere Gaetano Palmiotto, mentre i lavori materiali vennero eseguiti dall’impresa costruttrice di Giuseppe Garibaldi e fratelli.

      I cantieri si aprirono nel 1926 e procedettero con grande rapidità per l’epoca.

      Il palazzo fu fastosamente inaugurato il 28 ottobre 1928, alla presenza delle principali autorità cittadine e di una folla numerosa, consacrandosi immediatamente come il tempio della modernità e dell’eleganza commerciale barese.

      •Caratteristiche architettoniche

      L’aspetto più straordinario del palazzo risiede nella sua cifra stilistica sfarzosa e scenografica, che rompeva con la rigorosa geometria circostante del tessuto murattiano attraverso un uso sapiente di volumi e decorazioni:

      •La cupola angolare

      L’elemento più iconico è la cupola traforata e riccamente decorata che sovrasta l’angolo dell’edificio, conferendogli una forte verticalità e un profilo inconfondibile nello skyline cittadino.

      •I prospetti e le decorazioni

      Le facciate sono un tripudio di elementi ornamentali, fregi, balconi con ringhiere in ferro battuto dalle linee sinuose e grandi vetrate che riflettono il gusto floreale e le influenze eclettiche del periodo.

      •La struttura interna

      Storicamente concepito come edificio polifunzionale, i piani inferiori ospitavano i grandi magazzini della famiglia Mincuzzi, mentre i piani superiori accoglievano eleganti appartamenti privati dotati di ampi saloni di rappresentanza e persino di una cappella privata, serviti da un monumentale scalone interno.

      •Il valore simbolico

      Nel corso dei decenni, Palazzo Mincuzzi ha legato indissolubilmente il proprio nome alla storia economica e di costume di Bari, testimoniando la vivacità imprenditoriale della borghesia locale tra le due guerre mondiali.

      Anche in seguito ai cambi di destinazione e di gestione commerciale che ne hanno interessato gli spazi interni nel tempo, l’edificio rimane un punto di riferimento visivo e sentimentale imprescindibile per la città, capace di attrarre l’attenzione di studiosi, appassionati d’arte e visitatori che ne ammirano i dettagli alzando lo sguardo lungo la via dello shopping.

      PALAZZO MINCUZZI.BARI.PHOTO

    • SERBIA

      •Quadri generali e profilo geografico

      La Repubblica di Serbia è uno Stato sovrano situato nel cuore della penisola balcanica.

      Confina a nord con l’Ungheria, a est con la Romania e la Bulgaria, a sud con la Macedonia del Nord e il Kosovo, e a ovest con il Montenegro, la Bosnia ed Erzegovina e la Croazia.

      •Capitale

      Belgrado (Beograd), principale centro politico, finanziario e culturale del Paese.

      •Lingua ufficiale

      Serbo (alfabeto cirillico come grafia ufficiale di Stato, con un uso diffuso della grafia latina).

      •Ordinamento politico

      Repubblica parlamentare.

      •Quadro geopolitico e istituzionale

      Il Paese occupa un nodo strategico e complesso nelle dinamiche diplomatiche e geopolitiche europee :

      •Relazioni internazionali

      La Serbia è storicamente orientata verso un delicato bilanciamento geopolitico tra l’integrazione europea, il mantenimento di forti legami economici e culturali con la Russia, e un crescente volume di investimenti e infrastrutture legate alla Cina.

      •Processo di adesione all’Unione Europea

      Il Paese è ufficialmente candidato all’adesione all’UE, pur affrontando costanti negoziati in materia di riforme giudiarie, libertà d’informazione e stabilizzazione dei rapporti regionali.

      •La questione del Kosovo

      La sovranità sul territorio del Kosovo rimane l’asse centrale della politica estera e interna serba, con negoziati periodici facilitati dalla diplomazia internazionale per la normalizzazione dei rapporti istituzionali e commerciali.

      •Profilo economico e infrastrutturale

      L’economia serba ha attraversato negli ultimi anni una fase di modernizzazione focalizzata sull’attrazione di investimenti esteri diretti e sullo sviluppo tecnologico :

      •Settori chiave

      Manifesta una rilevante crescita nei settori ICT (tecnologie dell’informazione), della manifattura industriale, dell’automotive e dell’agricoltura (specialmente nella regione autonoma della Voivodina).

      •Infrastrutture e snodi di trasporto

      Il corridoio balcanico rappresenta un’arteria fondamentale per i collegamenti viari e ferroviari tra l’Europa centrale, l’Europa sud-orientale e il Bacino del Mediterraneo.

      Società, cultura e panorama mediatico

      •Patrimonio culturale

      La cultura serba integra una profonda eredità ortodossa — visibile nei complessi monasteriali medievali e nell’architettura religiosa — con influenze storiche mitteleuropee e ottomane.

      •Informativa e dibattito pubblico

      Il sistema informativo comprende una rete diversificata di testate storiche (come Politika e Danas), emittenti radiotelevisive pubbliche (RTS) e private, affiancate da un dibattito dinamico sull’indipendenza dei media e la trasparenza delle istituzioni.

    • FALDACCHEA

      La faldacchea (o faldacchea di Turi) è uno dei più celebri e raffinati dolci della tradizione pasticcera pugliese e della Terra di Bari, storicamente conosciuta anche come il “dolce della sposa”.

      •Origine e storia conventuale

      Le radici della faldacchea risalgono al Settecento e si legano all’antica tradizione dolciaria di derivazione conventuale.

      Nata all’interno dei monasteri di clausura — le cui testimonianze d’archivio ne documentano la presenza nella diocesi tra Turi e la vicina Conversano — la ricetta venne poi custodita, perfezionata e tramandata dalle maestre dolciaie locali nella prima metà del Novecento.

      Il legame con i matrimoni nasce dal fatto che un tempo la faldacchea veniva donata dagli sposi agli invitati a fine banchetto, avvolta nel tulle come una vera e propria bomboniera edibile.

      •Struttura e composizione

      La particolarità della faldacchea sta nel contrasto di consistenze e nell’equilibrio di sapori tra la pasta di mandorla, il liquore, l’amarena e la glassatura esterna.

      •Involucro di pasta cotta

      diversamente dalla classica pasta reale a crudo, la base è composta da pasta di mandorle (rigorosamente del territorio) e tuorli d’uovo, lavorata a caldo sul fuoco con sciroppo di zucchero.

      •Il cuore sobrio e aromatico

      al centro dell’impasto viene racchiuso un pezzetto di pan di Spagna (o biscottino) imbevuto di liquore (tradizionalmente Alchermes o Maraschino) insieme a un’amarena sciroppata.

      •La copertura

      il dolcetto viene infine modellato e rivestito con una sottile glassa di zucchero montato a neve (gileppe o naspro) oppure, nella variante contemporanea diffusa a partire dal secondo Novecento, con una copertura di finissimo cioccolato bianco.

      •Riconoscimento e identità

      Oggi la faldacchea è riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (P.A.T.) della Regione Puglia e rappresenta un vero simbolo di maestria artigianale e memoria gastronomica pugliese.

    • LA CHIESA RUSSA DI BARI

      La storia della Chiesa Russa di Bari (dedicata a San Nicola e situata nel quartiere Carrassi) rappresenta un capitolo fondamentale nei rapporti spirituali e culturali tra l’Europa orientale e la Puglia.

      La sua origine si intreccia direttamente con il profondo culto che la Chiesa ortodossa nutre per San Nicola, le cui reliquie sono custodite a Bari dal 1087.

      •Le origini e la devozione russa

      Nel corso dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, il flusso di pellegrini ortodossi provenienti dall’Impero Russo verso Bari crebbe in modo esponenziale. I fedeli affrontavano lunghi e faticosi viaggi per venerare le spoglie del Santo.

      Per garantire un’adeguata accoglienza e un luogo di culto idoneo, nel 1911 la Società Imperiale Ortodossa di Palestina, patrocinata dalla famiglia reale dei Romanov e dallo zar Nicola II, promosse l’edificazione di un complesso che comprendesse un tempio ortodosso e un grande ospizio per i pellegrini.

      •La progettazione e la posa della prima pietra

      La progettazione venne affidata al celebre architetto russo Aleksej Viktorovič Ščusev, uno dei massimi interpreti dello stile neo-russo. Ščusev si ispirò alle forme tradizionali dell’architettura di Novgorod e Pskov dei secoli XIV-XV, caratterizzate da volumi bianchi e compatti e coperture a carena.

      La cerimonia per la posa della prima pietra si tenne il 22 maggio 1913 (data della festa di maggio di San Nicola secondo il calendario giuliano), alla presenza delle autorità cittadine e di delegazioni diplomatiche e religiose russe.

      •La guerra, la Rivoluzione e il passaggio al Comune

      L’insorgere della Prima Guerra Mondiale e il successivo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 interruppero i finanziamenti e stravolsero i piani iniziali. I lavori vennero completati a fatica negli anni successivi, ma il flusso dei pellegrini dalla Russia si bloccò quasi totalmente a causa delle vicende politiche sovietiche.

      Priva di sostegno e di risorse finanziarie dalla madrepatria, nel 1937 la struttura fu ceduta al Comune di Bari. La municipalità barese si impegnò a preservare la destinazione d’uso religiosa del tempio e a destinare parte degli ambienti dell’ospizio a scopi sociali e assistenziali.

      •Il valore ecumenico nel Novecento

      Nel corso del secondo Novecento, specialmente dopo il Concilio Vaticano II e le aperture ecumeniche avviate nel 1969, la presenza della Chiesa Russa a Bari divenne un simbolo centrale di dialogo interconfessionale tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse. La struttura ha continuato a servire da punto di riferimento per la comunità ortodossa locale e per i pellegrini dell’Europa dell’Est.

      •La restituzione alla Russia

      All’inizio del XXI secolo sono state avviate le trattative diplomatiche tra le autorità italiane e la Federazione Russa per la restituzione del complesso edilizio al Patriarcato di Mosca.

      Dopo gli accordi preliminari del 2007-2008, la cerimonia ufficiale di consegna ha avuto luogo nel 2009, alla presenza dei Capi di Stato dei due Paesi, fino al formale passaggio di proprietà completato nel 2012.

      Oggi il complesso della Chiesa Russa di Bari costituisce un bene storico e architettonico tutelato, nonché uno snodo religioso e culturale tra la città di Bari e il mondo ortodosso.

    • TEATRO DEL BANCHERO

      Il Teatro del Banchéro è una realtà culturale, scuola di teatro e associazione di produzione artistica fondata nel 1996 a Taggia (in provincia di Imperia).

      •La visione e il progetto culturale

      Nato come spazio di incontro e di sperimentazione attorno alle arti performative, il Banchéro non si limita alla semplice produzione di spettacoli, ma agisce come un vero e proprio laboratorio permanente. La sua identità si articola su diverse direttrici:

      •La scuola di teatro (“Officina”)

      propone percorsi formativi rivolti a bambini, ragazzi e adulti. La peculiarità della scuola risiede nel coinvolgimento diretto di attori, registi e professionisti del panorama teatrale e cinematografico nazionale.

      I laboratori di scrittura narrativa

      percorsi artigianali e creativi in cui la scrittura viene intesa come costruzione collettiva e ricerca espressiva.

      Produzioni e spettacoli

      la compagnia produce allestimenti da sala e spettacoli itineranti, attingendo sia ai classici della drammaturgia riletti in chiave contemporanea, sia a drammaturgie originali nate all’interno dei propri laboratori.

        Il legame con il territorio

        L’associazione costituisce un presidio culturale fondamentale nella Riviera di Ponente, promuovendo rassegne, incontri letterari, spettacoli e collaborazioni con enti e castelli dell’imperiese.

      • Robert Mapplethorpe

        E’ stato una delle figure più rilevanti e controverse della fotografia del Novecento.

        La sua opera si distingue per una ricerca formale rigorosa, dove il rigore della composizione classica si unisce a un’esplorazione cruda e diretta dei soggetti.

        •La formazione e gli esordi

        Nato nel Queens nel 1946 e cresciuto in un ambiente cattolico conservatore, Mapplethorpe studia inizialmente pittura, disegno e scultura al Pratt Institute di Brooklyn.

        Negli anni Sessanta stringe un legame profondo con la poetessa e musicista Patti Smith, con la quale condivide gli anni della formazione artistica a New York e la vita al Chelsea Hotel.

        I suoi primi lavori fotografici nascono nei primi anni Settanta attraverso l’uso della Polaroid, utilizzata inizialmente per realizzare immagini da inserire nei suoi collage e assemblaggi.

        •Lo stile e la visione estetica

        Passato successivamente al formato medio con una fotocamera Hasselblad, Mapplethorpe sviluppa un linguaggio visivo caratterizzato da un controllo assoluto della luce e del contrasto in bianco e nero.

        Il suo lavoro si muove lungo direttrici tematiche ben definite:

        •Il nudo e la scultura del corpo

        Tratta la figura umana, in particolare il corpo maschile e afroamericano, come se fosse una scultura classica, enfatizzando linee, rilievi muscolari e simmetrie.

        •I fiori e le nature morte

        Le sue celebri immagini di gigli, orchidee e tulipani restituiscono una sensualità fredda e geometrica, caricandosi di una forte tensione erotica attraverso la pura forma.

        I ritratti

        Fotografa artisti, intellettuali, celebrità e figure della sottocultura newyorchese, restituendo immagini sobrie e prive di orpelli scenografici.

        •I temi feticisti e BDSM

        Negli anni Settanta documenta la comunità sadomasochista di New York con il celebre X Portfolio, un ciclo di opere che suscita accesi dibattiti culturali.

        •La polemica e l’eredità

        La sovrapposizione tra la perfezione formale neoclassica e contenuti spesso ritenuti espliciti o trasgressivi ha reso la sua opera oggetto di accesi dibattiti sulla libertà d’espressione e sulla censura negli Stati Uniti.

        Scomparso nel 1989 a soli 42 anni per complicazioni legate all’AIDS, ha fondato prima di morire la Robert Mapplethorpe Foundation, destinata alla tutela della sua opera e al finanziamento della ricerca medica contro il virus.

      • VIA DEL MACAO

        ROMA

        Via del Macao si trova nel cuore di Roma, situata nel rione Castro Pretorio, non lontano da importanti snodi come la stazione Termini e via XX Settembre.

        Questa strada storica deve il suo nome a memorie geografiche legate alle esplorazioni e alle missioni gesuitiche in Estremo Oriente, in particolare alla colonia portoghese di Macao in Cina.

        Nell’area circostante si concentrano importanti edifici istituzionali, ministeri e testimonianze architettoniche che riflettono lo sviluppo urbanistico della capitale tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.

      • PADRI CAMILLIANI

        I Padri Camilliani, formalmente noti come Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, costituiscono una congregazione religiosa cattolica fondata nel 1582 da San Camillo de Lellis.

        Questo istituto nacque a Roma con la missione originaria e centrale di assistere i malati, soprattutto i più emarginati, gli ultimi e i sofferenti negli ospedali e a domicilio.

        La loro opera si distingue storicamente per il voto solenne e caratteristico di dedicare la propria vita al servizio dei infermi, anche a rischio della propria incolumità fisica.

        Nel corso dei secoli la presenza dei religiosi si è estesa a livello internazionale, dando vita a strutture sanitarie, centri di assistenza e ospedali in tutto il mondo.

        Oggi l’ordine continua a coniugare la tradizione spirituale della cura globale della persona con le sfide moderne della bioetica, della pastorale sanitaria e del supporto psicologico ai sofferenti e alle loro famiglie.

      • I CINESI CHE VIVONO IN ITALIA

        DOVE VENGONO SEPPELLITI?

        La domanda si ricollega a una delle più note leggende metropolitane diffuse in Italia, secondo cui “i cinesi non muoiono mai” o scomparirebbero misteriosamente.

        In realtà, le dinamiche di sepoltura delle persone di nazionalità o origine cinese seguono prassi concrete, culturali e burocratiche :

        1. Sepoltura o cremazione nei cimiteri italiani

        Le persone di origine cinese residenti stabilmente in Italia o appartenenti alle seconde e terze generazioni vengono sepolte o cremate regolarmente nei cimiteri comunali della città in cui vivono.

        Nei principali cimiteri delle grandi città (come Milano, Roma, Prato o Torino) sono presenti lapidi recanti cognomi e iscrizioni in lingua cinese.

        2. Rimpatrio della salma o delle ceneri

        Per la cultura tradizionale cinese, il legame con la terra d’origine e il culto degli antenati sono fondamentali (落叶归根, “le foglie cadute ritornano alle radici”).

        Molti cinesi giunti in Italia da adulti chiedono di tornare nel proprio paese natale.

        In questi casi, la famiglia — spesso supportata da associazioni di categoria della comunità cinese — sostiene i costi del trasporto aereo per rimpatriare il corpo o le ceneri dopo la cremazione.

        3. Rientro in patria prima del decesso

        Molti immigrati della prima generazione, una volta raggiunta l’età avanzata o in presenza di malattie gravi, scelgono di rientrare in Cina per trascorrere gli ultimi anni di vita insieme alla famiglia d’origine e morire nella propria terra natia.

        Perché si è creata la leggenda dell’invisibilità?

        •Demografia della comunità

        La popolazione cinese residente in Italia è storicamente molto giovane rispetto alla media italiana, composta per lo più da persone in età lavorativa e bambini, registrando quindi un tasso di mortalità fisiologicamente basso.

        •Riti privati e senza affissioni pubbliche

        A differenza delle consuetudini italiane, la comunità cinese non utilizza i manifesti a lutto affissi per strada.

        Le cerimonie funebri avvengono in forma strettamente privata all’interno della cerchia familiare e comunitaria.

      • JERZY GROTOWSKI

        Jerzy Grotowski è stato uno dei più radicali rivoluzionari del teatro del Novecento.

        La sua ricerca non si è limitata alla messa in scena, ma ha scavato fin dentro la natura stessa dell’atto scenico, trasformando il rapporto tra attore e spettatore.

        Il punto di svolta del suo pensiero risiede nell’elaborazione del Teatro Povero.

        Strippando la scena da ogni artificio tecnologico, scenografico e decorativo, Grotowski riconduce la rappresentazione all’unico elemento essenziale e insostituibile: l’incontro vivo, quasi sacrale, tra il corpo dell’attore e la presenza del pubblico.

        L’attore non dev’essere un mero esecutore di battute, bensì un “attore santo”, capace di compiere un atto di autosagrificio organico attraverso il totale dominio della propria voce e del proprio fisico.

        Nel corso dei decenni la sua traiettoria teorica e pratica ha attraversato varie fasi, evolvendosi dal rigore formale delle produzioni del Teatr Laboratorium di Opole e Breslavia verso il Teatro Parateatrale e il Dramma Obiettivo.

        In quest’ultima stagione di ricerca, culminata con la fondazione del Workcenter a Pontedera, in Italia, il fuoco si è spostato dall’esibizione per un pubblico all’Arte come veicolo : un lavoro interiore e rituale sul sé attraverso strumenti di derivazione drammaturgica e antropologica.

        Grotowski resta una figura di riferimento imprescindibile per chiunque intenda la pratica teatrale come strumento di indagine esistenziale e antropologica.

      • MAX PAIELLA

        Max Paiella è un eclettico comico, cantante, imitatore, musicista e attore italiano, noto al grande pubblico per la sua versatilità e per la sua storica presenza nel programma radiofonico di Rai Radio 2 Il Ruggito del Coniglio.

        La sua carriera unisce in modo originale satira, musica e teatro comico.

        •La caricatura e la satira radiofonica

        Attraverso le frequenze di Il Ruggito del Coniglio, Paiella ha creato una galleria memorabile di personaggi e parodie.

        Le sue imitazioni spaziano da figure della politica e della cultura a esilaranti tipi umani stereotipati. Tra i suoi personaggi più celebri figurano:

        •Nikolay Fricov

        l’improbabile cantautore sovietico.

        •Turi Amore

        il cantante neomelodico.

        •Demetrio Parapanos

        il musicista greco.

        •Le parodie di personaggi reali come Franco Battiato, Vinicio Capossela, Roberto Giacobbo e Gigi D’Alessio.

        •Musica, teatro e televisione

        Oltre alla radio, Paiella vanta una solida formazione musicale come cantante e polistrumentista.

        •Ha collaborato a lungo con la banda di Lillo & Greg e con diverse formazioni musicali, portando in scena spettacoli teatrali in cui la comicità si fonde costantemente con l’esibizione dal vivo.

        •In televisione è stato tra i protagonisti di trasmissioni satiriche di culto come Parla con me e The Show Must Go Off al fianco di Serena Dandini, contribuendo con i suoi sketch musicali e le sue parodie in diretta.

        •Con il suo stile arguto e mai volgare, Max Paiella si conferma una delle voci più brillanti e complete del panorama umoristico e teatrale italiano.

      • IVAN VAZOV

        Ivan Vazov (1850-1921) è considerato il padre fondatore della letteratura bulgara moderna, al punto da essere unanimemente definito il Patriarca della letteratura bulgara.

        La sua opera abbraccia poesia, narrativa e teatro, intrecciandosi con la storia della Bulgaria, dalle lotte per l’indipendenza dall’Impero Ottomano fino alla nascita dello Stato moderno.

        •Il capolavoro : Sotto il giogo

        Il suo testo più celebre è il romanzo Sotto il giogo (Pod igoto, 1888-1889), la prima grande opera in prosa della letteratura bulgara.

        Racconta le vicende legate all’Insurrezione di aprile del 1876, offrendo un affresco corale del popolo bulgaro, diviso tra la brutalità della dominazione e l’aspirazione alla libertà.

        •Temi e produzione poetica

        In ambito poetico si distingue per le raccolte d’ispirazione civile e patriottica.

        Tra queste spicca L’epopea dei dimenticati (Epopeya na zabravenite), un ciclo di poesie dedicato agli eroi del Risorgimento bulgaro e alle loro figure di martiri.

        •Lo stile e il ruolo culturale

        Vazov adotta uno stile prevalentemente realista e descrittivo, attento ai paesaggi naturali e alla vita popolare.

        Il suo contributo è stato fondamentale non solo sul piano artistico, ma anche nella fissazione e codificazione della lingua letteraria bulgara post-liberazione.

      • CHIESA SLOVACCA

        ROMA

        A Roma, il punto di riferimento principale per la comunità e la Chiesa slovacca è il :

        •Pontificio Collegio Slovacco dei Santi Cirillo e Metodio (Slovenský ústav sv. Cyrila a Metoda)

        che svolge un ruolo storico e pastorale fondamentale per i cattolici slovacchi nella capitale.

        Ecco i dettagli principali :

        •Punto di riferimento spirituale e culturale

        Il Collegio e il rispettivo istituto sono storicamente legati all’accoglienza dei pellegrini, alla formazione e alla conservazione della cultura e della spiritualità slovacca a Roma, con un forte legame con la memoria dei santi patroni Cirillo e Metodio.

        •L’Istituto Slovacco a Roma

        Per gli aspetti culturali e di scambio istituzionale, è attivo l’Istituto Slovacco in via dei Colli della Farnesina 144, che promuove eventi, mostre e iniziative legate alla Slovacchia.

        •Collegamenti storici (Itinerario Europeo)

        Nelle mappature giubilari e storiche della città, la figura dei Santi Cirillo e Metodio e la loro missione a Roma vengono spesso ricordate anche attraverso luoghi storici come la :

        Basilica di Santa Prassede

        dove i due santi trovarono accoglienza durante la loro permanenza a Roma nel IX secolo per consegnare al Papa le reliquie di San Clemente.

      • Bhagavata Purana

        Il Bhagavata Purana rappresenta uno dei testi sacri più straordinari e influenti della tradizione spirituale e letteraria dell’India.

        Questa monumentale opera sanscrita si colloca tra i Maha Purana e focalizza la sua attenzione sulla devozione intensa, nota come bhakti, rivolta principalmente a Krishna nelle sue molteplici manifestazioni divine.

        Il testo si compone di dodici skandha, ovvero libri o sezioni, che intrecciano narrazioni cosmologiche, genealogie regali, insegnamenti filosofici e canti lirici di profonda bellezza estetica.

        Al centro dell’impianto narrativo spicca la figura di Krishna, la cui vita pastorale a Vrindavana e le vicende terrene diventano il simbolo dell’anima umana che cerca l’unione con l’assoluto attraverso l’amore puro.

        La struttura poetica del Bhagavata Purana si distingue per la straordinaria ricchezza delle immagini e per la capacità di fondere la speculazione metafisica con il racconto mitologico accessibile.

        Attraverso dialoghi illuminanti tra saggi e sovrani, l’opera esplora il senso del tempo, la natura dell’illusione cosmica e le vie per trascendere il ciclo dei dolori terreni.

        Nel panorama della spiritualità induista, questo testo ha ispirato nei secoli correnti mistiche, poeti devozionali e forme d’arte visiva e performativa, rimanendo un punto di riferimento ineguagliabile per comprendere l’essenza della grazia divina.

      • CATENA FIORELLO

        Catena Fiorello è una scrittrice, autrice televisiva e conduttrice italiana, nata a Catania nel 1966.

        Cresciuta ad Augusta, in Sicilia, è la sorella minore dello showman Rosario Fiorello e dell’attore Giuseppe Fiorello.

        Nel corso della sua carriera ha lavorato per la televisione come autrice di programmi di successo, prima di dedicarsi con continuita alla narrativa.

        Tra i suoi romanzi più noti si ricordano Picciridda, L’amore a due passi, Tutte le volte che ho pianto e I Ciatu.

        Le sue opere sono spesso caratterizzate da un forte legame con la Sicilia, raccontando storie di formazione, memoria e relazioni umane.

      • CLAUDIO SALVAGNI

        Claudio Salvagni è un noto avvocato penalista italiano, iscritto all’Albo degli Avvocati di Como e patrocinante in Cassazione.

        Nato a Roma e trasferitosi da giovane a Como, ha affiancato agli studi universitari in Giurisprudenza un’intensa attività sportiva nel canottaggio, gareggiando anche tra le fila delle Fiamme Gialle.

        Nel 1999 ha fondato lo Studio Salvagni a Como, specializzandosi in diritto penale dell’economia, reati finanziari, societari e tributari.

        La sua figura è salita al centro delle cronache giudiziarie e mediatiche nazionali per il ruolo di legale di fiducia e difensore di Massimo Giuseppe Bossetti nel lungo e complesso processo relativo all’omicidio di Yara Gambirasio.

        Nel corso della sua carriera ha inoltre seguito la difesa di numerosi esponenti del mondo della finanza e dello sport, mantenendo un costante impegno anche nell’ambito delle istituzioni sportive.

      • OMOSESSUALITA’ IN ALCUNI ARTISTI CONTEMPORANEI

        L’omosessualità ha svolto un ruolo centrale nel percorso di numerosi maestri dell’arte del secondo Novecento e della contemporaneità.

        L’espressione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale si manifesta attraverso forme visive che spazzano via i pregiudizi e ridefiniscono il concetto di corpo, intimità e lotta sociale.

        •Francis Bacon e l’angoscia della carne

        L’artista britannico Francis Bacon ha esplorato la vulnerabilità dell’esistenza attraverso figure umane deformate e tese.

        Le sue opere riflettono spesso il travaglio interiore e la passione vissuta nelle sue relazioni sentimentali e omosessuali, come quella tormentata con George Dyer, trasformando il corpo maschile in uno spazio di tensione drammatica e viscerale.

        •Robert Rauschenberg e Jasper Johns

        Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Robert Rauschenberg e Jasper Johns hanno segnato il passaggio dall’Espressionismo Astratto alla Pop Art.

        Il loro sodalizio sentimentale e intellettuale si è tradotto in una ricerca visiva fondata sul linguaggio dei codici, del frammento e del non-detto, rispondendo al clima repressivo dell’era McCarthy negli Stati Uniti.

        •Andy Warhol e la cultura queer underground

        Andy Warhol ha integrato la propria identità omosessuale all’interno del processo di scomposizione della società di massa.

        Attraverso la Factory, Warhol ha dato spazio e visibilità a un’ampia comunità marginalizzata, tra cui drag queen, icone trans e figure della subcultura Newyorchese, come documentato celebremente nella serie Ladies and Gentlemen.

        •Robert Mapplethorpe e la scultura del corpo

        Negli anni Settanta e Ottanta, il fotografo Robert Mapplethorpe ha trattato il nudo maschile e la cultura BDSM con un rigore formale classico.

        La sua ricerca della perfezione geometrica e della luce ha nobilitato soggetti fino ad allora considerati tabù, sollevando accesi dibattiti sulla censura e la libertà espressiva nell’arte.

        •Keith Haring e l’attivismo visivo

        Keith Haring ha impiegato un linguaggio grafico immediato e accessibile per denunciare le discriminazioni e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’epidemia di AIDS negli anni Ottanta.

        Il suo lavoro unisce l’arte pubblica al supporto attivo della comunità LGBTQIA+, trasformando la pittura in uno strumento di protesta civica e solidarietà.

      • COME VIVONO GLI ARTISTI

        Quanto lavoro serve per rendere davvero possibile l’opera d’arte, al di là dell’immagine patinata e del mito romantico dell’artista interamente dedito alla propria ispirazione?

        A questa interrogativo risponde la mostra “Come vivono gli artisti?”, ospitata dal 13 ottobre all’11 dicembre 2026 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia in collaborazione con Gruppo21.

        Curata da Santa Nastro e Alex Urso, l’esposizione sposta la prospettiva dalla sola opera visibile all’infrastruttura di vita e di lavoro che ne permette la nascita.

        La pratica artistica si incrocia costantemente con una pluralità di mansioni collaterali : l’insegnamento, la scrittura, la curatela, la gestione burocratica o professioni estranee al sistema culturale, necessarie a garantire la sostenibilità economica quotidiana.

        A questa frammentazione si sommano l’instabilità dei redditi, l’assenza di tutele strutturali, fino alle responsabilità familiari e al lavoro di cura, fattori che incidono direttamente sulla disponibilità di tempo e sulla continuità della ricerca.

        Il percorso espositivo riunisce le opere e le riflessioni di nove artisti italiani e polacchi (Maess Anand, Alicja Bielawska, Eva Frapiccini, Piotr Hanzelewicz, Igor Kubik, Luana Perilli, Alessandro Scarabello, Giuseppe Teofilo e Alex Urso, a cui si affianca la performance conclusiva di Veronica Vagnoni).

        Ognuno di loro affronta la tensione costante tra identità professionale, precarietà e vita quotidiana.

        L’iniziativa consolida un’indagine teorica e visiva già avviata dai curatori. Santa Nastro ha esplorato questi temi nei volumi “Come vivono gli artisti? Vita, economia, rapporto con il settore e pratica” (2022) e “Mamme nell’arte.

        Artiste e operatrici culturali nella sfida della maternità” (2026), entrambi pubblicati per Castelvecchi nella collana Fuoriuscita.

        Alex Urso porta in mostra “Dipingere le nuvole” (2021-2022), sequenza di 365 scatti quotidiani in cui trasfigura poeti ed elementi di un suo precedente impiego in un gesto rituale e costante.

        I dati statistici confermano la concretezza della questione: se un’indagine condotta in Italia da AWI-Art Workers Italia mostra come l’80% degli artisti svolga altre attività oltre alla ricerca, la ricerca polacca “Policzone i policzeni” rileva che circa il 90% degli operatori registra redditi discontinui e solo l’11% possiede un contratto stabile.

        Mettere a nudo la dimensione materiale dell’arte non ne sminuisce il valore, ma restituisce dignità e trasparenza a un processo umano ed economico complesso.

      • COSTANZA CAVALLI

        Costanza Cavalli è una giornalista e saggista italiana, nota per le sue collaborazioni con testate nazionali e per il suo percorso eclettico che unisce cultura, musica e giornalismo politico.

        Nata a Brescia nel 1992, si è diplomata in arpa al Conservatorio e si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

        Ha iniziato la sua attività pubblicistica scrivendo d’arte e di musica classica, per poi ampliare i suoi interventi verso la cronaca culturale, il costume e l’analisi politica.

        Ha scritto e collaborato per diverse testate e periodici, tra cui Libero e Panorama, distinguendosi per uno stile di scrittura brillante, diretto e dal taglio analitico.

      • ETTORE TITO

        Ettore Tito (Castellammare di Stabia, 15 dicembre 1859 – Venezia, 26 giugno 1941) è stato un pittore e scultore italiano, tra i protagonisti della pittura veneta a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.

        Nato in Campania da padre pugliese e madre veneziana, si trasferì con la famiglia a Venezia da bambino, diplomandosi giovanissimo all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Pompeo Marino Molmenti.

        Formazione e stile

        La cifra stilistica di Ettore Tito si caratterizza per una straordinaria perizia tecnica e un grande dinamismo compositivo, affinato sia nella rappresentazione della vita quotidiana sia nei temi figurativi più complessi :

        •Pittura di genere e verismo lagunare

        Le sue prime opere ritraggono spaccati di vita popolare veneziana, mercati, pescatori e scene di mare permeati da una luce vivace e da una pennellata fluida e brillante.

        •Evoluzione simbolista e decorativa

        Con il passare dei decenni la sua ricerca visiva si apre a soggetti mitologici, allegorici e a grandi decorazioni murali, risentendo del gusto simbolista e neoclassico di inizio secolo.

        Grandi opere e commissioni

        Nel corso della sua carriera partecipò con regolarità alle principali esposizioni nazionali e internazionali, compresa la Biennale di Venezia fin dalla prima edizione del 1895.

        •La pescheria vecchia a Venezia (1887)

        Conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, è un’opera chiave del suo periodo giovanile per la resa luministica e la naturalezza dell’ambiente.

        •Sulla laguna (1897)

        Premiata alla Biennale veneziana, testimonia la sua capacità di catturare il paesaggio marino e la vita della laguna.

        •L’affresco degli Scalzi

        Tra le sue imprese decorative più rilevanti figura il grande soffitto affrescato per la chiesa di Santa Maria di Nazareth (degli Scalzi) a Venezia, realizzato nel 1933 per sostituire l’opera di Giambattista Tiepolo distrutta durante la prima guerra mondiale.

        Attività didattica e retaggio

        Dal 1895 al 1927 ricoprì la cattedra di pittura di figura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, influendo sulla formazione di diverse generazioni di artisti veneti.

        Le sue opere sono oggi custodite nei principali musei italiani e internazionali, tra cui Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, il Museo d’Orsay di Parigi e il Brooklyn Museum di New York.

      • DELIO CANTIMORI

        Delio Cantimori (Russi, 1904 – Firenze, 1966) è stato una delle figure più complesse e influenti della storiografia e della vita intellettuale italiana del Novecento.

        La sua traiettoria accademica ed esistenziale si articola attorno al rigore del metodo storico, allo studio del Rinascimento e della Riforma, e a una costante inquietudine politico-ideologica.

        Formazione e profilo intellettuale

        Cresciuto in una famiglia di tradizioni mazziniane e repubblicane, si formò alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

        In quegli anni risentì profondamente dell’influenza dell’idealismo di Giovanni Gentile e del clima dell’attualismo.

        La sua ricerca si indirizzò precocemente verso la storia religiosa e politica del Cinquecento, con una spiccata attenzione alle dinamiche delle idee e alle vicende umane dei protagonisti del periodo.

        La storiografia sugli eretici e la Riforma

        Il contributo storiografico più celebre di Cantimori è rappresentato dallo studio sui dissidenti religiosi del XVI secolo.

        •Eretici italiani del Cinquecento (1939)

        Quest’opera pionieristica ricostruì le vicende degli esuli italiani che, rifiutando sia il dogmatismo cattolico della Controriforma sia l’ortodossia protestante (calvinista e luterana), diffusero in Europa idee di tolleranza, libertà di coscienza e razionalismo religioso.

        •Contributo all’Umanesimo e al Rinascimento

        Cantimori evidenziò come l’ “eresia” italiana non fosse un mero episodio marginale, ma un tassello fondamentale per la genesi della cultura moderna europea e dell’idea di tolleranza.

        L’itinerario politico e ideologico

        Il percorso ideologico di Cantimori riflette le drammatiche fratture del Novecento ed è stato oggetto di vasto dibattito :

        •Adesione al fascismo

        Negli anni ’20 e ’30 guardò al fascismo con l’illusione che potesse rappresentare una forza rivoluzionaria e rigeneratrice contro la prassi liberale, collaborando a riviste come Vita Nova e approfondendo la cultura politica tedesca.

        •Transizione e secondo dopoguerra

        Riconosciuto il vuoto ideologico e la deriva reazionaria del regime, maturò un netto distacco.

        Nel 1948 si iscrisse al Partito Comunista Italiano, vedendo nel marxismo una chiave interpretativa e uno strumento di trasformazione sociale.

        •L’uscita dal PCI

        Nel 1956, a seguito dei fatti d’Ungheria e di crescenti dissenso culturali e di metodo, abbandonò la militanza di partito per dedicarsi esclusivamente all’insegnamento e alla ricerca.

        Opere principali

        •Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche (1939)

        •Utopisti e riformatori italiani. 1794-1847 (1943)

        •Studi di storia (raccolta in più volumi)

        •Prospettive di storia ereticale italiana del Cinquecento (1960)

        •Conversando di Storia (1967)

        •Storici e Storia. Metodo, caratteristiche e significato del lavoro storiografico (1971)

        L’eredità di Cantimori resta centrale per la storia della storiografia italiana, non solo per il valore delle sue indagini filologiche e concettuali, ma anche per la profondità con cui interpretò il rapporto tra impegno intellettuale e coscienza storica.

      • GIULIO BOLLATI

        Giulio Bollati di Saint Pierre (Parma, 1924 – Torino, 1996) è stato una delle figure centrali della cultura e dell’editoria italiana del secondo Novecento.

        In formazione alla Scuola Normale Superiore di Pisa con maestri quali Luigi Russo e Delio Cantimori, ha intrecciato per decenni un sodalizio profondo con la casa editrice Einaudi, di cui è stato a lungo condirettore generale e direttore editoriale.

        Nel suo lavoro di redazione ha affiancato la progettazione delle grandi opere enciclopediche e storiche della casa torinese a una costante attenzione all’equilibrio tra rigore intellettuale e visione d’impresa.

        Nel 1987 ha acquisito la casa editrice fondata da Paolo Boringhieri, dando vita al marchio Bollati Boringhieri.

        Sotto la sua guida la casa editrice ha rinnovato il proprio catalogo unendo la saggistica scientifica, la psicoanalisi e le scienze umane a nuove collezioni di letteratura e storiografia.

        Accanto alla professione di editore, Bollati si è distinto come acuto italianista e saggista.

        Tra le sue opere principali spicca L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione (pubblicato originariamente all’interno della Storia d’Italia Einaudi e poi in volume), un’indagine fondamentale sull’identità morale, civile e culturale dell’Italia contemporanea, oltre ai suoi studi su Manzoni, Leopardi e la prosa civile tra Settecento e Ottocento.

      • CASA EDITRICE BORINGHIERI

        La casa editrice Boringhieri, fondata a Torino nel 1957 da Paolo Boringhieri, nasce come uno dei progetti editoriali più rigorosi e innovativi del secondo Novecento italiano.

        Nata da una costola dell’editore Einaudi, dove Paolo Boringhieri aveva a lungo diretto le collane scientifiche, la casa editrice si è imposta sin dalle origini con l’obiettivo di abbattere il muro tra cultura umanistica e cultura scientifica, promuovendo un rigoroso umanesimo scientifico.

        Dalla fondazione alla Bollati Boringhieri

        L’identità del catalogo si è strutturata storicamente attraverso grandi pilastri intellettuali:

        •La psicoanalisi e le scienze umane

        La Boringhieri è stata la prima casa editrice a pubblicare in Italia le Opere complete di Sigmund Freud e i testi di Carl Gustav Jung, diventando il punto di riferimento imprescindibile per la psicologia, la psicoanalisi e l’antropologia.

        •Il pensiero scientifico ed epistemologico

        Ha portato in Italia le opere fondamentali dei più grandi fisici, matematici e logici del Novecento, tra cui Albert Einstein, Niels Bohr, Kurt Gödel e Werner Heisenberg.

        •Il sodalizio con Giulio Bollati

        Nel 1987, con l’ingresso di Giulio Bollati (storico direttore editoriale dell’Einaudi), il marchio ha assunto la denominazione di Bollati Boringhieri, ampliando ulteriormente la proposta verso la storiografia, la filosofia, la saggistica critica e la narrativa di qualità.

        Dal 2009 la casa editrice fa parte del Gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS), mantenendo inalterata la sua vocazione per l’alta divulgazione e il rigore saggistico.

      • LeRoy E. Hoffberger School of Painting

        La LeRoy E. Hoffberger School of Painting è uno dei più prestigiosi programmi di perfezionamento artistico (MFA – Master of Fine Arts) dedicati esclusivamente alla pittura negli Stati Uniti.

        Fa parte del MICA (Maryland Institute College of Art) di Baltimora, una delle istituzioni d’arte più antiche e rinomate d’America.

        Origine e Storia

        La scuola prende il nome da LeRoy E. Hoffberger, mecenate e filantropo che ne sostenne la creazione.

        È stata fondata nel 1965 con la direzione della celebre pittrice espressionista astratta Grace Hartigan, che ha guidato l’istituto per oltre quattro decenni fino al 2007, plasmandone la forte identità rigorosa, critica e focalizzata sulla ricerca pittorica individuale.

        Caratteristiche del Programma

        •Focus esclusivo sulla pittura

        A differenza di molti Master contemporanei orientati alla multimedialità, il percorso della Hoffberger School rimane fortemente centrato sul linguaggio della pittura.

        •Atelier privati e ricerca indipendente

        Ogni studente dispone di uno studio personale all’interno del campus MICA per sviluppare un corpo di opere in totale autonomia.

        •Critica e dibattito

        La didattica si fonda su un’intensa attività di critica individuale e collettiva con il direttore, i docenti e un ricco programma di visiting artists e critici d’arte di rilevanza internazionale.

        •Selezione rigorosa

        Si tratta di uno dei percorsi di studio più selettivi nel panorama delle accademie d’arte americane, pensato per artisti già formati e motivati a definire una propria visione poetica.

      • GIORDANO BRUNO

        Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 16 febbraio 1600) è stato una delle figure più affascinanti, complesse e drammatiche del Rinascimento.

        Nato come Filippo Bruno, entrò giovanissimo nell’ordine dei Domenicani prendendo il nome di Giordano.

        La sua insofferenza verso i dogmi e la sua fame irrefrenabile di conoscenza lo portarono ben presto a scontrarsi con le autorità ecclesiastiche.

        Abbandonato l’abito talare, iniziò una vita di continue peregrinazioni attraverso l’Europa : Parigi, Londra, Oxford, Wittenberg, Francoforte e infine Venezia.

        Tradito dal nobile veneziano Giovanni Mocenigo, fu consegnato all’Inquisizione e, dopo sette anni di prigionia e un lungo processo durante il quale rifiutò di ritrattare le sue tesi filosofiche, venne arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma.

        La visione filosofica: Dio, Natura e Infinito

        Il pensiero di Bruno rappresenta una sintesi rivoluzionaria tra misticismo, filosofia naturale e intuizione scientifica.

        •Panteismo e immanenza (Dio come Mens super omnia e Mens insita omnibus)

        Per Bruno, Dio non è un creatore esterno e trascendente che governa il mondo dall’alto.

        Dio è Mens super omnia (Mente sopra tutte le cose) in quanto principio inaccessibile alla sola ragione umana, ma è soprattutto Mens insita omnibus (Mente intrinseca a tutte le cose).

        La natura è la manifestazione vivente di Dio, un organismo animato e unitario in cui materia e forma si fondono indivisibilmente.

        •L’Universo infinito e la pluralità dei mondi

        Superando la visione cosmologica aristotelico-tolemaica di un universo chiuso e geocentrico, e spingendosi ben oltre la stessa rivoluzione copernicana, Bruno intuisce che l’universo, essendo effetto di una causa infinita (Dio), deve essere anch’esso infinito.

        Non esistono centri né periferie : lo spazio è illimitato e popolato da infiniti sistemi solari e mondi abitati.

        •L’Arte della Memoria (Mnemotecnica)

        Nei suoi primi scritti e lungo tutta la sua opera, Bruno sviluppa complessi sistemi mnemotecnici e combinatori (influenzati da Raimondo Lullo).

        La memoria non è un semplice esercizio meccanico, ma uno strumento magico-speculativo per rispecchiare la struttura simbolica e le connessioni dell’intero cosmo nella mente umana.

        •Gli “Eroici Furori” e la ricerca della verità

        L’uomo non risponde a una morale passiva o all’ozio contemplativo.

        Nel dialogo De gli eroici furori, l’unione con la natura infinita richiede un atto di slancio passionale e razionale ad un tempo.

        Il “furioso” è colui che, come nel mito di Atteone, caccia la verità finché non ne viene trasformato e immedesimato con la natura stessa.

        Le Opere principali

        Bruno ha scritto opere sia in latino (destinate agli ambienti accademici) sia in volgare, sotto forma di dialoghi filosofici ricchi di vigore satirico e poetico.

        Dialoghi italiani

        •La cena de le ceneri (1584)

        Difesa e ampliamento della teoria copernicana, in cui sostiene la fisica di un universo dinamico e privo di centro.

        •De la causa, principio et uno (1584)

        Trattato ontologico sulla coincidenza tra materia, forma e sostanza unica dell’universo.

        •De l’infinito, universo e mondi (1584)

        Esposizione dettagliata della sua cosmologia infinitistica.

        •Spaccio de la bestia trionfante (1584)

        Opera di critica morale e civile contro la pigrizia e la superstizione, con un’esaltazione del lavoro e dell’ingegno umano.

        •De gli eroici furori (1585)

        Dialogo sull’amore filosofico e sul cammino dell’anima verso l’infinito.

        •Il Candelaio (1582)

        Commedia teatrale in volgare, impietosa spaccatura della società dell’epoca, popolata da pedanti, alchimisti e ruffiani.

        Scritti latini e mnemotecnici

        •De umbris idearum (1582)

        •De triplici minimo et mensura (1591)

        •De monade, numero et figura (1591)

        L’eredità di Giordano Bruno rimane quella di un pensatore libero e incompromesso, il cui sacrificio è divenuto simbolo dell’autonomia della ricerca scientifica e filosofica di fronte ai dogmatismi di ogni epoca.

      • ANTONIO ATTISANI

        Antonio Attisani, nato a Bari il 22 aprile 1948, è uno dei più autorevoli studiosi, critici e storici del teatro contemporaneo in Italia.

        La sua carriera attraversa molteplici dimensioni del linguaggio scenico :

        •Formazione e primi passi

        Diplomato come attore presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano, dagli anni Sessanta ha operato attivamente sul campo come attore, critico teatrale e direttore artistico di progetti e rassegne internazionali.

        •Attività accademica

        È stato professore ordinario di Culture del teatro e Storia del teatro, insegnando a lungo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e successivamente all’Università degli Studi di Torino.

        Linee di ricerca e saggistica

        La sua indagine teorica e antropologica si è concentrata sulle avanguardie del Novecento, sul rapporto tra teatro e filosofia, sulle forme performative orientali (in particolare il teatro tibetano), sul teatro yiddish e sul lavoro di maestri del Novecento come Antonin Artaud, Jerzy Grotowski e Jean-Paul Sartre.

        •Tra i suoi volumi di riferimento si ricordano Corpi all’opera. Teatro e scrittura in Antonin Artaud (2001), Far danzare l’anatomia (2007) e L’invenzione del teatro.

      • EDMONDO BACCI

        Edmondo Bacci (Venezia, 21 luglio 1913 – Venezia, 16 ottobre 1978) è stato una delle figure più singolari e incandescenti dello Spazialismo e dell’Informale italiano nel secondo dopoguerra.

        La sua formazione si compie all’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida di maestri come Ettore Tito e Virgilio Guidi.

        Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta la sua ricerca vive una fondamentale metamorfosi : parte dalle visioni industriali delle Fabbriche e dei Cantieri di Marghera, per poi spingere l’osservazione dei bagliori e dei fuochi degli altiforni verso un’astrazione pura.

        Nel 1953 firma il manifesto dello Spazialismo veneziano, affiancando artisti come Tancredi Parmeggiani e Mario Deluigi.

        È proprio in questo periodo che nascono i celebri Avvenimenti, la serie di opere che segna la piena maturità del suo linguaggio pittorico.

        Nei suoi quadri la superficie diventa il luogo di vere e proprie detonazioni cromatiche, dove la materia, la tempera e la sabbia si fondono in impasti intensi, attraversati da una luce cosmica e da rossi di straordinaria potenza.

        La sua pittura attira ben presto l’attenzione di Peggy Guggenheim, che ne diventa grande mecenate e sostenitrice.

        La collezionista americana intuisce la forza magnetica della sua visione e promuove il lavoro di Bacci negli Stati Uniti, facendolo entrare nelle collezioni di istituzioni prestigiose come il MoMA e il Guggenheim Museum di New York.

        Nel 1958 gli viene dedicata una sala personale alla XXIX Biennale di Venezia, consacrando la sua posizione nel panorama internazionale.

        Negli anni successivi, affianca all’attività espositiva l’insegnamento, ottenendo nel 1974 la cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ruolo che ricoprirà fino alla sua scomparsa.

      • AVIDYA

        In diverse tradizioni filosofiche e spirituali dell’India, come l’Induismo, il Buddhismo e lo Yoga, Avidya (in sanscrito: અવિદ્યા) rappresenta l’ignoranza metafisica o la nescienza.

        Non si tratta di una semplice mancanza di nozioni o di cultura generale, ma di una fondamentale incomprensione della vera natura della realtà e del sé.

        Significato nelle tradizioni principali

        •Nello Yoga e nell’Induismo (Advaita Vedānta)

        Nei Yogasūtra di Patañjali, Avidya è considerata la radice di tutti i kleśa (i veleni della mente e le cause della sofferenza).

        Consiste nel :

        •Scambiare il non-eterno per eterno.

        •Confondere l’impuro con il puro.

        •Scambiare la sofferenza (duḥkha) per felicità (sukha).

        •Scambiare il non-Sè (anātman) per il vero Sè (ātman).

        •Nell’Advaita Vedānta

        Avidya è il velo dell’illusione (māyā) che impedisce all’individuo di percepire la fondamentale unione tra la propria anima individuale (Ātman) e la Realtà Assoluta (Brahman).

        •Nel Buddhismo

        Avidya (o Avijjā in Pali) è il primo anello della catena della Pratītyasamutpāda (la coproduzione condizionata).

        Rappresenta l’incomprensione delle Quattro Nobili Verità e l’illusione dell’esistenza di un’entità permanente e immutabile (il sé o “io”).

        È la causa primaria del ciclo delle rinascite (saṃsāra) e del perpetuarsi della sofferenza.

        •Il superamento di Avidya

        Poiché Avidya è l’oscuramento della comprensione profonda, l’unico rimedio efficace non è una fede cieca, ma Vidyā (la conoscenza intuitiva, la saggezza) o Jñāna.

        Il superamento dell’ignoranza si ottiene attraverso la meditazione, la ricerca interiore, la disciplina e la visione diretta della realtà senza i filtri delle proiezioni mentali.

      • PARCO NAZIONALE DEL CIRCEO

        Il Parco Nazionale del Circeo, istituito nel 1934 ed situato lungo la costa tirrenica del Lazio (nel territorio che va da Latina a Terracina), rappresenta uno dei nuclei naturalistici più antichi e affascinanti d’Italia.

        Ciò che rende unico questo territorio è la straordinaria concentrazione di ambienti diversi in uno spazio relativamente ristretto, dove la natura incontaminata si fonde profondamente con il mito e la storia antica.

        Il promontorio calcareo del Monte Circeo domina l’intero paesaggio.

        Visto da lontano, il suo profilo richiama la leggendaria figura di una donna addormentata, un dettaglio che ha alimentato nei secoli il mito omerico della Maga Circe.

        Il promontorio si divide climaticamente in due versanti : il Quarto Caldo, più arido e soleggiato, e il Quarto Freddo, caratterizzato da una fitta lecceta mediterranea.

        Alle pendici del monte e lungo la costa si aprono numerose grotte marine e terrestri, tra cui la celebre Grotta Guattari, di inestimabile valore paleoantropologico per il ritrovamento di resti fossili di uomo di Neanderthal.

        Alle spalle della fascia costiera si estende la Selva del Circeo, ciò che resta dell’antica Selva di Terracina.

        Si tratta della più estesa foresta planiziale di pianura rimasta in Italia, un ecosistema suggestivo caratterizzato dalle cosiddette “piscine” (depressioni del terreno che si riempiono d’acqua piovana nei mesi autunnali e invernali) e dalle “lestre”, antichi insediamenti temporanei di boscaioli e pastori.

        Il sistema delle zone umide comprende quattro laghi costieri salmastri : Fogliano, Monaci, Caprolace e Sabaudia (o Lago di Paola).

        Questi specchi d’acqua, separati dal mare da un cordone di dune sabbiose finissime tra le meglio conservate d’Italia, costituiscono un’area di sosta fondamentale per numerose specie di uccelli migratori.

        Per gli appassionati di birdwatching è possibile osservare aironi, cormorani e colonie di fenicotteri rosa.

        Il parco custodisce anche importanti testimonianze storiche, come i resti della magnifica Villa di Domiziano sulle sponde del Lago di Paola e i percorsi che ricalcano l’antica Via Severiana.

        A completare la tutela dell’area protetta concorre l’isola di Zannone, la più settentrionale delle isole Ponziane, inclusa amministrativamente nel perimetro del parco per la sua incontaminata ricchezza biologica e vulcanica.

      • BORDELLI E NAZISMO

        Durante il regime nazista, il controllo della sessualità e la gestione della prostituzione vennero trasformati in uno strumento di ingegneria sociale, controllo politico e sfruttamento economico.

        L’atteggiamento del nazionalsocialismo verso la prostituzione fu caratterizzato da una profonda contraddizione tra la retorica ideologica puritana e una spietata gestione pragmatica.

        La Politica Nazista sulla Prostituzione

        Inizialmente, il regime nazista ostentò una linea d’intransigenza morale ed eugenetica nei confronti della prostituzione.

        •Repressione e persecuzione

        Negli anni ’30 la prostituzione informale venne duramente perseguita. Molte donne dedite al lavoro di strada vennero arrestate e classificate sotto la categoria di «asociali» (Asoziale), finendo internate nei campi di concentramento o sottoposte a sterilizzazione forzata.

        •Regolamentazione di Stato

        Dal 1939-1940 l’orientamento cambiò drasticamente per ragioni pratiche. Il regime centralizzò la gestione dei bordelli under il controllo diretto della Gestapo e delle forze di polizia, al duplice scopo di prevenire la diffusione di malattie veneree e impedire rapporti interrazziali contrari alle leggi di Norimberga.

        I Bordelli di Guerra e il Sistema Militare

        Con l’espansione bellica, il Terzo Reich istituì una vasta rete di bordelli militari (Wehrmachtsbordelle) nei territori occupati e all’interno del Reich.

        •Controllo della truppa

        La creazione di questi luoghi rispondeva al desiderio del comando militare di mantenere alto il morale dei soldati, limitare i casi di diserzione o indisciplina e contrastare l’omosessualità.

        •Segregazione razziale e gerarchica

        L’accesso ai bordelli era rigidamente regolato secondo criteri di grado e di appartenenza etnica.

        Esistevano strutture distinte per ufficiali, sottufficiali e soldati semplici.

        Le prostitute di origine ariana o assimilata erano destinate ai soldati tedeschi, mentre alle truppe di occupazione e ai lavoratori forzati stranieri venivano assegnate strutture separate.

        I Bordelli nei Campi di Concentramento (Lagerbordelle)

        Una delle pagine più oscure della storia del sistema concentrazionario fu l’istituzione, a partire dal 1942 per iniziativa di Heinrich Himmler, dei bordelli all’interno dei campi di concentramento (Sonderbauten).

        •Scopo e Funzionamento

        I bordelli vennero allestiti in dieci campi principali, tra cui Mauthausen, Buchenwald, Dachau e Auschwitz-Monowitz.

        •Incentivo al lavoro

        L’accesso al bordello fu concepito come un sistema di premialità destinato a una ristretta fascia di prigionieri privilegiati (soprattutto i Kapos, i prigionieri politici tedeschi e gli operai specializzati) per incrementare la produttività del lavoro forzato.

        •Esclusione sistematica

        L’accesso era tassativamente vietato ai prigionieri ebrei e ai prigionieri di guerra sovietici.

        •Le Vittime dello Sfruttamento

        Le donne costrette a lavorare nei bordelli dei Lager venivano reclutate principalmente nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück.

        •Inganno e coercizione

        Molte di esse accettavano la registrazione dietro la falsa promessa che un periodo di lavoro nel bordello avrebbe garantito la liberazione dal campo al termine di sei mesi, promessa che non venne mai mantenuta.

        •Condizioni disumane

        Sottoposte a continui abusi, controlli medici invasivi e trattamenti sanitari degradanti, le donne che si ammalavano o rimanevano incinte venivano rimandate a Ravensbrück o destinate allo sterminio.

        Memoria Storica e Rimozione

        Nel dopoguerra la vicenda dello sfruttamento sessuale nei bordelli nazisti è rimasta a lungo taciuta o trattata con imbarazzo.

        •Stigmatizzazione duratura

        Per decenni le sopravvissute non ottennero alcun riconoscimento come vittime del nazismo né risarcimenti ufficiali, rimanendo segnate dalla reclusione e dal giudizio sociale.

        •Riscoperta storiografica

        Solo a partire dagli anni ’90, grazie al lavoro di storici e ricercatori orientati agli studi di genere e alla storia sociale del Terzo Reich, la realtà dei bordelli di regime e dei Lagerbordelle è stata collocata al centro dell’analisi sulle violenze di massa dell’epoca nazista.

      • MERCATINI DI ROMA

        Roma possiede una tradizione mercatale straordinaria che affonda le radici nella storia popolare della città.

        I mercatini rionali, le mostre-mercato d’antiquariato e le fiere dell’usato rappresentano veri e propri presidi di socialità e scrigni di memoria urbana.

        I Mercati Storici e Rionali

        Il cuore pulsante della vita quotidiana romana batte nei mercati di quartiere, dove l’offerta alimentare si unisce all’incontro sociale.

        •Mercato di Campo de’ Fiori

        Uno dei più celebri e antichi al mondo, attivo dal 1869 nella piazza omonima.

        Sebbene oggi sia fortemente orientato al turismo, conserva il fascino dei banchi storici di ortofrutta, fiori e spezie sotto lo sguardo della statua di Giordano Bruno.

        •Mercato di Testaccio

        Spostato nella moderna struttura coperta di via Aldo Manuzio, rappresenta l’autentica romanità gastronomica.

        Oltre ai banchi storici di generi alimentari, ospita spazi dedicati allo street food di qualità e alla cultura popolare del quartiere operaio per eccellenza.

        •Mercato Trionfale

        Situato in via Andrea Doria, è uno dei mercati coperti più grandi d’Europa.

        Con centinaia di box, offre un’incredibile varietà di prodotti freschi, specialità regionali ed eccellenze artigianali.

        Antiquariato, Vintage e Modernariato

        La capitale è una meta d’elezione per collezionisti, amanti del design retrò e cercatori di tesori nascosti.

        •Porta Portese

        Il mercato delle pulci più famoso di Roma, attivo ogni domenica mattina a Trastevere lungo via Portuense e viale di Trastevere. Nato nel dopoguerra come mercato di beni di seconda mano, offre oggi un caleidoscopio caotico e affascinante di abbigliamento vintage, libri usati, piccoli mobili, curiosità e cianfrusaglie.

        •Mercato Monti

        Nato come spazio dedicato ai giovani creativi, ai designer emergenti e all’artigianato indipendente, si tiene regolarmente nel cuore del rione Monti.

        È il punto di riferimento cittadino per la moda vintage selezionata, il vinile e gli accessori di ricerca.

        •Via Sannio

        Storico mercato adiacente a San Giovanni in Laterano, noto storicamente per l’abbigliamento militare surplus e oggi specializzato in abbigliamento vintage, capi d’occasione e stoffe.

        Fiere e Mercatini Tematici

        Accanto ai mercati stabili, la città ospita appuntamenti periodici dedicati a nicchie specifiche della cultura materiale.

        •Ponte Milvio (Mercato dell’Antiquariato)

        Si svolge la prima domenica del mese lungo le banchine del Tevere e a piazzale di Ponte Milvio, riunendo antiquari e rigattieri con mobili d’epoca, argenti, stampe e oggetti da collezione.

        •Mercatini di Natale a Piazza Navona

        Storico appuntamento festivo che anima la piazza barocca durante il periodo natalizio, tradizionalmente legato alla figura della Befana, con banchi di giocattoli, dolciumi e decorazioni artigianali.

        Geografia e Identità Urbana

        I mercatini di Roma non sono semplici luoghi di scambio commerciale, ma veri e propri spazi antropologici.

        •La voce della città

        Il brio dei banchieri, il dialetto romanesco e la stratificazione delle merci raccontano l’anima multiforme di una metropoli che sa rinnovarsi senza perdere le proprie radici popolari.

        •Rigenerazione e tradizione

        Dal banco ortofrutticolo di quartiere al mercato di design contemporaneo, la rete mercatale continua a presidiare il territorio urbano come antidoto alla standardizzazione commerciale.

      • NAVIGAZIONI FLUVIALI

        La navigazione fluviale rappresenta una delle forme di trasporto ed esplorazione più antiche e affascinanti della storia umana.

        Dalle grandi vie d’acqua che hanno dato origine alle prime civiltà fino ai moderni itinerari turistici e commerciali, i fiumi hanno da sempre plasmato l’economia, la geografia e l’immaginario culturale di interi continenti.

        Il Ruolo Storico delle Vie Fluviali

        I fiumi sono stati i primi veri grandi corridoi di comunicazione, permettendo il movimento di merci, persone e idee ben prima dello sviluppo delle reti stradali e ferroviarie.

        •Le civiltà fluviali

        Lungo il Nilo, il Tigri, l’Eufrate, l’Indo e lo Jiangxi (Fiume Azzurro) sono nate le prime forme di organizzazione sociale complessa, dove l’irrigazione e il commercio per via d’acqua hanno gettato le basi della civiltà urbana.

        •Artifizio e ingegneria

        Nel corso dei secoli, l’uomo ha integrato la rete idrografica naturale con imponenti opere d’ingegneria, come il Canal Grande in Cina o i complessi sistemi di chiuse e canali d’Europa nati tra il Medioevo e la Rivoluzione Industriale.

        Tipologie di Navigazione Fluviale

        Oggi il trasporto e lo spostamento lungo i fiumi si articola su diverse dimensioni.

        •Navigazione Commerciale ed Idrovia

        In molte regioni del mondo la navigazione interna costituisce ancora una dorsale logistica fondamentale, caratterizzata da alta capacità di carico ed elevata efficienza energetica.

        •I grandi bacini merci

        Il fiume Mississippi e la rete dei Grandi Laghi negli Stati Uniti, il Rio delle Amazzoni in America Meridionale, e la fitta rete europea formata da Reno, Danubio, Mosa e Rodano muovono ogni anno milioni di tonnellate di merci pesanti, materie prime e container.

        •La rete idroviaria europea

        Attraverso sistemi di canali comunicanti (come il canale Meno-Danubio), è possibile attraversare l’intero continente dal Mare del Nord al Mar Nero.

        •Crociere Fluviali e Turismo

        Negli ultimi decenni si è assistito a una crescita straordinaria della fruizione turistica dei fiumi, caratterizzata da ritmi lenti e da un contatto ravvicinato con il paesaggio e il patrimonio storico.

        •Le grandi arterie europee

        Il Danubio, il Reno, la Senna, il Douro e il Volga ospitano navi da crociera progettate appositamente con scafi lunghi e profilo basso per passare sotto i ponti storici e superare le chiuse.

        •I grandi fiumi del mondo

        Le navigazioni lungo il Nilo in Egitto, il Mekong nel sud-est asiatico, il Fiume Azzurro in Cina o il Mississippi offrono itinerari che uniscono la scoperta naturalistica a quella storico-archeologica.

        •Il Turismo Esperienziale e il «Houseboating»

        A fianco delle grandi navi da crociera si è sviluppata la navigazione da diporto autonoma, in particolare lungo i canali e i fiumi minori.

        •Noleggio senza patente

        In gran parte d’Europa (Francia, Olanda, Germania, Regno Unito) è diffuso l’uso delle houseboat, imbarcazioni-alloggio che permettono di navigare a bassa velocità lungo i canali interni senza necessità di patente nautica.

        •Turismo di prossimità

        Permette di esplorare aree rurali, borghi storici e parchi naturali con un impatto ambientale ridotto.

        Aspetti Tecnici e Sfide Ambientali

        A differenza della navigazione marittima, il trasporto fluviale deve confrontarsi con dinamiche idrologiche complesse e in continua mutazione.

        •Pescaggio e idrometria

        La navigabilità dipende strettamente dai livelli d’acqua, influenzati dalle stagioni, dalle precipitazioni e dalla presenza di secche o correnti estreme.

        •Cambiamenti climatici

        Fenomeni come le prolungate siccità estive o le piene improvvise pongono gravi problemi alla regolarità della navigazione merci e turistica su grandi fiumi come il Reno e il Po.

        •Sostenibilità e transizione ecologica

        Il settore sta progressivamente convertendo le flotte verso propulsioni ibride, elettriche o a idrogeno per ridurre le emissioni e preservare gli ecosistemi fluviali.

      • POLVERIERA MESSICO

        L’espressione “polveriera Messico” è un’efficace metafora sociopolitica ed economica utilizzata per descrivere la complessa e strutturale instabilità del Paese, in cui tensioni storiche, criminalità organizzata e disuguaglianze sociali rischiano costantemente di provocare esplosioni di violenza o crisi sistemiche.

        1. Il narcotraffico e il potere dei cartelli

        Il fattore principale che rende il Messico una polveriera permanente è il controllo del territorio da parte dei cartelli della droga (come Sinaloa e Jalisco Nueva Generación).

        •Controllo parallelo

        In vaste regioni del Paese, la criminalità organizzata esercita un potere di fatto superiore a quello dello Stato, imponendo gabelle, controllando le amministrazioni locali e gestendo i flussi d’immigrazione clandestina verso gli Stati Uniti.

        •Guerre d’infiltrazione e faide

        Le spaccature interne ai cartelli o le faide per l’egemonia sui confini generano ciclicamente picchi di violenza estrema, scontri armati e ritorsioni sui civili.

        2. Le radici storiche e sociali

        La tendenza del Paese a trasformarsi in un focolaio di rivolta ha radici profonde:

        •La Rivoluzione Messicana (1910)

        Storicamente, l’estrema concentrazione del potere fondiario nelle mani di pochi latifondisti e lo sfruttamento dei peones fecero esplodere la prima grande rivoluzione del XX secolo, guidata da figure come Emiliano Zapata e Pancho Villa.

        •Disuguaglianze e povertà

        Oltre un secolo dopo, le marcate disparità socioeconomiche tra il nord industrializzato e le aree rurali del sud continuano ad alimentare il malcontento e a fornire manodopera costante per le attività illecite.

        3. La faglia geopolitica con gli Stati Uniti

        Il Messico rappresenta l’ultimo diaframma geopolitico tra la potenza statunitense e l’America Latina :

        •Il confine e le migrazioni

        La gestione dei flussi migratori al confine di oltre 3.000 chilometri crea una costante frizione diplomatica con Washington e trasforma le città di frontiera (come Tijuana o Ciudad Juárez) in veri e propri snodi di crisi umanitaria e sicurezza.

        •La richiesta d’armi e il consumo di sostanze

        Il mercato statunitense alimenta la domanda di stupefacenti e garantisce al tempo stesso un flusso ininterrotto di armi da fuoco verso i cartelli messicani, alimentando il circolo vizioso della violenza.

      • MAYA DEVI

        Il nome Maya Devi (o Māyādevī) identifica diverse figure chiave e concetti nelle tradizioni spirituali e culturali dell’Asia:

        •Regina Maya (o Maya Devi) nel Buddismo

        In ambito buddista, la Regina Maya è la madre naturale di Siddhārtha Gautama, il Buddha storico.

        •Biografia e leggenda

        Sposa del re Śuddhodana di Kapilavastu, concepì il Buddha dopo un sogno simbolico in cui un elefante bianco le entrava nel fianco. Diede alla luce il figlio nel giardino di Lumbini (nell’odierno Nepal).

        •La morte prematura

        Secondo la tradizione, morì sette giorni dopo la nascita di Siddhārtha per rinascere nel cielo Tāvatimsa, lasciando l’allevamento del figlio alla sorella Mahāprajāpatī Gautamī.

        •Luoghi di culto

        Il tempio di Maya Devi a Lumbini è un importante sito d’interesse archeologico e meta di pellegrinaggio patrimonio UNESCO.

        •Personaificazione divina nell’Induismo

        Nelle tradizioni induiste, Māyā Devi rappresenta la personificazione della Māyā, l’illusione cosmica o l’energia materiale del Creatore.

        •Funzione cosmica

        Incarna la forza che cela la vera natura della realtà suprema (Brahman), creando il mondo dei fenomeni sensibili e della molteplicità.

        •Siti sacri

        A Haridwar, in India, sorge un celebre tempio dedicato a Maya Devi (considerato uno dei tre Siddha Peetha della città), dove la Dea è venerata come divinità protettrice.

        •Figura contemporanea nello Yoga e Tantra

        In Italia, Maya Swati Devi è il nome d’arte di un’autrice, ricercatrice e maestra di Tantrismo e Tantra Yoga. È fondatrice della scuola Devi Tantra Yoga e autrice di testi dedicati all’alchimia tantrica e alla tradizione spirituale indiana.

      • LIBERAZIONE DAL SAMSARA

        La liberazione dal Samsara, indicata con il termine sanscrito Moksha nel contesto induista o Nirvana nel contesto buddista, rappresenta la cessazione definitiva del ciclo ininterrotto di nascite, morti e rinascite.

        Questo ciclo è alimentato dall’ignoranza spirituale (Avidya), dal desiderio e dalla legge di causa ed effetto (Karma), che vincolano l’essere umano all’illusione del mondo materiale (Maya).

        Raggiungere questo stato significa spezzare la catena della sofferenza e superare la percezione illusoria della separazione tra l’individuo e la realtà ultima.

        Non si tratta di una semplice fine fisica o di un’evasione temporanea, ma di un risveglio profondo che rivela la vera natura dell’esistenza.

        Nelle diverse tradizioni filosofiche dell’Asia meridionale, il percorso verso questo risveglio richiede una profonda trasformazione interiore.

        Attraverso la meditazione, la conoscenza diretta, la disciplina etica e il distacco dalle passioni egotiche, la mente dissipa la nebbia dell’attaccamento.

        Quando il senso di un “io” separato e autonomo si dissolve, le azioni smettono di produrre ulteriore condizionamento karmico, conducendo infine alla pace incondizionata e alla libertà assoluta.

      • GUARDIA DEL CORPO

        MA ANCHE …..

        La prossimità costante produce un’intimità peculiare, difficile da riscontrare in qualsiasi altra professione.

        Chi protegge una vita non ne condivide soltanto le ore ufficiali, ma ne abita le ombre, i momenti di stanchezza, le vulnerabilità prive di maschera e gli sguardi rubati prima di ogni uscita pubblica.

        È un rapporto che nasce da una asimmetria evidente lo: da una parte c’è chi espone il proprio corpo o la propria posizione al rischio, dall’altra chi offre il proprio istinto e la propria presenza come scudo.

        Questa tensione costante, alimentata dall’allerta perenne e dal dovere della vigilanza, crea un terreno favorevole in cui la reciproca dipendenza sfuma facilmente nel desiderio.

        L’affidamento totale della propria incolumità fisica a un’altra persona genera infatti una forma profonda di gratitudine e di abbandono.

        Dall’altro lato, chi protegge sviluppa un senso di possesso e di custodia che travalica il protocollo operativo, trasformando l’obbligo contrattuale in una dedizione personale.

        Quando la barriera formale cade e il rapporto scivola nella relazione sentimentale o carnale, la dinamica della protezione cambia radicalmente natura.

        Il pericolo esterno smette di essere soltanto una minaccia professionale e diventa una questione personale, capace di annebbiare la lucidità tattica o, al contrario, di esasperare la prontezza di riflessi.

        La guardia del corpo che diventa amante si trova così a vivere un doppio ruolo scisso tra la freddezza imposta dal compito e il coinvolgimento emotivo che spinge alla vulnerabilità.

        È una figura sospesa tra la disciplina del silenzio e l’urgenza del contatto, in un equilibrio precario dove la sicurezza di chi è protetto dipende dalla capacità di nascondere, agli occhi del mondo, il legame che li unisce.

      • MERCHANT BANKING

        Il merchant banking rappresenta quella frontiera della finanza in cui la banca smette di essere un freddo contabile per diventare un compagno di viaggio dell’impresa.

        La banca commerciale classica guarda al passato del cliente, pretende garanzie immobiliari o bilanci storici ineccepibili, e si limita a erogare credito monetario facendosi pagare un tasso di interesse.

        La merchant bank guarda invece al futuro, analizza il potenziale di sviluppo di un’idea o di una ristrutturazione industriale, ed entra direttamente in scena condividendo il rischio.

        Questa condivisione avviene attraverso l’ingresso nel capitale sociale con quote temporanee di maggioranza o di minoranza, oppure mediante la strutturazione di operazioni straordinarie come fusioni, acquisizioni e quotazioni nei mercati regolamentati.

        In questa dinamica la banca apporta non soltanto liquidità, ma anche un patrimonio decisivo di competenze manageriali, relazioni internazionali e visione strategica.

        L’obiettivo finale non è la riscossione della rata mensile, bensì la creazione di valore nel tempo, da monetizzare poi al momento dell’uscita dalla società attraverso la vendita della partecipazione o la quotazione in borsa.

        È una finanza che richiede cautela e analisi approfondita, perché il rischio assunto è reale, ma è anche l’unico modello capace di dare respiro e prospettiva alle imprese che vogliono compiere un salto dimensionale.

      • STADIO SAN NICOLA E STADIO DELLA VITTORIA

        BARI

        Il panorama calcistico e urbanistico di Bari ruota attorno a un imponente progetto di rigenerazione che interessa non la costruzione di un impianto del tutto nuovo da zero, ma una profonda ristrutturazione integrata dei due stadi storici della città :

        Lo Stadio San Nicola e lo Stadio della Vittoria.

        L’iniziativa fa capo alla proposta avanzata dalla società Stadio&Co (legata al gruppo facente capo a Tim Vaughn e a partner internazionali, con il sostegno finanziario garantito da fondi come Sixth Street) per un investimento complessivo stimato intorno ai 250 milioni di euro.

        I punti chiave del progetto e le novità principali comprendono :

        Il restyling del San Nicola

        Il piano recupera e reinterpreta l’idea originaria di ristrutturazione concepita dallo studio di Renzo Piano. L’intervento prevede l’eliminazione della pista di atletica e il ribassamento del terreno di gioco di diversi metri, consentendo la realizzazione di nuove gradinate a ridosso del campo. In questo modo la capienza dell’“astronave” verrebbe non solo preservata ma potenzialmente ampliata, superando i 60.000 posti (fino a circa 64.000), anche in ottica di candidatura per i campionati europei del 2032.

        Il ruolo dello Stadio della Vittoria

        L’impianto di Via Pisanelli è pensato per svolgere una funzione complementare e temporanea fondamentale. Durante i lavori di cantiere al San Nicola, il Della Vittoria verrebbe temporaneamente adeguato per ospitare le partite casalinghe della squadra, garantendo la continuità sportiva. Successivamente, verrebbe riconvertito in un polo multifunzionale urbano per eventi culturali, concerti e altre discipline sportive.

        Tempistiche e iter amministrativo

        Il cronoprogramma programmatico ipotizza l’avvio dei cantieri a partire dal biennio successivo, con un orizzonte di completamento fissato tra il 2027 e il 2031. L’Amministrazione comunale ha avviato la conferenza di servizi preliminare e la fase di istruttoria per valutare l’interesse pubblico dell’opera, ponendo al contempo paletti rigorosi (come il no a volumetrie residenziali speculative) e dialogando con gli enti coinvolti per definire la fattibilità definitiva del piano.

      • ENZITETO DI BARI

        Enziteto è un rione periferico di Bari situato all’estremo nord del territorio comunale, compreso all’interno del V Municipio insieme alle località di Santo Spirito, Palese, Catino e San Girolamo.

        Il quartiere sorge a circa quindici chilometri dal centro cittadino, incuneato tra la Strada Statale 16, la ferrovia e le aree rurali che circondano l’aeroporto di Bari-Palese.

        La sua origine risale alla metà degli anni Ottanta, con la posa della prima pietra avvenuta nel giugno del 1985.

        Nato nell’ambito dei piani di edilizia residenziale pubblica per rispondere all’emergenza abitativa della città, il rione prende il nome dalla storica contrada agricola su cui fu edificato.

        Nel tentativo di affrancare l’area dallo stigma di ghetto periferico e segnare un percorso di riscatto sociale, la zona è stata ufficialmente rinominata Quartiere San Pio, in onore del santo di Pietrelcina.

        Nonostante il cambio di denominazione ufficiale e gli interventi di riqualificazione urbana promossi negli anni dalle istituzioni e dalle associazioni locali, la comunità e la cittadinanza continuano ad identificarlo storicamente con il nome di Enziteto.

      • GRAN LOGGIA DI LONDRA

        La Gran Loggia di Londra, nota storicamente come la Prima Gran Loggia d’Inghilterra (Premier Grand Lodge) o Gran Loggia dei Moderni, fu fondata il 24 giugno 1717.

        L’evento si svolse presso la locanda Goose and Gridiron nel cortile della cattedrale di San Paolo a Londra, dove quattro preesistenti logge londinesi decisero di unirsi per dar vita a un’unica struttura di coordinamento.

        Questo momento viene considerato dagli storici come la nascita ufficiale della massoneria speculativa moderna.

        Negli anni successivi, in particolare nel 1723, la Gran Loggia vide la pubblicazione delle sue celebri costituzioni a opera del pastore James Anderson, un testo che stabilì i princìpi fondamentali, le regole e la struttura organizzativa destinati a fare da modello per la massoneria di tutto il mondo.

        Nel corso del XVIII secolo, l’autorità della Gran Loggia di Londra fu affiancata e talvolta contrapposta da un’altra fazione massonica, quella dei cosiddetti “Antichi”.

        Le due anime rivali trovarono infine una riconciliazione il 27 dicembre 1813, fondendosi formalmente nella Gran Loggia Unita d’Inghilterra (United Grand Lodge of England – UGLE), l’obbedienza massonica regolare tuttora esistente con sede alla Freemasons’ Hall di Great Queen Street a Londra.

      • SABAUDIA

        Sabaudia si svela come un’isola di pietra e luce nel cuore dell’Agro Pontino, una gemma del razionalismo italiano sorta in soli duecentocinquanta giorni durante la grande bonifica degli anni Trenta.

        Le sue architetture, firmate da maestri del calibro di Gino Cancellotti e Angiolo Mazzoni, dialogano con lo spazio urbano attraverso linee pure, volumi essenziali e un senso di sobria monumentalità che rifugge ogni retorica pesante.

        Il profilo del Palazzo Comunale con la sua torre snella e il celebre Palazzo delle Poste, rivestito di tessere azzurre in omaggio a Casa Savoia, definiscono una metafisica urbana che ha sedotto generazioni di intellettuali, registi e scrittori.

        Alle spalle del tessuto cittadino si estende il Parco Nazionale del Circeo, un mosaico ecologico dove i laghi costieri – come il Lago di Paola – specchiano le macchie mediterranee e le vestigia della millenaria Villa di Domiziano.

        Più oltre, il cordone dunale custodisce spiagge di sabbia fine, protette da una vegetazione rigogliosa che guarda dritta verso l’imponente promontorio del Circeo, dimora mitologica della Maga Circe.

      • GOLFO DI PALERMO

        Il Golfo di Palermo si apre come un ampio semicerchio naturale sulla costa settentrionale della Sicilia.

        La sua geometria è racchiusa tra i rilievi imponenti di Monte Gallo a ovest e di Capo Zafferano a est.

        Questo tratto di mare accoglie la città capoluogo, adagiata in una vasta conca pianeggiante nota storicamente come Conca d’Oro.

        Le acque del golfo bagnano un litorale ricco di stratificazioni storiche, porti antichi e insenature che nei secoli hanno favorito gli scambi commerciali e culturali nel Mediterraneo.

        Alle spalle del golfo, i monti di Palermo fanno da corona naturale, creando un contrasto suggestivo tra la verticalità delle pareti rocciose e la distesa aperta dell’orizzonte marino.

      • SANTA MARIA DI LEUCA

        Santa Maria di Leuca rappresenta l’estremo lembo meridionale del Salento, il punto in cui la terraferma si protende verso il Mediterraneo e l’orizzonte si apre in un abbraccio infinito tra cielo e acqua.

        Conosciuta sin dall’antichità come de Finibus Terrae – là dove finiscono le terre – questa località custodisce un fascino sospeso tra mito, storia millenaria e una natura aspra e luminosa.

        Il cuore spirituale e monumentale si erge sul promontorio di Punta Meliso, dominato dal maestoso Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae e dal imponente Faro, alto quasi cinquant metri e attivo dalla seconda metà dell’Ottocento.

        Proprio ai piedi del promontorio si snoda la monumentale scalinata dell’Acquedotto Pugliese, affiancata dalla cascata che periodicamente celebra l’arrivo dell’acqua nel punto più a sud della regione.

        Il litorale è un susseguirsi di scogliere scolpite dal vento e grotte marine ricche di storia e di riflessi cangianti, come la Grotta del Diavolo, la Grotta delle Tre Porte e la Grotta del Soffio.

        Passeggiando lungo il lungomare si incontrano le caratteristiche ville ottocentesche, dimore signorili ed eclettiche che spaziano dallo stile moresco al neogotico, testimonianza di un passato aristocratico e raffinato.

        Leuca non è soltanto una meta geografica, ma un luogo dell’anima, dove la luce del sud amplifica i contorni del paesaggio e restituisce il senso autentico del viaggio.

      • PROFESSOR OCCULTIS

        Uno dei personaggi più celebri e iconici del fumetto italiano del dopoguerra, creato dal celebre trio di autori torinesi noto come EsseGesse (Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto).

        Apparso per la prima volta nel 1951 sulle pagine del Comandante Mark e precedentemente idealizzato nelle prime avventure del trio, il professore è soprattutto la figura centrale e la spalla comica insostituibile nel grande classico Capitan Miki.

        Ecco gli aspetti chiave che rendono indimenticabile questo personaggio :

        Profilo e personalità

        Nome completo

        Il suo nome di battesimo è Egidio Occultis.

        L’aspetto

        Figura snella, baffi a spazzola, occhiali da vista e cappello a tesa larga.

        La natura di “tuttofare”

        Si presenta come uno scienziato, erborista, alchimista, medico d’assalto e persino mago, anche se la maggior parte dei suoi rimedi scientifici sfocia in rocamboleschi fallimenti.

        Astuzia e vizi

        È profondamente legato all’appetito, al buon vino e al denaro facile. Pur rimanendo un uomo di fondo onesto e leale nei confronti del giovane Miki, non esita a ricorrere a piccoli imbrogli, travestimenti o sotterfugi per togliersi dai guai o per riempirsi le tasche.

        Il ruolo nella narrazione

        Nel trio dei protagonisti di Capitan Miki, il Professor Occultis crea un perfetto contrappunto comico insieme a Doppio Rum, l’anziano ed etilico compagno d’avventure.

        Mentre Miki rappresenta la rettitudine e il dovere del giovane Ranger del Nevada, Occultis e Doppio Rum incarnano l’elemento picaresco e scanzonato, capace di smorzare la tensione anche nelle situazioni più pericolose.

      • PLAUTO

        Tito Maccio Plauto rappresenta la figura centrale e più dirompente della commedia latina arcaica.

        Nato a Sarsina intorno al 254 a.C. e morto a Roma nel 184 a.C., ha trasformato la commedia greca nuova (palliata) in un dispositivo comico originale, travolgente e profondamente teatrale.

        •La struttura comica e i meccanismi scenici

        L’architettura del teatro plautino non punta sul realismo psicologico o sulla verosimiglianza della trama, ma sulla pura efficacia scenica.

        •La trame a canovaccio

        Gli intrecci ruotano quasi sempre attorno al desiderio di un giovane (adolescens) di congiungersi con l’amata, ostacolato da un padre severo (senex) o da un ruffiano (leno).

        •Il servo astuto (servus callidus)

        È il vero motore dell’azione, l’architetto di inganni e beffe che risolve la situazione e guida la catarsi comica.

        •Il capovolgimento sociale

        Nel mondo di Plauto i ruoli tradizionali della società romana si invertono temporaneamente; gli schiavi prendono il controllo, sbeffeggiano i padroni e guidano il gioco.

        •Lo stile e la lingua

        La straordinaria forza di Plauto risiede nel suo linguaggio (sermo cotidianus rielaborato e stilizzato).

        •Invenzione verbale

        Creazione di neologismi, giochi di parole, doppi sensi, allitterazioni e metafore audaci.

        •Metrica varia e cantica

        Uso sapiente dell’alternanza tra parti recitate (diverbia) e parti cantate o accompagnate dalla musica (cantica), che conferiscono all’opera un ritmo quasi operistico.

        •Rottura dell’illusione scenica

        I personaggi si rivolgono direttamente al pubblico con battute a parte, esplicitando la finzione teatrale.

        •Le opere principali

        Delle centinaia di commedie attribuitegli nell’antichità, il grammatico Varrone ne selezionò 21 considerate autentiche (il cosiddetto corpus varroniano).

        Tra le più celebri :

        •Miles Gloriosus

        La figura del soldato fanfarrone e vanaglorioso, prototipo del millantatore in tutta la storia del teatro.

        •Aulularia

        La commedia dell’pentola d’oro, incentrata sull’avarizia paranoica del vecchio Euclione.

        •Menaechmi

        La commedia degli equivoci per eccellenza, basata sul doppio e sullo scambio d’identità tra due gemelli separati alla nascita.

        •Amphitruo

        L’unica palliata a soggetto mitologico, dove la confusione di identità tra dei e mortali genera situazioni esilaranti.

        •Pseudolus

        Il capolavoro del servus callidus, dove lo schiavo Pseudolo orchestra un inganno perfetto ai danni del ruffiano Ballione.

        L’eredità di Plauto ha segnato in modo indelebile la tradizione drammaturgica occidentale, influenzando direttamente il teatro del Rinascimento, Molière e Shakespeare.

      • VINO COME CULTURA MILLENARIA

        Il vino non è semplicemente una bevanda, ma uno dei più potenti dispositivi culturali creati dall’umanità.

        Nel corso dei millenni, la vite e la fermentazione del suo frutto hanno accompagnato il passaggio dalla dimensione nomade a quella sedentaria, trasformando l’agricoltura in paesaggio e il consumo in rituale sociale.

        Il vino nasce nel Caucaso e nella Mezzaluna Fertile circa ottomila anni fa, ma trova nel Mediterraneo la sua vera patria simbolica e concettuale.

        Per i Greci il vino era la soglia che separava la civiltà dalla barbarie, celebrato nel simposio come momento politico, filosofico e poetico, governato dalla misura e dalla presenza di Dioniso.

        I Romani ne democratizzarono la produzione e la diffusione, strutturando una vera e propria economia enoica attraverso le vie consolari e le rotte commerciali dell’Impero.

        Con il declino dell’Impero Romano, fu il monachesimo medievale a custodire e perfezionare il sapere agronomico ed enologico, legando la vite ai territori e ponendo le basi per il concetto moderno di terroir.

        Coltivare la vite significa intervenire sullo spazio e sull’architettura della terra.

        I terrazzamenti a secco, i filari incastonati nelle colline e le geometrie dei vigneti non sono soltanto elementi produttivi, ma vere e proprie forme d’arte del paesaggio, dove la natura viene plasmata dalla mano dell’uomo senza essere distrutta.

        Il vino diventa così la memoria liquida di un luogo, capaci di sintetizzare in un calice la natura del suolo, le micro-variazioni del clima e il sapere stratificato delle comunità locali.

        Oggi la cultura del vino vive una profonda evoluzione.

        Accanto all’aspetto edonistico e degustativo, emerge una nuova consapevolezza legata alla sostenibilità, alla tutela della biodiversità e al recupero dei vitigni autoctoni.

        Bere vino con consapevolezza significa ascoltare una narrazione che intreccia storia, sociologia, estetica e rispetto per i tempi della terra.

      • OPEN PARLAMENTO

        ENTRA

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      • ONOREVOLI MUTI O QUASI

        È una frustrazione del tutto comprensibile e ampiamente condivisa.

        L’immagine del parlamentare che scalda la sedia, incassa la diaria e non mette mai la propria voce o le proprie idee al servizio dei cittadini è una delle rappresentazioni più emblematiche del distacco tra la politica e il paese reale.

        Tuttavia, il fenomeno dei deputati e senatori “silenziosi” merita di essere analizzato sotto un duplice aspetto per capire come funziona davvero la macchina parlamentare :

        •La comunicazione d’aula vs. il lavoro di commissione

        I dibattiti parlamentari trasmessi in TV o gli interventi in Assemblea (Montecitorio o Palazzo Madama) sono solo la punta dell’iceberg.

        Gran parte del lavoro legislativo vero e proprio — l’esame dettagliato dei testi, la stesura e la negoziazione degli emendamenti, le audizioni di esperti — si svolge nelle Commissioni parlamentari. Molti parlamentari che non prendono mai la parola in Aula lavorano in realtà alacremente dietro le quinte.

        •La disciplina di partito e la “passività di gruppo”

        Con gli attuali sistemi elettorali e la forte centralizzazione dei partiti, la gestione dei tempi di parola in Aula viene rigidamente spartita dai capigruppo.

        Spesso agli “onorevoli di seconda fila” non viene semplicemente data la parola, poiché si preferisce far intervenire i soliti noti o i portavoce ufficiali del partito.

        Questo trasforma molti eletti in meri “alzatori di mano” al momento del voto.

        Restano comunque casi evidenti di scarso impegno : per monitorare l’effettiva attività di un deputato o senatore, è utile consultare piattaforme indipendenti come OpenParlamento (curata dall’associazione Openpolis).

        Lì è possibile verificare non solo i discorsi in Aula, ma anche la percentuale di presenze ai voti, i ddl presentati come primo firmatario, gli emendamenti e l’attività nelle commissioni, così da distinguere chi lavora nell’ombra da chi si limita a esercitare una “politica passiva”.

      • RISTORAZIONE

        I consumi della ristorazione in Italia stanno attraversando una fase di marcata ridefinizione strutturale, guidata da nuove abitudini quotidiane e da una maggiore attenzione al budget familiare.

        L’aumento dell’inflazione e il rialzo generalizzato dei listini hanno spinto i consumatori a selezionare con maggiore cura le occasioni di uscita.

        Il pranzo si conferma un pilastro fondamentale, sostenuto dalla ripresa del lavoro in presenza e dal consolidamento della pausa pranzo come momento pratico ma gratificante.

        La ristorazione veloce di qualità e i format aziendali o informali continuano quindi a registrare volumi stabili o in crescita.

        Al contrario, le occasioni di consumo accessorie o legate al tempo libero vivono una flessione evidente.

        Gli aperitivi e la frequentazione dopocena subiscono un ridimensionamento sia in termini di frequenza sia di spesa media.

        Il fenomeno del trading down porta molti clienti a ridurre le ordinazioni extra o a preferire momenti di convivialità domestica per la fascia serale.

        Il settore si trova di conseguenza ad affrontare la necessità di ripensare i format d’offerta, concentrando le energie sulla marginalità dei servizi centrali e su proposte capaci di intercettare una domanda serale più cauta e selettiva.

      • LA SOGLIA DEL GROTTESCO

        Il dibattito pubblico contemporaneo ha ormai varcato la soglia del grottesco, trasformando le sedi istituzionali e il discorso politico in una rappresentazione surreale che ricorda da vicino le dinamiche di un asilo infantile.

        La progressiva perdita di autorevolezza della classe dirigente non si manifesta soltanto nella povertà dei contenuti ideologici o nella carenza di visioni strategiche a lungo termine, ma emerge con prepotenza attraverso l’ossessione per il dettaglio insignificante e per la provocazione da palcoscenico.

        Le polemiche quotidiane non ruotano più attorno ai grandi temi dell’economia, della geopolitica o delle riforme strutturali, bensì si frammentano in micro-eventi dettati dal folklore del momento.

        Dalle discussioni sull’abbigliamento d’ordinanza alle metafore tratte dalla cultura pop e dai cartoni animati, la comunicazione politica ha completamente azzerato la distanza tra la gravità delle funzioni statali e l’intrattenimento di basso profilo. Ogni dichiarazione viene calibrata esclusivamente in funzione del consenso immediato e dell’impatto algoritmico, alimentando una bolla mediatica in cui il vuoto concettuale viene mascherato da un rumore di fondo costante.

        Questa regressione infantile della sfera pubblica produce un doppio effetto nefasto: da un lato allontana definitivamente i cittadini da una partecipazione consapevole, dall’altro anestetizza il pensiero critico, riducendo la dialettica democratica a una tifoseria da cortile. Quando la forma divora la sostanza e il teatrino delle comparse sostituisce l’analisi dei fatti, la politica cessa di essere strumento di governo per trasformarsi in una semplice finzione spettacolare.

      • DOMENICO PROCACCI

        Domenico Procacci è tra le figure di maggiore rilievo e impatto nella produzione cinematografica e culturale italiana contemporanea.

        Nato a Bari nel 1960, fonda a Roma nel 1989 la casa di produzione Fandango, prendendo il nome dall’omonimo film cult di Kevin Reynolds.

        Con Fandango ha aperto un percorso indipendente capace di coniugare il cinema d’autore, la ricerca sui giovani talenti e il successo di pubblico e critica.

        Nel corso di circa quarant’anni di carriera ha prodotto oltre cento titoli tra lungometraggi e documentari.

        Ha lavorato all’esordio di autori fondamentali come Gabriele Muccino con L’ultimo bacio, Luciano Ligabue con Radiofreccia, Matteo Garrone con Gomorra e Reality (entrambi premiati con il Grand Prix a Cannes), Paolo Sorrentino con Le conseguenze dell’amore, oltre a collaborare stabilmente con registi del calibro di Nanni Moretti, Ferzan Özpetek e Daniele Vicari.

        La sua attività si è estesa con successo anche alle grandi produzioni televisive internazionali e seriali, tra cui spiccano Gomorra – La serie, L’amica geniale e La vita bugiarda degli adulti. Nel 2022 ha firmato la sua prima regia con il documentario Una squadra, dedicato alla nazionale italiana di tennis vincitrice della Coppa Davis nel 1976.

        Attorno alla Fandango ha inoltre costruito un articolato polo creativo indipendente che comprende la casa editrice Fandango Libri, un’etichetta discografica e la distribuzione cinematografica.

        Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua opera, tra cui svariati David di Donatello, Nastri d’Argento e Ciak d’Oro come miglior produttore.

        Info aggiuntiva

        Domenico Procacci e Kasia Smutniak sono legati sentimentalmente dal 2011 e si sono sposati nel settembre del 2019 con una cerimonia privata organizzata a sorpresa nella loro casa di Formello.

      • MATTEO BARONETTO

        Matteo Baronetto (Torino, 1977) è uno dei protagonisti della cucina d’autore italiana contemporanea, celebre per il suo stile colto, analitico e rigorosamente legato alle materie prime.

        Cresciuto sotto la guida di Marchesi e soprattutto di Carlo Cracco, con cui ha lavorato per oltre un decennio prima alle Clivie di Piobesi d’Alba e poi al celebre Ristorante Cracco di Milano, dal 2014 è alla guida dello storico ristorante Del Cambio a Torino, dove ha ottenuto una stella Michelin mantenendo viva l’eredità della tradizione piemontese attraverso un linguaggio fortemente contemporaneo.

        Il suo approccio gastronomico si distingue per l’uso virtuoso dell’amaro, delle consistenze e dell’estrazione dei sapori, lavorando spesso su contrasti e su abbinamenti apparentemente essenziali.

        Tra le sue innovazioni più emblematiche spicca la cosiddetta cucina a specchio, una riflessione concettuale in cui accosta nello stesso piatto la versione classica di una ricetta e la sua rilettura contemporanea o cruda, instaurando un dialogo immediato tra memoria e avanguardia.

        Oltre al lavoro di ricerca in cucina, Baronetto ha firmato diversi progetti editoriali dedicati alla cultura gastronomica e alla storia della cucina piemontese.

      • GINO SARFATTI

        Veneto, 1912 – Griante, 1985

        Uno dei maestri indiscorsi del design industriale italiano e una figura chiave nella storia dell’illuminazione del Novecento.

        Ingegnere mancato per motivi economici e politici legati alle leggi razziali, fondò a Milano nel 1939 la storica azienda Arteluce, divenuta punto di riferimento internazionale per l’innovazione tecnologica e l’estetica della luce.

        Nel corso della sua carriera ha progettato oltre 700 lampade, distinguendosi per un approccio quasi artigianale unito alla costante ricerca sui materiali, dalle strutture in ottone e alluminio fino all’uso pionieristico del perspex e delle prime sorgenti alogene negli anni Sessanta.

        Tra le sue creazioni più iconiche spicca il Modello 2097 del 1958, una rilettura ultra-moderna e rigorosa del classico lampadario a bracci rococò dove i cavi elettrici non vengono nascosti ma diventano elemento decorativo e strutturale.

        Nel 1973 Sarfatti vendette Arteluce al gruppo Flos, ritirandosi sul Lago di Como, ma la sua eredità progettuale continua a influenzare profondamente il disegno della luce contemporaneo.

      • Christopher Michael Shellis

        DESIGNER BRITANNICO

        Creatore di gioielli noto per la casa di moda di lusso House of Borgezie.

        È celebre per le sue creazioni stravaganti ed esclusive di calzature di altissima moda, cinture e gioielli realizzati in oro e platino incastonati di diamanti, tra cui i famosi stivali e tacchi a spillo milionari acquistati e indossati anche da celebrità della musica e dello spettacolo.

      • BERGEN

        ADAGIATA SULLA COSTA OCCIDENTALE DELLA NORVEGIA

        Circondata da sette montagne e fiordi imponenti, è la seconda città del paese e la sua capitale culturale storicamente legata al mare.

        Fondata attorno al 1070 dal re Olav Kyrre con il nome di Bjørgvin (“il prato tra le montagne”), la città fu capitale del regno di Norvegia nel corso del XIII secolo.

        La sua posizione geografica strategica le permise di trasformarsi rapidamente nel principale emporio commerciale del Nord Europa, diventando uno snodo cruciale per il commercio del merluzzo essiccato.

        Nel XIV secolo la Lega Anseatica vi insediò uno dei suoi quattro ponti di comando al di fuori della Germania.

        Le vestigia di questo passato restano visibili nel quartiere storico di Bryggen, il celebre molo caratterizzato dalle tipiche case in legno colorate che si affacciano sul porto, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

        Città natia del compositore Edvard Grieg, Bergen mantiene una forte vocazione artistica e musicale, coniugando la memoria mercatile e marinara con il ruolo contemporaneo di porta d’accesso ai fiordi norvegesi.

      • PATRIZIA CONTE

        Patrizia Conte è una tra le voci più apprezzate e intense del panorama jazzistico italiano.

        Originaria di Taranto e milanese d’adozione, vanta una lunga carriera costellata da collaborazioni di altissimo profilo sia sul fronte nazionale sia su quello internazionale.

        Nel corso degli anni ha condiviso il palco e lo studio di registrazione con maestri del calibro di Gianni Basso, Tullio De Piscopo, Lee Konitz, Cedar Walton, Billy Higgins e Dado Moroni, calcando i palcoscenici di storici tempî del jazz come il Capolinea e il Tangram di Milano.

        Oltre all’attività concertistica, svolge un ruolo centrale come docente e vocal coach presso conservatori e atenei italiani, avendo seguito la formazione vocale di artiste come Paola e Chiara, Roberta Faccani e Bianca Atzei.

        Nel 2025 ha conquistato il grande pubblico televisivo vincendo la quinta edizione di The Voice Senior nel team guidato da Gigi D’Alessio, distinguendosi per un’interpretazione profonda e ricca di sfumature espressive.

      • SAUL NANNI

        Attore italiano nato a Bologna il 4 febbraio 1999.

        Ha esordito giovanissimo nel cinema con il film Un ragazzo d’oro (2014) diretto da Pupi Avati La notorietà al grande pubblico arriva tra il 2015 e il 2016 grazie al ruolo di Christian Alcantara nella serie teen Alex & Co. prodotta da Disney Channel

        Negli anni successivi ha consolidato la sua carriera partecipando a diverse produzioni televisive e cinematografiche di rilievo, tra cui le serie Non dirlo al mio capo, Made in Italy e la miniserie Supersex su Netflix, dove interpreta la versione giovanile di Rocco Siffredi

        Al cinema ha recitato in pellicole come Come diventare grandi nonostante i genitori (2016), Sotto il sole di Riccione (2020), Love & Gelato (2022) e Brado (2022) diretto da Kim Rossi Stuart

        Tra i suoi progetti più recenti figura l’adattamento seriale de Il Gattopardo prodotto da Netflix, in cui interpreta il personaggio di Tancredi Falconeri

      • ALESSANDRO BARICCO

        Alessandro Baricco è una delle figure più poliedriche e influenti del panorama culturale italiano dagli anni Novanta a oggi, capace di spaziare con disinvoltura tra narrativa, saggistica, teatro, televisione e divulgazione culturale.

        Nato a Torino nel 1958 e laureato in Filosofia con una tesi in Estetica, ha da sempre messo al centro del suo percorso il rapporto tra la parola, la musica e la complessità del mondo contemporaneo.

        Stile e poetica

        La scrittura di Baricco si distingue per un ritmo fortemente musicale, caratterizzato da frasi brevi, iterazioni, un uso sapiente dei silenzi e un’evocativa combinazione di lirismo e immediatezza.

        Nei suoi romanzi, la trama cede spesso il passo alla creazione di atmosfere sospese e personaggi eccentrici, guidati da passioni assolute o da una ricerca di senso fuori dai binari convenzionali.

        Parallelamente, nella sua attività saggistica, Baricco ha dimostrato una spiccata capacità di analizzare le mutazioni sociali e culturali portate dalla rivoluzione digitale, interpretando il presente senza nostalgie e con una visione profondamente originale.

        Opere principali

        •Castelli di rabbia (1991)

        L’esordio narrativo, premiato con il Premio Campiello Selezione e il Prix Médicis Étranger, che rivela da subito la sua cifra stilistica unica.

        •Oceano mare (1993)

        Una delle sue opere più celebri e amate, affresco corale in cui il mare diventa metafora di guarigione, mistero e limite dell’esistenza umana.

        •Novecento (1994)

        Monologo teatrale nato per l’attore Eugenio Allegri, storia del pianista nato e cresciuto sul piroscafo Virginian che non ha mai messo piede sulla terraferma (da cui Giuseppe Tornatore ha tratto il film La leggenda del pianista sull’oceano).

        •Seta (1996)

        Un vero e proprio caso editoriale internazionale, romanzo essenziale e rarefatto ambientato nell’Ottocento tra la Francia e il Giappone.

        •I Barbari (2006) e The Game (2018)

        Saggi fondamentali in cui esplora la trasformazione del pensiero e delle relazioni nell’era dell’iperconnettività e del digitale.

        Progetti e divulgazione

        Oltre all’attività editoriale, Baricco ha rivoluzionato il modo di raccontare la letteratura in televisione con programmi storici come Pickwick, ovvero del leggere e del scrivere (1994).

        Nel 1994 ha fondato a Torino la :

        •Scuola Holden

        scuola di storytelling e arti narrative divenuta negli anni un punto di riferimento primario per la formazione di giovani scrittori, sceneggiatori e comunicatori.

        La sua opera continua a rappresentare uno snodo cruciale nel dibattito sulla forma della narrazione contemporanea e sul valore della parola nell’era contemporanea.

      • GIUSEPPE TORNATORE

        Giuseppe Tornatore rappresenta una delle voci più liriche e rigorose del cinema italiano contemporaneo, capace di coniugare una profonda nostalgia visiva con una maestria narrativa di respiro internazionale.

        Nato a Bagheria nel 1956, il regista siciliano ha costruito un immaginario unico in cui la memoria individuale si intreccia indissolubilmente con la storia collettiva e con la passione viscerale per la pellicola.

        Poetica e temi ricorrenti

        Il cinema di Tornatore si distingue per la costante ricerca sul senso del tempo, sulla perdita e sul potere evocativo dell’immagine.

        La Sicilia, narrata lontana da facili stereotipi folkloristici, diventa uno spazio mitico e drammatico, teatro di formazione personale e specchio dell’anima dei suoi personaggi.

        Un elemento fondamentale della sua opera è il profondo sodalizio artistico con Ennio Morricone, la cui musica ha scolpito l’identità emotiva di quasi tutti i suoi film, fino al toccante omaggio documentaristico Ennio (2021).

        Opere fondamentali

        •Nuovo Cinema Paradiso (1988)

        Vincitore del Premio Oscar al miglior film in lingua straniera, è un’accorata dichiarazione d’amore al cinema come luogo fisico e spirituale di condivisione.

        •Stanno tutti bene (1990)

        Un viaggio malinconico attraverso l’Italia contemporanea visto dagli occhi dell’anziano Matteo Scuro, interpretato da Marcello Mastroianni.

        •Una pura formalità (1994)

        Un claustrofobico thriller psicologico da camera che vede protagonisti Gérard Depardieu e Roman Polański.

        •La leggenda del pianista sull’oceano (1998)

        Tratto dal monologo di Alessandro Baricco, trasforma la finzione letteraria in un affresco epico e poetico sul tema del talento e del confine.

        •Malèna (2000)

        Un ritratto spietato e sensuale della provincia siciliana durante la seconda guerra mondiale, illuminato dalla presenza di Monica Bellucci.

        •La sconosciuta (2006) e La migliore offerta (2013)

        Opere che esplorano le oscurità della psiche, il mistero dell’arte e le ossessioni umane con una precisione formale di rara eleganza.

        La cifra stilistica di Tornatore risiede nell’abilità di trasformare il sentimento nostalgico in materia narrativa viva, preservando l’illusione cinematografica come ultimo baluardo contro l’oblio.

      • BRUNELLO CUCINELLI

        Il passaggio dal lavoro contadino alla vertigine del mercato globale

        Non è una traiettoria di sola ascesa economica.

        È prima di tutto un lento esercizio di memoria, un tentativo di restituire forma al tempo trascorso.

        Nel documentario Brunello, il visionario garbato, diretto da Giuseppe Tornatore e trasmesso su Sky Arte, la vita dell’imprenditore umbro viene spogliata dalle retoriche dell’esibizione per essere ricondotta alla sua misura originaria.

        Il regista siciliano sceglie la chiave della distanza critica e della metafora, orchestrando il racconto attorno a una partita a carte che scandisce il senso dell’azzardo, dell’intuito e della pazienza.

        Dalle radici rurale di Castel Rigone fino alla costruzione del borgo di Solomeo, l’opera intreccia testimonianze reali, archivi storici e ricostruzioni dove la giovinezza trova il volto dell’attore Saul Nanni.

        Le musiche di Nicola Piovani sostengono un percorso narrativo che declina il concetto di capitalismo umanistico non come formula astratta, ma come quotidiano rispetto del lavoro, della bellezza e dei luoghi.

        Ritornare nella casa natale, riaprire porte rimaste chiuse per decenni significa misurarsi con i fantasmi e i valori di una civiltà perduta.

        Il film di Tornatore registra questo incontro senza enfasi, ricordandoci che la costruzione di un’impresa o di un’esistenza condivisa trova senso soltanto quando riesce a preservare la dignità e la luce delle proprie origini.

      • ANTHONY VACCARELLO

        YVES SAINT LAURENT

        La fine del percorso di Anthony Vaccarello alla guida di Saint Laurent chiude un capitolo fondamentale per l’architettura visiva della moda contemporanea.

        Dopo dieci anni di direzione creativa, il designer lascia la maison di proprietà del gruppo Kering con una cifra stilistica nettamente delineata, fondata su un rigore formale che incontra una sensualità mai accessoria.

        Formatosi alla scuola La Cambre attraverso lo studio della scultura, Vaccarello ha impostato fin dal suo arrivo nel 2016 un dialogo serrato con il corpo umano, inteso come vero e proprio perno plastico del processo costruttivo.

        Invece di rifugiarsi in un’operazione di mera memoria nostagica verso l’eredità del fondatore, ha estratto i vettori stilistici più radicali dell’archivio per ricodificarli in un linguaggio rigoroso e immediato.

        Silhouette scolpite, tagli netti, spalle strutturate e un uso del nero capace di farsi spazio volumetricamente hanno definito un decennio di coerenza espressiva.

        L’ultima sfilata per la stagione primavera estate 2027, allestita come una distesa dorata e metallica, sintetizza in modo esemplare la tensione tra la dimensione scenografica e la precisione millimetrica della sartoria.

        L’uscita di scena di Vaccarello lascia in eredità un modello di continuità estetica e rigore formale che ha saputo resistere alle accelerazioni e ai ritmi frammentati del sistema moda attuale.

      • DIRITTO ALL’OBLIO

        Il diritto all’oblio è il diritto di ogni persona a non rimanere esposta a tempo indeterminato ai danni che la pubblicazione e la diffusione di notizie del passato possono recare all’onore, alla reputazione o alla riservatezza.

        Si tratta di una forma di tutela della privacy che permette di chiedere la rimozione, la deindicizzazione o l’aggiornamento di informazioni personali rese pubbliche sui media o sui motori di ricerca, quando tali dati non risultino più d’interesse pubblico o rilevanti rispetto al tempo trascorso.

        In ambito europeo il diritto all’oblio è formalmente sancito dall’articolo 17 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), che disciplina le condizioni per la cancellazione dei dati personali e il bilanciamento tra la tutela della riservatezza e il diritto dell’informazione.

      • BATACLAN

        Il Bataclan è uno dei locali di spettacolo più celebri e storici di Parigi. Situato nel XI arrondissement, lungo Boulevard Voltaire, la sua storia unisce l’evoluzione del cabaret parigino del XIX secolo alla cultura musicale contemporanea, fino agli eventi tragici del 2015.

        Storia e Architettura

        Inaugurato nel 1865 con il nome di Ba-Ta-Clan — ispirato all’omonima operetta di Jacques Offenbach — il teatro venne progettato dall’architetto Charles Duval.

        L’edificio originario fu concepito con uno stile esotico d’ispirazione cinese, caratterizzato da colori vivaci, tetti a pagoda e decorazioni figurative.

        Nel corso dei decenni la struttura ha attraversato diverse trasformazioni :

        Fine XIX secolo e primo Novecento

        Nato come café-concert, ospitò vaudeville, commedie e spettacoli di varietà.

        Anni ’20 e ’30

        Convertito in sala cinematografica, subì ristrutturazioni che ne alterarono in parte la facciata originaria.

        Rinascita negli anni ’70

        Trasformato in sala da concerto rock e musica dal vivo, divenne un punto di riferimento fondamentale per la scena musicale parigina e internazionale, ospitando artisti di fama mondiale.

        Gli Attentati del 13 Novembre 2015

        La sera del 13 novembre 2015, durante un concerto del gruppo rock americano Eagles of Death Metal, il Bataclan fu teatro di un grave attacco terroristico rivendicato dall’ISIS.

        Un commando armato fece irruzione nel locale provocando la morte di 90 persone e il ferimento di centinaia di spettatori.

        L’evento fu il più sanguinoso all’interno della serie di attacchi coordinati che colpirono Parigi quella stessa notte.

        La Riapertura e il Valore Simbolico

        Dopo un anno di chiusura e un completo restauro interno, il Bataclan ha riaperto le sue porte il 12 novembre 2016 con un concerto di Sting.

        Oggi il locale continua a essere una sala da concerto attiva, conservando al contempo un forte valore simbolico di resilienza culturale e memoria storica per la città di Parigi.

      • PALERMO

        PALERMO SEGRETA E SVELATA

        7 luoghi imperdibili per i 20 anni de Le Vie dei Tesori

        Il festival Le Vie dei Tesori compie vent’anni e torna a Palermo con un’edizione monumentale che celebra due decenni di valorizzazione e riappropriazione del patrimonio culturale siciliano.

        Nata nel 2006 da un’idea di Laura Anello, la manifestazione si è trasformata nel tempo in un modello virtuoso di festival diffuso capace di conquistare numerose città dell’isola.

        A Palermo la nuova stagione apre le porte di oltre cento siti, affiancati da passeggiate guidate, esperienze immersive e laboratori dedicati ad appassionati di storia, architettura e memoria urbana.

        Tra dimore private, teatri storici e presidi di riscatto sociale, abbiamo selezionato sette tappe emblematiche per esplorare la città da prospettive inedite.

        Casa Savona, un capolavoro Art Déco riemerso nel tempo

        Tra le aperture più attese figura Casa Savona, straordinario appartamento di trecento metri quadri interamente decorato tra il 1936 e il 1937 dall’artista, scenografo e pittore Gino Morici.

        Acquistato dalla Regione Siciliana nel 2023 dopo essere rimasto intatto per quasi un secolo, l’immobile svela una totale compenetrazione tra architettura e arti applicate.

        Morici ha disegnato ogni dettaglio dell’abitazione, dalle pareti affrescate agli arredi realizzati da maestranze locali, fino alle maniglie delle porte e ai mosaici del bagno.

        Il Monte di Pietà e la memoria del credito solidale

        Per la prima volta apre al pubblico la sede storica del Monte di Pietà, istituito alla metà del Quattrocento dai frati Francescani Osservanti per sostenere i ceti indigenti del quartiere Panneria contro l’usura.

        Il complesso conserva intatti i raffinati soffitti a cassettone del Cinquecento e l’impianto monumentale con porticato settecentesco.

        Varcare la sua soglia permette di ricostruire il funzionamento di un’istituzione nata per offrire prestiti su pegno privi di fini speculativi.

        Teatro Finocchiaro, eleganza e innovazione d’inizio Novecento

        Inaugurato nel 1923 con la commedia Don Pietro Caruso di Roberto Bracco, il Teatro Finocchiaro rappresenta un singolare esperimento tipologico progettato da Paolo Bonci.

        La struttura fonde lo schema del teatro all’italiana con soluzioni di derivazione wagneriana, arricchendosi dei decori Jugendstil curati dallo scultore Geraci e da un singolare tetto apribile.

        Sul suo palco si sono esibiti alcuni tra i più grandi interpreti dello spettacolo italiano, da Totò ad Aldo Fabrizi, fino ad Angelo Musco e Giovanni Grasso.

        Casa La Duca, l’eredità di uno storico della città

        La dimora di Rosario La Duca (1923-2008), tra i principali studiosi dell’evoluzione urbanistica e culturale palermitana, costituisce uno scrigno inestimabile per la memoria della città.

        Affidata per lascito alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, la casa custodisce una sterminata raccolta di volumi, mappe storiche, manoscritti e documenti grafici che documentano la stratificazione storica del capoluogo.

        Il Convento di Baida, uno sguardo sul Golfo di Palermo

        Arroccato sulle pendici del Monte Cuccio, il complesso del Convento di Baida vanta un’origine antecedente al XII secolo e una complessa successione di ordini religiosi, dai Benedettini fino ai Frati Minori Osservanti.

        Oltre a godere di uno dei panorami più estesi su tutta la piana palermitana, il luogo conserva testimonianze scultoree di rilievo, come il portale attribuito alla bottega di Antonello Gagini e i capitelli scolpiti superstiti dell’antico chiostro benedettino.

        Radio 100passi, le frequenze della memoria e della legalità

        Inserita nei percorsi dedicati alla storia civile e all’impegno sociale, la sede di Radio 100passi raccoglie il testimone dell’esperienza di Radio AUT e dell’eredità di Peppino Impastato.

        Situata all’interno di un immobile confiscato nel centro di Palermo, la radio ospita la strumentazione originale d’epoca e opera come laboratorio permanente di educazione alla legalità e al giornalismo per studenti provenienti da tutta Italia.

        Villino Ida, la manifattura e il genio di Ernesto Basile

        Realizzato nel 1903 dall’architetto Ernesto Basile come residenza privata per sé e per la moglie Ida Negrini, il Villino Ida rappresenta una sintesi perfetta dello stile Liberty palermitano.

        Caratterizzato dal celebre motto Dispar et Unum che ne sormonta l’ingresso, il palazzetto racchiude lo studio dell’architetto, soffitti in legno finemente decorati e arredi progettati su misura, affiancati da un giardino interno riservato.

      • RISTORANTE DEL CAMBIO

        TORINO

        Rappresenta un perfetto punto di convergenza tra la memoria storica risorgimentale e i linguaggi della contemporaneità visuale.

        Fondata nel 1757 in Piazza Carignano, questa istituzione torinese non è soltanto una tappa fondamentale della cultura gastronomica guidata dallo chef Matteo Baronetto, ma anche uno spazio museale diffuso in cui la pittura e le arti visive dialogano con l’architettura d’epoca.

        Il percorso espositivo interno articola le sue sale storiche e contemporanee attraverso interventi d’artista pensati per trasformare la convivialità in un’esperienza estetica complessa.

        La celebre Sala Risorgimento, dominata dalle boiserie ottocentesche, dai grandi specchi e dal tavolo dove era solito sedere Camillo Benso di Cavour, conserva intatto l’influsso dell’aristocrazia sabauda, offrendo un aggancio immediato alla storia risorgimentale italiana.

        Ad essa si affiancano gli interventi site-specific di maestri dell’arte contemporanea, a partire da Michelangelo Pistoletto con l’opera Evento, pensata per rileggere lo spazio riflettente e il rapporto tra visitatore e opera attraverso i suoi iconici quadri specchianti.

        La dimensione visiva del locale si estende al Bar Cavour e agli ambienti adiacenti con il contributo di artisti internazionali e italiani, tra cui Pablo Bronstein, Izhar Patkin, Arturo Herrera e i richiami alle forme di Carol Rama, trasformando ogni ambiente in una galleria abitata.

        Gli arredi curati dal designer Martino Gamper integrano ulteriormente l’esperienza plastica e spaziale, dimostrando come il collezionismo e la tutela del patrimonio possano convivere con la quotidianità e la grande cucina.

      • ANNE CARSON

        Il Premio Nobel per la Letteratura del 2026 è stato assegnato alla poetessa, saggista e filologa canadese Anne Carson.

        L’Accademia di Svezia ha motivato la scelta riconoscendo il valore di un opera coraggiosa e innovativa, capace di intrecciare il dialogo contemporaneo con la grande tradizione classica e di fondere continuamente i confini dei generi letterari.

        La notizia del conferimento ha raggiunto l’autrice mentre si trovava in Islanda, immersa in una dimensione di isolamento contemplativo.

        Anne Carson rappresenta da decenni una delle voci più originali della letteratura di lingua inglese. Docente e studiosa di grecità, ha saputo trasformare il rigore filologico in invenzione formale, restituendo al lettore contemporaneo i miti e le tragedie dell’antichità greco-latina attraverso un linguaggio essenziale e stratificato. Le sue traduzioni da Saffo, Euripide e Sofocle non si configurano come meri esercizi accademici, ma si affermano come vere e proprie riscritture capaci di abitare il presente.

        Nella sua produzione poetica e saggistica spiccano opere fondamentali come Autobiography of Red (1998), in cui il mito del gigante Gerione viene riletto come romanzo di formazione e di identità, The Beauty of the Husband (2001) e l’esperimento concettuale di Nox (2010), epitaffio in memoria del fratello perduto costruito sull’elegia di Catullo.

        Il riconoscimento assegnato a Carson conferma l’attenzione delle istituzioni accademiche verso forme espressive slegate dalle categorie tradizionali, premiando una ricerca intellettuale in cui la parola e la memoria classica rimangono strumenti essenziali per decifrare l’inquietudine contemporanea.

      • VITA DA SPILORCIO

        Un’esistenza costruita sull’arte della rinuncia non è mai una semplice questione di denaro, ma una precisa filosofia di vita.

        Per chi ha la spilorceria nel sangue, ogni spesa rappresenta un cedimento strutturale, un piccolo fallimento personale di fronte alla tentazione del superfluo.

        La giornata tipo si consuma in un reticolato di tattiche impercettibili : recuperare fino all’ultima goccia di dentifricio tagliando il tubo a metà, calcolare i tempi di cottura della pasta per spegnere il gas due minuti prima e sfruttare il calore residuo, conservare le bustine del tè per un secondo o terzo giro dall’aroma ormai impercettibile.

        Nelle relazioni sociali il vero spilorcio sviluppa un fiuto quasi animalesco per prevenire il disastro economico.

        È il maestro assoluto delle scuse improvvisate quando si avvicina il momento del conto al bar, l’uomo che scopre improvvisamente una chiamata urgente al cellulare proprio mentre il cameriere si avvicina al tavolo, o che al momento di pagare una pizza di gruppo sfoggia solo banconote di taglio astronomico sperando nell’imbarazzo generale.

        C’è poi tutta una liturgia legata alla casa, trasformata in un tempietto del risparmio energetico.

        I termostati sono regolati su temperature da tundra artica, le luci vengono spente nel millisecondo esatto in cui si abbandona una stanza, e il cibo viene consumato rigorosamente in base alla data di scadenza, superata da poco ma affrontata con un atto di fede stoica.

        Eppure, sotto l’evidente comicità di certe usanze, la vita da spilorcio nasconde un’ossessione profonda per la sicurezza.

        Accumulare diventa l’unico vero antidoto all’ansia dell’incertezza, un modo per costruire una fortezza invisibile contro le insidie del futuro, anche a costo di sacrificare il presente.

        Perché la vera condanna dello spilorcio non è spendere poco, ma non potersi godere davvero mai nulla.

      • GESTAPO

        La Gestapo (Geheime Staatspolizei), la polizia segreta dello Stato nazista creata nel 1933, ha rappresentato uno dei principali strumenti di terrore e oppressione del regime hitleriano.

        Le sofferenze inflitte da questa organizzazione si sono articolate su molteplici livelli, colpendo oppositori politici, ebrei, partigiani, minoranze e cittadini dei territori occupati.

        L’arresto arbitrario e la “custodia preventiva”

        La Gestapo operava al di sopra della legge ordinaria e senza alcun controllo giurisdizionale. Attraverso il decreto della Schutzhaft (“custodia preventiva”), poteva arrestare chiunque senza accuse formali, senza processo e a tempo indeterminato.

        L’arresto stesso avveniva spesso di notte o all’improvviso, precipitando le vittime e le loro famiglie in uno stato di terrore psicologico profondo.

        La tortura sistematica durante gli interrogatori

        Negli interrogatori, condotti nei quartier generali come la celebre sede di Prinz-Albrecht-Straße a Berlino o nelle varie sedi regionali e locali nei paesi occupati (come via Tasso a Roma o la prigione della San Vittore a Milano), la Gestapo impiegava metodi di tortura fisica e psicologica istituzionalizzati (Verschärfte Vernehmung). Tra questi :

        •Percosse violentissime e prolungate con manganelli, fruste o cavi elettrici.

        •Utilizzo di scariche elettriche applicate alle parti più sensibili del corpo.

        •Annegamento simulato e immersioni prolungate in acqua gelida.

        •Privazione del sonno, del cibo e dell’acqua per giorni.

        •Isolamento totale in celle oscure e angusti spazi di contenzione.

        •Violenza psicologica, inclusa la minaccia diretta di torture o ritorsioni ai danni di familiari e figli.

        I campi di concentramento e lo sterminio

        La Gestapo era il principale organo responsabile della deportazione nei campi di concentramento e di sterminio.

        Gestiva la compilazione delle liste dei deportati e la logistica dei trasporti nei vagoni piombati, dove le vittime affrontavano giorni di viaggio in condizioni disumane, senza cibo, acqua né igiene.

        Una volta nei campi, i prigionieri venivano sottoposti al lavoro schiavistico, alla fame programmata, a esperimenti medici e, in milioni di casi, all’eliminazione diretta nelle camere a gas.

        Esecuzioni sommarie e rappresaglie

        Oltre alle deportazioni, la Gestapo eseguiva direttamente condanne a morte e fucilazioni sommarie.

        Nei territori occupati, in risposta ad azioni della Resistenza o a presunti atti di sabotaggio, applicava la politica della rappresaglia indiscriminata, massacrando civili inermi, distruggendo interi villaggi ed effettuando impiccagioni pubbliche a scopo intimidatorio.

        Terrore psicologico e delazione

        La sofferenza inflitta non era soltanto fisica, ma permeava l’intera società.

        Creando una rete capillare di informatori e incentivando la delazione spontanea, la Gestapo infuse un clima di paranoia costante, in cui il sospetto e la paura distrussero i legami sociali, personali e persino familiari.

      • DANIELE KIHLGREN

        Addio a Daniele Kihlgren, il visionario dell’albergo diffuso e del recupero dei borghi

        Il mondo dell’architettura, della conservazione del paesaggio e dell’ospitalità piange la scomparsa di Daniele Kihlgren, avvenuta il 7 ottobre a Roma a causa di una polmonite.

        Imprenditore italo-svedese nato nel 1966 in una famiglia dell’alta borghesia milanese legata all’industria del cemento, Kihlgren ha speso la sua vita compiendo un percorso esattamente opposto a quello familiare.

        Invece di edificare e cementificare, ha scelto di tutelare, conservare e restituire valore alle architetture dimenticate che il tempo rischiava di cancellare.

        La sua intuizione più celebre nasce oltre vent’anni fa in Abruzzo, quando quasi per caso scopre Santo Stefano di Sessanio, un borgo appenninico segnato dallo spopolamento e dall’abbandono.

        Lì dà vita al progetto Sextantio, introducendo un modello rivoluzionario di albergo diffuso che non stravolge il territorio ma si adatta a esso.

        Nessuna nuova volumetria edilizia, restauro filologico con materiali locali e massimo rispetto per la memoria storica dei luoghi: le stalle diventano reception, le dimore contadine accolgono gli ospiti e l’artigianato autoctono torna a vivere.

        Un approccio conservativo e poetico che ha poi portato anche nei Sassi di Matera con le Grotte della Civita, trasformando antiche cavità rupestri in spazi di accoglienza capaci di riscattare la storia del luogo senza snaturarla.

        La sua visione si è estesa negli anni fino all’Africa, tra le capanne del lago Kivu al confine tra Congo e Ruanda, unendo l’imprenditoria al rispetto sociale e alla sostenibilità culturale.

        Daniele Kihlgren ha insegnato a guardare al patrimonio minore con rispetto e meraviglia, dimostrando che la vera ricchezza dei territori risiede nella loro autenticità e nella loro memoria.

        I funerali si terranno lunedì 11 ottobre a Milano, nella chiesa di San Babila.

      • CALCOGRAFIA

        La calcografia è la tecnica di stampa d’arte in cavo che ha segnato la storia della grafica, permettendo di trasferire su carta l’immagine incisa su una matrice metallica, solitamente di rame o zinco.

        Il principio fondamentale si basa sul contrasto tra le parti incise e quelle in rilievo: l’inchiostro viene steso sull’intera superficie e poi accuratamente pulito, in modo da farlo rimanere soltanto nei solchi scavati.

        La pressione esercitata dal tirabozzo, il caratteristico torchio calcografico a due cilindri, spinge la carta inumidita all’interno dei solchi per raccogliere l’inchiostro, lasciando sulla stampa la tipica battuta, l’impronta del bordo della lastra.

        Le tecniche calcografiche si dividono in due grandi categorie, a seconda della modalità con cui viene inciso il metallo.

        I metodi diretti prevedono l’uso manuale dello strumento inciso sul metallo. Con il bulino si tracciano solchi netti e precisi producendo un segno pulito e rigoroso, mentre con la puntasecca la punta d’acciaio solleva ai lati del solco delle sottili barbe metalliche che trattengono l’inchiostro, creando un tratto morbido, vellutato e pittorico.

        I metodi indiretti sfruttano invece l’azione chimica degli acidi.

        Nell’acquaforte la lastra viene coperta con una vernice protettiva e scalzata dal segno del disegno, lasciando che l’acido morda il metallo scoperto generando il solco.

        Nell’acquatinta si spolvera la lastra con resina di colofonia per creare una granitura sottile che, morsa dall’acido, permette di ottenere campiture sfumate e toni di chiaroscuro continui.

      • YAAKOV ABERGIL

        Yaakov Abergil è stato una figura nota in Israele, principalmente per essere stato il fratello maggiore e cofondatore della famiglia criminale Abergil, una delle organizzazioni mafiose più potenti del Paese.

        Insieme ai fratelli minori, tra cui Itzhak (Yitzhak) e Meir Abergil, Yaakov ha contribuito a posare le basi del clan a partire dagli anni Novanta. L’organizzazione ha strutturato una rete criminale internazionale attiva nel racket delle estorsioni, nel gioco d’azzardo illegale, nel traffico di ecstasy, nell’usura e nel riciclaggio di denaro tra Israele, Europa e Stati Uniti.

        Nel giugno del 2002, Yaakov Abergil è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco sotto casa sua, davanti ai suoi familiari, nel corso di una violenta guerra tra organizzazioni rivali. Il suo assassinio ha segnato una drastica escalation negli scontri tra bande in Israele, e la guida dell’organizzazione è poi passata interamente al fratello minore, Itzhak Abergil.

      • COPIA ANASTATICA

        La copia anastatica è la riproduzione inalterata e fedele di un testo a stampa o di un manoscritto d’epoca, realizzata mediante processi fotomeccanici o digitali.

        A differenza della ristampa tradizionale, non richiede la ri-composizione tipografica dei caratteri.

        Questo metodo permette di conservare l’aspetto grafico originale dell’opera, compresi eventuali difetti della carta, macchie, errori di stampa, incisioni e particolarità della legatura.

        Viene utilizzata principalmente in ambito accademico, bibliografo e antiquario per rendere accessibili testi rari o di difficile reperibilità, preservando allo stesso tempo l’esemplare originale da usura e deterioramento.

      • GIORGIA CARDINALETTI

        Giornalista e conduttrice televisiva italiana, nota come uno dei volti di punta dell’informazione Rai e mezzobusto dell’edizione delle 20:00 del TG1.

        Nata a Fabriano nel 1987, si è laureata in Lettere all’Università di Perugia e ha poi frequentato la Scuola di Giornalismo della stessa città, diventando giornalista professionista nel 2012.

        La sua carriera in Rai è iniziata a Rai News 24.

        Successivamente si è fatta conoscere dal grande pubblico nell’ambito del giornalismo sportivo, lavorando come inviata per la Formula 1, conducendo Pole Position e guidando La Domenica Sportiva dal 2016 al 2019.

        Passata alla redazione del TG1, dal 2022 conduce l’edizione principale delle 20:00.

        Ha curato e condotto anche programmi di approfondimento e speciali come Via delle storie.

        Nel corso della sua carriera ha affiancato all’attività giornalistica diverse esperienze di conduzione televisiva e grandi eventi, tra cui la co-conduzione della serata finale del Festival di Sanremo 2026 al fianco di Carlo Conti e Laura Pausini.

      • FRANCESCO BECHIS

        Giornalista e cronista politico italiano.

        Nato a Roma nel 1995, appartiene a una famiglia di giornalisti (è figlio di Franco Bechis, direttore di Open, e della giornalista di Tv2000 Monica Mondo). Si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, conseguendo poi un Master nello stesso ateneo.

        Ha iniziato il percorso professionale lavorando per Formiche.net, occupandosi in particolare di sicurezza, politica estera e dinamiche di palazzo. Nel 2022 è passato alla redazione de Il Messaggero, dove lavora come cronista politico e parlamentare seguendo da vicino l’attività di governo e del Parlamento.

        Insieme all’ambasciatore Giampiero Massolo ha pubblicato per Solferino il libro Realpolitik (2024). Tra i vari riconoscimenti ottenuti figura il Premio Biagio Agnes nella categoria “Giovani giornalisti”.

      • MADDALENA CORVAGLIA

        Nata a Galatina, in provincia di Lecce, il 12 gennaio 1980.

        Raggiunge la popolarità nazionale nel 1999 quando, non ancora ventenne, viene scelta come velina bionda del tg satirico Striscia la notizia.

        Insieme alla collega Elisabetta Canalis, velina mora, dà vita a un sodalizio artistico di enorme successo che ridefinisce l’immaginario del programma di Antonio Ricci e si prolunga per tre edizioni consecutive fino al 2002.

        Terminata l’esperienza nel quotidiano di Canale 5, intrapende un percorso professionale versatile che la vede spaziare dalla conduzione televisiva al giornalismo d’intrattenimento.

        Presenta programmi di approfondimento scientifico e costume come Meteore, La giungla e Stranamore, oltre a lavorare come inviata per trasmissioni radiofoniche di primo piano e a condurre eventi musicali dal vivo.

        Nel corso degli anni consolida una presenza costante sui media italiani, affiancando alle apparizioni sul piccolo schermo una grande passione per i motori e lo sport.

        Diventa un punto di riferimento nell’ambito del benessere fisico e del fitness, promuovendo uno stile di vita attivo anche attraverso i propri canali digitali e partecipando a format legati alla cultura sportiva.

      • ANDREA PERRONI

        Comico, imitatore, attore e conduttore televisivo e radiofonico nato a Roma il 15 luglio 1980.

        La sua carriera comincia come animatore nei villaggi turistici e approda sul piccolo schermo nel 2003 a Domenica In nel ruolo di imitatore.

        La vera notorietà presso il grande pubblico arriva a metà degli anni duemila con la partecipazione a Colorado Cafè Live, dove lancia la parodia del giornalista Sandro Piccinini, e successivamente con il ruolo comico e di conduzione a Guida al campionato.

        Negli anni ha consolidato un profilo versatile che unisce battute, monologhi di costume, parodie e musica dal vivo.

        •Televisione e Radio

        Dopo le esperienze in programmi cabaret come Zelig Off, Zelig Circus e Only Fun, ha legato una fetta importante della sua popolarità a Rai Radio 2, co-conducendo per oltre un decennio Radio 2 Social Club al fianco di Luca Barbarossa.

        Sul piccolo schermo ha condotto format come Fan Car-aoke e il mattutino Binario 2 su Rai 2, partecipando inoltre come concorrente a Tale e Quale Show.

        •Teatro e Cinema

        In ambito teatrale porta da anni in scena spettacoli solisti e comedy show come Siete tutti invitati, Dal Vivo e Meglio dal vivo. Ha recitato in commedie per il cinema (tra cui Il ritorno del Monnezza, L’allenatore nel pallone 2 e Tutte lo vogliono) e lavorato come doppiatore.

        La sua cifre stilistica si basa su un’ironia immediata e diretta, la capacità di riprodurre voci e tic di personaggi celebri e un dialogo costante con il pubblico, spesso accompagnato dalla chitarra.

      • STEFANO MELOCCARO

        Giornalista sportivo, conduttore televisivo e radiofonico italiano.

        Nato a Rieti il 7 maggio 1964, ha conseguito il diploma ISEF ed è diventato maestro di tennis e preparatore atletico prima di dedicarsi al giornalismo.

        La sua carriera televisiva si lega principalmente a Sky Sport, dove è diventato uno dei volti e dei raccontatori di punta del tennis mondiale, seguendo tornei dello Slam come Wimbledon, i Masters 1000 e le ATP Finals, oltre a condurre programmi dedicati come Studio Tennis e Sky Tennis Club.

        Al di fuori dell’ambito strettamente sportivo, ha raggiunto una grande popolarità al fianco di Rosario Fiorello nel programma Edicola Fiore.

        In ambito radiofonico conduce programmi su Radio Capital.

        È anche autore di diversi libri sul tennis, tra cui la biografia di Paolo Bertolucci Braccio d’oro (2006) e Colpi di genio (2021).